lunedì 27 luglio 2015

La spesa pubblica in Italia e nell'eurozona

Si sentono fare tanti discorsi sulla spesa pubblica italiana, soprattutto da chi si lamenta di quanto è alta e di come andrebbe tagliata. Tuttavia, da questi dibattiti, difficilmente ci si fa una chiara della situazione. Mosso da questa curiosità sono andato a controllare, e ho trovato i seguenti dati sul sito di Bankitalia.

Fonte dati: base statistca Banca d'Italia (qui)
A scanso di possibili equivoci sulla completezza dei dati, il grafico qui sopra mostra la spesa pubblica totale, divisa in: spese correnti nette, interessi, e spese in conto capitale. Possiamo osservare che la spesa pubblica italiana è, in effetti, cresciuta dal 40,7% del 1980 al 51,1% del PIL nel 2014. Tuttavia, durante il periodo oggetto della nostra analisi, l'andamento risulta essere piuttosto altalenante. Fino ai primi anni 90 si ha un progressivo aumento dovuto, praticamente in egual misura, sia all'aumento del costo delle spese correnti nette che a quello degli interessi passivi. Chi volesse conoscere il motivo dell'impennata del costo degli interessi passivi sul bilancio dello stato può farsene un'idea leggendo questo vecchio post. Successivamente, e fino alla crisi, la spesa pubblica regredisce fino al 46,8% del 2007 (sei punti percentuali sopra il dato di partenza). Infine, riprende la sua corsa a partire dal 2008 per arrivare fino al 51,1% del 2014 (ben dieci punti percentuali abbondanti sopra il dato iniziale). Tuttavia, quest'ultimo incremento è imputabile, più che altro, alla caduta del PIL dovuto alla recessione (quasi nove punti percentuali) invece che all'incremento della spesa in sè.

Ma qual è la situazione negli altri paesi dell'eurozona? Di seguito vi propongo i dati relativi all'anno 2014.

Fonte dati: base statistica Banca d'Italia (qui)
L'Italia ha una spesa pubblica complessiva più elevata della media dell'eurozona di circa due punti percentuali (il 51,1% contro una media del 49%). Ci sono, strano ma vero, paesi molto più spendaccioni del nostro: Finlandia (58,7%), Francia (57,2%), Belgio (54,4%) e Austria (52,3%).

Se poi osserviamo il dato della spesa corrente al netto degli interessi, quella che comprende tutti i costi che normalmente si sente dire che dovremmo tagliare (che vanno dalle pensioni alla sanità, passando per la scuola pubblica, e gli stipendi della pubblica amministrazione) vediamo che la percentuale dell'Italia è nella media dell'eurozona (42,8% contro una media del 42,7%). Consideriamo anche il fatto che, con una crisi come quella attuale, che provoca una forte disoccupazione, alcune spese, come ad esempio quelle relative alle prestazioni di sostegno al reddito, aumentano.

Prima della crisi la situazione era la seguente.

Fonte dati: base statistica Banca d'Italia (qui)
Intanto, osserviamo il fatto che, nonostante quello che ci veniva ripetuto qualche anno fa, le politiche di austerità non sembrano essere state utili al contenimento della spesa pubblica. Il motivo per cui era ovvio che non sarebbe stato così, se vi interessa, lo trovate in uno dei primi post di questo blog (qui).

Comunque, nel 2007 l'Italia aveva una spesa pubblica totale più alta della media dell'eurozona di un punto e mezzo percentuale (46,8% contro una media di 45,3%) ma la nostra spesa corrente al netto degli interessi era al di sotto di un mezzo punto abbondante (37,5% contro una media del 38,1%).

La cosa più interessante però si nota meglio isolando il dato della spesa corrente, come nel grafico sottostante.

Fonte dati: base statistica Banca d'Italia (qui)
Come potete vedere, prima della crisi, tutti i paesi definiti PIGS (maiali), e chiamati così per la voracità del loro settore pubblico, avevano in realtà, tutti, una spesa corrente netta più bassa della media dell'eurozona. Oltre ai casi limite rappresentati da Spagna e Irlanda, è sorprendente notare che il "corrotto e inefficiente" stato greco spendeva meno di quello tedesco.

Da questa breve ma significativa analisi, credo di poter trarre la seguente conclusione. Di certo, i tanti sprechi presenti nelle varie amministrazioni pubbliche andrebbero eliminati il più possibile. Ma un conto è sostenere, a priori, che bisogna tagliare la spesa pubblica, quando, a giudicare dal livello degli altri paