lunedì 27 aprile 2015

L'immigrazione dal punto di vista economico

In questi anni, nel mar Mediterraneo si sta consumando una tragedia senza fine. Sono parole ovvie, persino banali, ma anche una premessa doverosa prima di iniziare un discorso su un argomento che, il più delle volte, scivola nell'ipocrisia o nel cinismo (le due facce della superficialità).

Ammetto di non avere alcuna soluzione al dramma dell'immigrazione, perché non ne conosco le cause più profonde. Ho solo la sensazione che ci sia una stretta relazione tra esportazione d'armi e importazione di profughi. Tuttavia, mentre le esportazioni, e i ricavi che ne conseguono, sono tutti a beneficio dei proprietari delle aziende produttrici di: fucili; aerei da guerra; e bombe, i costi delle importazioni, quelli legati all'immigrazione, rimangono a carico dei disperati che tentano di attraversare il mare che li separa dalle nostre coste, su dei fatiscenti barconi. O vengono pagati dai cittadini che li accolgono tramite le tasse. Gli economisti chiamano questo fenomeno esternalità.

Qualcuno ha già espresso molto bene il suo rancore verso questi mercanti di morte. Io, non aggiungo altro.

Veniamo al dunque. Dal punto di vista economico, l'immigrato, come l'italiano, è un'unità di fattore lavoro. Il livello di produzione di una nazione è dato dalla quantità di fattore lavoro, e di fattore capitale. Si scrive così:

y = f(L;K)

Si chiama funzione di produzione, dove "y" (appunto, la produzione) è in funzione "f", di "L" (lavoro) e "K" (capitale).

Per fattore lavoro, ovviamente, si intende il prezzo che l'imprenditore paga per comprare il tempo di una persona. Meno naturale è invece la nozione di fattore capitale, che non riguarda solo il denaro, ma tutto ciò che con esso si può comprare per aumentare la produzione, ad eccezione dell'attività umana (macchinari, attrezzi, energia, etc. etc.).

Quindi: più immigrati, più fattore lavoro, più produzione? In genere sì. Però, a una maggiore richiesta di lavoro, causata dall'immigrazione, non corrisponde un proporzionale aumento del consumo. E' vero che anche gli immigrati contribuiscono ad accrescere la domanda di beni e servizi (e ci mancherebbe!) ma essendo più poveri di noi, non ne provocano un incremento adeguato a compensare l'aumento della domanda di lavoro.

E' la semplice legge della domanda e dell'offerta. Dato che ad un flusso migratorio corrisponde un aumento della domanda di lavoro (nel paese di destinazione) che è maggiore dell'offerta, il risultato è la sostituzione di una parte di lavoratori con altri più economici. Quindi, si ha un abbassamento degli stipendi, soprattutto in quelle professioni più accessibili perché meno specialistiche.

Questo in linea generale. Nello specifico, in un paese dove ci sono dei contratti di lavoro nazionali, validi per italiani e stranieri, questo effetto di sostituzione dovrebbe essere marginale. Ma in Italia ci sono molti modi per pagare meno chi lavora. Il più estremo è il lavoro nero. In cui, di solito, sono aziende italiane ad arruolare immigrati a basso costo, e non viceversa. E' bene ricordare anche questo aspetto, perché la responsabilità della sostituzione di mano d'opera italiana con quella straniera, più economica e meno tutelata, è nella maggior parte dei casi di un nostro connazionale, non di un immigrato. La pratica del lavoro nero, in particolare, influisce negativamente anche sui servizi erogati dallo Stato, come le case popolari, svantaggiando le persone povere ma in regola (anche italiane) e favorendo, al contrario, quelle che risultano bisognose ma che in realtà non lo sono (anche straniere).

Come ho precedentemente illustrato, la funzione di produzione comprende sia il lavoro che il capitale, e a nche quest'ultimo si comporta come il lavoro. Quindi, "l'immigrazione" di capitale dall'estero ne determina un suo minor costo, che si traduce in tassi d'interesse più bassi. In regime di cambio fisso, o di moneta unica (come l'euro) l'effetto è particolarmente accentuato. Questo perché non avviene il naturale riallineamento del cambio tra la moneta del paese esportatore, che dovrebbe rivalutarsi, e quella del paese importatore, che dovrebbe svalutarsi, rendendo meno convenienti le esportazioni di capitale (e quelle di qualunque altro bene, o servizio).

Pertanto, un'ondata di capitali stranieri (come quella illustrata qui) ha un impatto economico dello stesso tipo, ma molto più devastante, rispetto a quello dell'immigrazione. Entrambi i casi comportano un abbassamento dei prezzi. E questo rappresenta un vantaggio, solo per quei fortunati che conservano il proprio posto di lavoro anche dopo "l'invasione".

Il motivo per cui vi sto parlando di tutto questo è il seguente. Mentre i consumi in Italia aumentavano solo tramite "l'invasione" di euro provenienti dalle banche del centro e del nord Europa (vedi qui), o dopo, quando il nostro governo ci ha imposto l'austerità allo scopo di rimborsare i corrispondenti debiti,  non ho sentito levarsi alcun grido che invocasse: blocchi, rientri coatti, reati di clandestinità, espulsioni immediate, o perfino la richiesta d'intervento dell'O.N.U.

Non è forse questo è un altro esempio, di quanto gli individui vigliacchi tendano a essere forti con i deboli e deboli con i forti?














lunedì 20 aprile 2015

DEF 2015: quando la cura è peggiore del male

È appena stato approvato dal Consiglio dei Ministri il documento di economia e finanza del 2015 (DEF) redatto dal Ministero delle Finanze (MEF). Prossimamente, questo documento di politica economica dovrà essere sottoposto all'esame parlamentare.

Purtroppo, i numeri illustrati dal DEF sull'andamento dell'economia italiana nei prossimi anni non inducono affatto all'ottimismo.

Intanto, va sottolineato che la pressione fiscale è aumentata anche sotto l'ultimo governo, e si prevede che aumenterà ancora nei prossimi anni. Questo conferma le parole dell'ex Presidente del Consiglio Monti riguardo l'affinità politica tra questo governo e il suo:

«La linea che Renzi sta con capacità politica affermando è, mi permetto di dire, la linea del mio governo»

Il grafico mostra l'incremento della pressione fiscale avvenuto dal 2007. L'aumento attuato dal governo Monti nel 2011-2012 è stato pari a circa 1,6%. L'ulteriore aumento previsto dall'attuale governo sarà pari allo 0,8%
Fonte dati:
Banca d'Italia: 2007-2013
DEF 2015: 2014-2019

Poi, per quanto riguarda la disoccupazione, il MEF stima che essa si manterrà ben al di sopra del livello pre crisi perfino nel 2019, a distanza di quattro anni da oggi, e di 12 dal punto più basso raggiunto nel 2007.

Nel 2007 la disoccupazione tocca il punto più basso (6%). Si noti come le misure d'austerità la facciano crescere soprattutto a partire dal 2012. Nonostante l'ulteriore svalutazione dei diritti dei lavoratori eseguita con il jobs act essa si manterrà ad un livello più alto di quello pre crisi presumibilmente oltre il 2019.
Fonte dati:
OCSE: 2007-2013
DEF 2015: 2014-2019

Infine, il debito pubblico, considerato da alcuni la causa di tutti i nostri mali, rimarrà più alto di quanto non fosse prima della crisi, quando si trovava da anni su un confortante sentiero di riduzione che, la crisi prima, e poi le misure d'austerità, hanno vanificato. Questo a testimonianza di quanto importasse ai nostri governanti diminuirlo, nonostante tutta la propaganda politica che ha preceduto proprio l'esecuzione delle politiche d'austerità.

Il debito pubblico in rapporto al PIL in Italia diminuiva da metà anni novanta, dopo aver toccato il suo massimo, 122% nel 1994. Ma l'austerità ne ha causato una nuova e più grave esplosione. Oggi il MEF stima di riportarlo al 120% entro il 2019.
Fonte dati:
Banca d'Italia: 2007-2012
DEF 2015: 2013-2019
Quello che il Ministero spera invece di raggiungere è il tanto agognato pareggio del bilancio pubblico, tante volte rinviato. Un vero e proprio dogma, di fronte al quale è giustificata ogni cosa. Una medicina amara, prescritta dai tecnici di Bruxelles senza alcun riguardo per la sofferenza inflitta al malato. L'operazione è perfettamente riuscita. Il paziente è morto.

Il limite imposto da Maastricht è quello del -3%. Tuttavia, in seguito alla ratifica dell'accordo europeo del Fiscal Compact, l'Italia ha inserito in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio che il MEF stima di raggiungere nel 2018.
Fonte dati:

lunedì 13 aprile 2015

Moneta e inflazione: teorie a confronto

Gli stati sovrani hanno un potere che l'individuo singolo non possiede, ovvero la possibilità di finanziare le proprie spese stampando moneta.

Questo strumento, che tecnicamente si chiama signoraggio, è molto criticato da alcuni economisti che temono il rischio che l'emissione incontrollata di nuova moneta possa fare impennare l'inflazione. Proprio a causa della sensibilità verso questo problema in molti paesi si è deciso che le banche centrali dovessero essere indipendenti dal governo. In Italia questo è avvenuto a partire dal 1981, ovvero quando l'allora ministro Andreatta, d'accordo con l'allora governatore di Ciampi, rimosse l'obbligo che Banca d'Italia aveva di acquistare i titoli di stato rimasti invenduti al momento della loro emissione da parte del Ministero del Tesoro.

Oggi, all'interno della zona euro, ci si è spinti oltre, fino alla situazione in cui nessun paese può emettere moneta autonomamente. Questo potere è solo nelle mani della sola Banca Centrale Europea. Pertanto, l'unica possibilità che un governo ha di finanziare le proprie spese è il ricorso ai titoli di stato. Ma, dato che al contrario della moneta, l'emissione di un titolo comporta sia un debito che il pagamento di un interesse, se gli investimenti che fa il governo non producono una ricchezza superiore ai debiti che deve restituire, ad ogni emissione si indebiterà sempre di più. Dalla necessità di impedire l'eccessivo indebitamento nascono i limiti di spesa pubblica, come il famoso parametro del 3%, e il pareggio di bilancio inserito in Costituzione, che corrisponde allo zero per cento di indebitamento.

Ma la banca centrale non è l'unico ente che ha la facoltà di emettere moneta. Esiste anche il cosiddetto signoraggio bancario, ovvero la possibilità che ha un istituto finanziario di concedere prestiti ai propri clienti per un importo superiore ai depositi in suo possesso mediante il meccanismo della riserva frazionaria. Su internet troverete senz'altro un'interminabile serie di materiale, più o meno interessante, che si scaglia contro questo sistema considerandolo una vera e propria truffa.

Per la verità, la riserva frazionaria nasce davvero come un truffa al tempo in cui le banche erano solo dei depositi per l'oro. Ad un certo punto della storia, i banchieri iniziarono a prestare più oro di quello che avevano, perché la circolazione della carta (le promesse di pagamento) era più comoda del trasporto fisico dell'oro, e solo di rado qualcuno andava a ritirare il proprio metallo prezioso. Quindi, il rischio valeva la candela. La stessa cosa avviene anche oggi. Nessuno si sognerebbe di andare in banca a prendere tutti i propri risparmi, fatta eccezione per i casi eccezionali. Ed è per mitigare questo rischio che esiste la riserva frazionaria.

Mettendo da parte le critiche di carattere morale sulla sua origine, la riserva frazionaria fa comodo un po' a tutti. Infatti, partendo dall'assunto che un'economia in cui i beni e i servizi crescono nel tempo è normale che anche la quantità di moneta debba aumentare di pari passo. Altrimenti, la scarsità di strumenti di pagamento renderebbe più difficile le transazioni e farebbe rallentare il commercio. Non è pensabile che ogni investimento, o innovazione, venga finanziata tramite la diminuzione di prezzo di tutte le altre, o comunque questo meccanismo è sicuramente meno praticabile di quelli utilizzati allo scopo di incrementare la base monetaria.

Ma, tra il signoraggio praticato della banca centrale e quello del settore privato, chi contribuisce di più a fare crescere la massa monetaria complessiva? La domanda è pertinente dato che alcuni economisti (soprattutto i monetaristi) sostengono che l'inflazione sia il risultato dell'aumento dell'offerta monetaria.

Quello che potete vedere qui sotto sono gli aggregati monetari dell'area euro sulla base dei dati mensili forniti dalla Banca Centrale Europea.

Fonte: BCE monetary developments in the euro area january 2015
Osservate come a gennaio 2015 solo 985 miliardi di euro (1.1 currency in circulation) su 10.438 (M3, la massa monetaria complessiva) corrisponda alla moneta stampata tramite il potere di signoraggio di cui si avvale la Banca Centrale Europea. Meno del 10%, il resto è tutta moneta bancaria.

Tanto per cominciare, quindi, è il settore privato e non quello pubblico ad incidere in modo preponderante sull'offerta monetaria. Se ci pensiamo bene questo è anche ovvio, dato che la maggior parte degli acquisti ormai avviene tramite moneta elettronica. Pertanto, la teoria per cui una banca centrale sia una sorta di "stampante magica" che fornisce banconote a volontà ne esce piuttosto ridimensionata.

Ma veniamo alla questione di fondo. È davvero la quantità di moneta ad essere la causa dell'inflazione?

Attualmente, stiamo vivendo in un'epoca in cui i tassi d'interesse sono bassissimi, quindi l'offerta di moneta è a buon mercato. Questo però succede solo perché la corrispondente domanda è molto bassa. Certo, tutti noi gradiremmo avere più soldi in tasca! Ma la banca concede prestiti per guadagnare. Investire oggi su di una persona o un'azienda è rischioso, perché non si prevede che l'economia si riprenda nel breve periodo. E a crescita zero, la nuova impresa potrà, al massimo, espandersi a scapito dei suoi concorrenti. Cosa che se da un lato fa felice l'imprenditore vincente, dall'altro danneggia i concorrenti soccombenti, e le banche a cui essi devono restituire gli euro ricevuti in prestito. Quindi, non deve stupire che la crescente massa monetaria in circolazione oggi non produca alcuna inflazione. Non l'ha prodotta il continuo abbassamento dei tassi d'interesse da parte della BCE, non l'hanno prodotta le operazioni di rifinanziamento delle banche noti come LTRO, e non la produrrà il cosiddetto quantitative easing.

Come potete osservare dal grafico, i valori dell'aggregato monetario M3 e il tasso d'inflazione non hanno lo stesso andamento. L'inflazione è in calo dal 2011 nonostante M3 sia in continuo aumento, e tra il 2013 e il 2014 abbia subito una vera e propria impennata.
Fonte aggregati monetari BCE
Fonte dati inflazione Eurostat
Per questo, gli economisti keynesiani affermano che la quantità moneta è endogena al sistema economico. Ovvero, che è la domanda di moneta che crea la sua offerta e non il contrario. Infatti, se la domanda di beni e servizi è in crescita un imprenditore andrà comodamente in banca a chiedere un finanziamento per aumentare la sua produzione sicuro di riceverlo. L'inflazione che si produce in questi momenti è data dalla pressione della domanda di beni e servizi sull'offerta che non riesce immediatamente ad adeguarsi al nuovo, e più alto, livello di produzione.

A differenza di quanto è possibile fare nella zona euro, una banca centrale di un paese sovrano può decidere di aumentare l'offerta monetaria non attraverso le banche private, che sono delle società a fini di lucro, e prestano solo se ci guadagnano, ma tramite la spesa pubblica, finanziando direttamente il proprio governo. Questo sarebbe d'aiuto per l'economia italiana in questo momento, ed è anche l'unico modo per essere sicuri che i soldi che immessi nel sistema vengano effettivamente utilizzati per incrementare la domanda.

lunedì 6 aprile 2015

Il più grande successo dell'euro

E' finalmente disponibile per la visione gratuita il documentario sulla crisi greca intitolato "Il più grande successo dell'euro" che vi suggerisco di guardare (qui).

Il titolo è una citazione della famosa, e controversa, teoria di Mario Monti esposta nella puntata dell'Infedele del 26 settembre 2011 (qui). Secondo l'ex Presidente del Consiglio Monti, tale successo consisterebbe nel riuscire a costringere il governo greco a fare le riforme necessarie per rimanere nell'euro.

Il documentario mostra chiaramente il prezzo che i cittadini greci stanno pagando per questo "successo": disoccupazione di massa, fine dello stato sociale, collasso del sistema sanitario nazionale, miseria e fame. E a cosa sono serviti i sacrifici dei greci? Lo potete vedere nel grafico seguente:

Dall'inizio della crisi il saldo delle partite correnti greche è stato bruscamente riportato in pareggio mediante le politiche d'austerità, cioè tramite la distruzione della domanda interna provocata dalla disoccupazione
La precedente figura mostra l'andamento del saldo delle partite correnti della Grecia tra il 1995 e il 2013. L'arco temporale che ho scelto è arbitrario, ho semplicemente voluto prendere un periodo abbastanza lungo per avere una visione dei dati che mostrasse ampiamente quello che è successo nel corso degli anni.

Il saldo delle partite correnti è la differenza tra: esportazioni "X", importazioni "M", e saldo dei redditi netti con l'estero "RNE", che corrisponde alla differenza tra redditi da lavoro (come gli stipendi) e da capitale (come gli interessi e i profitti) pagati e incassati con l'estero:

CAB = X - M +/- RNE

Quando CAB (current account balance) è positivo significa che nel paese stanno entrando capitali, e viceversa vuol dire che stanno uscendo.

La Grecia ha avuto sempre un saldo negativo ma il crollo avviene in due fasi: tra il 1999 e il 2000 e nel periodo 2005-2008. Secondo uno studio degli economisti Roubini-Manasse (qui), di norma, il valore che porta al manifestarsi di una crisi di debito estero è -4%. Possiamo osservare come in Grecia questo valore fosse stato ampiamente superato già nel 2000. Nonostante questo, i mercati hanno continuato a concedere alla Grecia prestiti fino al 2008 senza sollevare alcuna questione.

Se a voi venisse la strana idea di andare in banca a chiedere un prestito spropositato per le vostre tasche, di sicuro che non ve lo concederebbero, e la vostra richiesta susciterebbe anche un pizzico d'ilarità tra gli impiegati della vostra banca. Ma che garanzie dava la Grecia per poter continuare ad avere finanziamenti dalle banche estere? Semplice, che quelle somme sarebbero state restituite in euro forte e non in dracma svalutata. Inoltre, i tassi d'interesse più alti di quelli dei paesi tradizionalmente più sviluppati richiamavano gli investitori, allettati dalle opportunità di un buon guadagno nel breve periodo.

Quando le banche, soprattutto francesi e tedesche, finanziavano la Grecia non lo facevano per bontà ma perchè erano convinte di fare un buon affare. Già solo questo basta per far cadere le accuse fatte ai greci di essere degli approfittatori e dei bancarottieri. Uno i soldi te li presta perché pensa che sia un buon investimento, tu te li prendi perché credi di poterli restituire. Ma si sa che non tutte le cose vanno come ci si aspetta.

Infatti, quando la crisi scoppia, i creditori della Grecia scoprono improvvisamente di aver fatto male i conti. L'austerità imposta del governo greco alla sua popolazione ha lo scopo di impedire nuovi afflussi di denaro dall'estero, perché quando a qualcuno togli il lavoro gli impedisci anche di chiedere un prestito in banca. Nel frattempo, i creditori esteri rientravano dalle loro posizioni grazie ai "salvataggi" (pagati con i soldi dei contribuenti europei) o tramite le opportunità concesse dalle privatizzazioni.

Infine, al contrario di quanto ci viene abitualmente raccontato, non è stato il debito pubblico greco a causare la crisi. Come potete osservare dall'andamento dei debiti pubblici e privati illustrati nel prossimo grafico, ad aumentare prima della crisi è staro il debito privato, trascinato dai facili prestiti al consumo dovuto all'enorme disponibilità di denaro proveniente dall'estero, mentre il debito pubblico, benchè storicamente alto, veniva tenuto sotto controllo dal governo greco. Solo dallo scoppio della crisi, a causa proprio delle politiche di austerità che hanno fatto crollare il PIL il debito pubblico greco è esploso.

If you tolerate this then your children will be next.

osservate come durante il periodo precedente la crisi è stato il debito privato e non quello pubblico a crescere inesorabilmente, mentre successivamente alla crisi avviene esattamente il contrario a causa delle politiche d'austerità.
PS: per approfondire l'argomento della crisi greca vi consiglio le seguenti letture (qui), (qui) e (qui).

lunedì 30 marzo 2015

Quando finirà la crisi?

Quando finirà la crisi? Questa è la domanda che si fanno tutti gli italiani, soprattutto quelli disoccupati o con un posto di lavoro precario. Negli ultimi anni abbiamo sentito sempre la stessa storia, quella della luce fuori dal tunnel e dell’anno successivo che sarebbe stato quello buono. Per il 2015 è attesa una debolissima crescita. Ma, basta un inversione di segno nell'andamento del PIL per poter dire di essere davvero fuori dalla crisi?

Rainews 25 marzo 2015
Supponiamo per un momento che abbiate perso il lavoro a causa di un licenziamento ingiusto, cosa che tra l’altro sarà sicuramente capitata a qualcuno di voi. Per far valere i vostri diritti vi rivolgereste a un giudice che con la solita celerità (si fa per dire) nel giro di quei due o tre anni vi farà reintegrare in azienda. Naturalmente, a causa delle novelle legislative (mi riferisco al contratto a tutele crescenti) questo esempio è diventato obsoleto, ma prendiamolo per buono almeno a livello ipotetico. Il giudice, imponendo all'imprenditore di riassumervi ripara a un torto che avete subito. Da quel momento tornerete a lavorare, e a ricevere il vostro stipendio, e  la sentenza avrà soddisfatto quello che in linguaggio giuridico si chiama il danno emergente

Tuttavia, delle persone come voi, fiere e consapevoli dei propri diritti, non si accontenterebbero di ciò. Infatti, la privazione dello stipendio per tutto quel tempo vi avrà causato notevoli grane. Sarete presumibilmente indietro con il pagamento di diverse bollette: affitto/mutuo, rate della macchina, etc. etc.. Se la legge (quella vecchia, ovviamente) non prevedesse anche il risarcimento del periodo in cui siete rimasti senza entrate a causa del licenziamento illegittimo, voi passereste dei mesi a pagare gli arretrati, e non potreste ritenervi pienamente soddisfatti della sentenza. Per questo, il giudice è tenuto valutare anche il lucro cessante che, va da sé, è pari a quella somma di cui non avete potuto godere durante il periodo di "vacanze forzate".

Questa premessa serve a introdurre il seguente ragionamento. Durante il periodo di crisi l’Italia ha perso circa un 9% del PIL. Un inversione di tendenza, per ovvi motivi, non può rappresentare l’uscita dal tunnel. Il buon senso suggerisce che prima di poter dire essersi buttati alle spalle quel brutto periodo si aspetti almeno di raggiungere i livelli precedenti al disastro.


Ma anche questo non sarebbe sufficiente. Infatti, come nel nostro esempio precedente, per poter dire di essere ritornati sul vecchio sentiero di crescita occorrebbe recuperare anche tutti i mancati guadagni patiti durante il periodo di magra.

Nel seguente grafico mi sono divertito a stimare il tempo di recupero del PIL italiano (a valori nominali, quindi senza considerare l’inflazione) secondo le seguenti ipotesi:
  • la media a cui sarebbe cresciuto il PIL (linea tendenziale tratteggiata in blu) è quella dei 10 anni che hanno preceduto la crisi (1997-2007) cioè il 4,40%;
  • la crescita prevista del PIL italiano del 2015 e del 2016 si ispira liberamente alle stime fatte dall’OCSE su crescita e inflazione, e per gli anni successivi ho inserito dei valori assolutamente arbitrari frutto della speranza di trovarsi in una situazione simile a quella degli anni buoni a cavallo fra gli ottanta e novanta del novecento.
La tabella mostra i dati utilizzati nel precedente grafico. La colonna "distanza" misura la differenza tra il PIL previsto durante il recupero e quello tendenziale, dato dalla media della crescita nominale del decennio che ha preceduto la crisi (1997-2007), e mostra un completo recupero entro l'anno 2027.
Il calcolo così eseguito prevede che l'Italia recuperi il tempo perso non prima del 2027. E stiamo sempre e solo parlando di valori nominali! Si tratta, ovviamente, di un grafico che non ha alcun valore scientifico. Infatti l’obiettivo non è fare una previsione, ma mostrarvi semplicemente quanto sarebbe lunga la strada della completa ripresa pur in presenza di una crescita assolutamente ottimistica, e fuori dalla portata di tutte le attuali più rosee previsioni. Questo significa che in pratica, ad oggi, in attesa di un cambio strutturale (o di un miracolo) non è assolutamente ipotizzabile un completo recupero dell’economia nemmeno nei prossimi dieci, o quindici, anni.



lunedì 23 marzo 2015

Le aree valutarie ottimali di Robert Mundell

Questa settimana ci occupiamo di un altro economista insignito del premio Nobel Robert Mundell e del suo celebre articolo sulle aree valutarie ottimali pubblicato nel settembre 1961 sulla rivista scientifica The American Economic Review (qui).

Le prime quattro righe sono già sufficienti a spiegare la crisi dell’eurozona:

<<It is patently obvious that periodic balance-of-payments crises will remain an integral feature of the international economic system as long as fixed ex-change rates and rigid wage and price levels prevent the terms of trade from fulfilling a natural role in the adjustment process>>

In poche parole Mundell ci dice ciò che per lui, e per tanti economisti era (ed è) assolutamente ovvio, ovvero che un  mercato unico sarà caratterizzato da periodiche crisi di bilancia dei pagamenti fino a quando i cambi fissi (e l’euro in economia è assimilabile a un cambio fisso), la bassa crescita degli stipendi e dei prezzi, ne impediranno il suo naturale assestamento. 

Se non fosse chiaro a cosa si riferisce Mundell sarà sufficiente osservare il seguente grafico:


Il grafico mostra il crollo della bilancia commerciale italiana avvenuto a seguito dell'introduzione dei cambi irrevocabili obiettivo stabiliti nel 1996 (che hanno poi generato l'euro dal primo gennaio 1999) fino al momento in cui le politiche di austerità non l'hanno riportata in surplus.

Chi afferma che l’euro non ha niente a che vedere con la crisi non ha capito di che cosa sta parlando, oppure è in mala fede.

Mundell afferma che la condizione ottimale affinché un mercato si possa dotare di una moneta unica è che all’interno di essa si creino le condizioni in cui i fattori produttivi, che in economia sono capitale e lavoro, siano perfettamente mobili. E cioè che non ci siano barriere di alcun tipo che ne impediscano lo spostamento da una parte all’altra della nostra area valutaria alla ricerca delle migliori opportunità d’investimento e di lavoro.

L’Unione Europea, ovviamente, possiede questa condizione di perfetta mobilità del fattore lavoro  solo sulla carta. Un esempio banale ma efficace sono le barriere linguistiche che, ad esempio, impediscono a molti di leggere il suddetto articolo di Mundell a causa della poca dimestichezza con la lingua inglese. Indipendentemente dal fatto che siate, o meno, sostenitori della globalizzazione (anche solo a livello europeo) è meglio che sappiate che non tutti, purtroppo, si possono permettere di vivere in un'economia di quel tipo.  

La ricerca di un’area valutaria ottimale è un elemento utilizzato per la creazione di zone economicamente stabili dove le politiche monetarie della banca centrale possono combattere più facilmente la disoccupazione. E, secondo Mundell, sono le regioni (anche se la parola regione va intesa nel senso di territorio economicamente omogeneo e non ente amministrativo) e non i confini dei singoli paesi ad essere maggiormente adatte a tale scopo.  Pertanto, il tentativo di estendere a sempre più paesi un’unica moneta è esattamente il contrario di quello che la teoria economica suggerisce. E' quindi già un obiettivo ambizioso riuscire a far funzionare aree valutarie molto più piccole di un  intero continente.

Infatti, basti pensare che neanche paesi come l’Italia o la Germania sono considerati aree valutarie ottimali. Nonostante la migrazione da sud a nord (per il nostro paese) e da est a ovest (per la Germania) ci sono ancora enormi differenze interne. Per questa ragione, i governi centrali riequilibrano il mercato interno con enormi trasferimenti fiscali da una regione all’altra. L’economista Jacq Sapir ha calcolato quanto costerebbero tali trasferimenti di denaro, in ambito europeo, dai paesi europei virtuosi a quelli meno avanzati arrivando a stimare un 8-9% annuo del PIL. L’articolo lo potete trovare a questo link (in francese) o comodamente tradotto dal blog "Voci dall’estero" (qui). E’ chiaro che ipotizzare di estendere a livello europeo una "generosità" già mal sopportata a livello nazionale preclude oggi qualsiasi ragionevole possibilità di unione politica.

lunedì 16 marzo 2015

Il ritorno alle monete nazionali favorirebbe il processo d’integrazione europea che oggi l’euro mette a repentaglio

Una semplice lettura dell’articolo scritto nel 1957 dal celebre economista premio nobel J.E.Meade e pubblicato dalla rivista scientifica The Economic Journal, vi renderà consapevoli di quanto sia superficiale, e ideologicamente orientato, l’odierno dibattito politico sul processo d’integrazione europea basato sulle cosiddette riforme.

L’articolo, dal titolo “The balance-of-payments problems of a European free-trade area”  è disponibile per la consultazione gratuita a questo link e tratta della possibilità, di cui si iniziava a parlare in quegli anni, di stabilire un’area di libero commercio fra alcuni paesi che oggi fanno parte dell’Unione Europea. Va come prima cosa notato che era perfettamente noto agli economisti, già prima degli anni cinquanta, il problema del rischio degli squilibri della bilancia commerciale fra paesi, in particolar modo all’interno di un’area di libero scambio internazionale (come quella rappresentata dall’Unione Europea, e soprattutto dall’eurozona). Tenendo conto di questo problema, Meade individuò almeno cinque possibilità di gestione di una futura area di libero scambio continentale (riferendosi, per ovvi motivi storici, a quella che allora veniva considerata l’Europa occidentale):
  1. approccio della liquidità
  2.  metodo del gold-standard
  3. criterio dell’integrazione
  4. sistema del controllo diretto
  5. struttura a cambi flessibili

Poiché non voglio rovinarvi il gusto della lettura, vi riepilogo brevemente  in cosa consistono i suddetti differenti sistemi.

Il primo, liquidity approach, consiste nella concessione di risorse finanziare da parte dei paesi con la bilancia commerciale in surplus, a quelli in deficit. In effetti, questo è ciò che è avvenuto nell’area euro dal momento della sua istituzione fino al blocco dei finanziamenti dovuto alla crisi finanziaria. Vicenda magistralmente illustrata dal vice presidente della Banca Centrale Europea nel suo discorso tenutosi ad Atene nel 2013.

La tabella di sinistra mostra la crescita progressiva dell'esposizione creditizia dei cosiddetti paesi virtuosi, che sono quelli con una posizione in surplus della bilancia commerciale, verso quelli in deficit. La tabella di destra mostra la stessa progressione in percentuale del PIL. Il calo è avvenuto in conseguenza del fatto che, quando è scoppiata la crisi, la fiducia dei creditori che aveva caratterizzato l'area euro fino a quel momento è venuta meno. La fonte sono le slide del discorso del vice presidente della BCE Vitor Constancio fatto ad Atene nel 2013 (qui)
Del resto, come osserva lo stesso Meade, questo approccio non può essere considerato che un accorgimento temporaneo, non adatto a risolvere gli squilibri persistenti della bilancia dei pagamenti.

Il gold-standard approach consiste nel ricorso alla svalutazione interna (a noi meglio nota come politica dell’austerità) da parte di quei paesi con la bilancia commerciale in deficit, e il contemporaneo ricorso a politiche opposte (inflazionistiche) da parte di quei paesi in surplus, con l'obiettivo di non far ricadere l’onere dell’aggiustamento commerciale solo sulle popolazioni in deficit. L'aspetto interessante sta nel fatto che Meade era convinto che questo sistema sarebbe saltato in quanto i governi (quelli di allora!) erano a suo dire giustamente devoti a perseguire politiche di pieno impiego, e non avrebbero mai accettato l’idea di perseguire l’obiettivo del libero scambio internazionale a scapito dell’occupazione.  

Questo mi ha fatto subito pensare alle parole di Romano Prodi nella sua ben nota intervista rilasciata al Financial Times nel 2001, in cui affermava che l’euro avrebbe permesso ai governi di fare delle riforme fino a quel momento impensabili, ma che sarebbero state possibili sull’onda delle conseguenze di una crisi economica.


Parole forse poco chiare ai più ma che diventarono molto più comprensibili, col senno di poi, a seguito di una successiva dichiarazione resa dieci anni più tardi da un altro dei padri nobili dell'euro, il Senatore Mario Monti, durante una trasmissione televisiva italiana poco prima di essere nominato Presidente del Consiglio: <<La Grecia è il più grande successo dell'euro>>.

Il terzo sistema, integration approach, si basa su un’autorità sovranazionale europea in grado di governare gli squilibri della bilancia commerciale tramite trasferimenti e politiche d’investimento nelle zone più arretrate d’Europa (Meade cita come esempio il meridione italiano). Pur essendo favorevole a tale soluzione Meade constata come essa sia di fatto irrealizzabile, in quanto comporterebbe il forte ridimensionamento del potere dei governi nazionali a scapito di un’autorità, che per quanto indipendente, avrebbe comunque il compito di affrontare scelte con  importanti conseguenze politiche (quali aree sostenere e quali no?). Non a caso quando la Banca Centrale Europea venne costituita le fu permesso di finanziare le banche private ma, al contempo, le fu impedito di porre in atto trasferimenti alle singole autorità nazionali.

La cura agli squilibri commerciali proposta nel direct-control approach è quella di limitare un certo tipo di importazioni/esportazioni in modo coordinato fra i paesi europei. Ovviamente, questo tipo di soluzione preclude la creazione di una vera area di libero scambio.

Per ultimo viene illustrato il metodo exchange-rate approach che poi è quello che fu realmente utilizzato fino alla costituzione di fatto della moneta unica nel 1996, quando vennero stabiliti i cambi irrevocabili tra le monete aderenti alla zona euro che poi entrarono in vigore a partire dal primo gennaio 1999. Meade sostiene, parafrasando Churchill, che questo tipo di approccio è semplicemente il peggiore possibile escludendo tutti gli altri. Esso non risolve affatto tutti i problemi ma fornisce un’arma, la svalutazione, a tutti quei paesi che si sperimentano persistenti deficit della bilancia dei pagamenti , funzionando da deterrente verso quei paesi che, al contrario, sfruttano  i vantaggi della loro posizione di surplus. Questa situazione metterebbe sullo stesso piano paesi creditori e debitori favorendo una maggiore cooperazione europea che permetterebbe, nel lungo periodo, la convergenza dei cambi delle singole monete europee senza dover incorrere in traumatici periodi forte disoccupazione (come quello che stiamo vivendo oggi). Io aggiungo che se ciò non avvenisse sarebbe un sintomo del fatto che non tutti i popoli europei sono disposti a intraprendere un vero percorso d'integrazione. E se così fosse, perché farglielo digerire per forza tramite l'euro?

Concludo questo post con un'altra mia personale considerazione. Se, come affermato da Meade, la via dell’integrazione europea sarebbe possibile solo attraverso l’uso di monete nazionali con cambi flessibili (proprio quelli che sono stati aboliti dall'introduzione della moneta unica) con quale diritto alcuni sostenitori dell’euro definiscono gli euro-scettici con l’appellativo di anti europeisti?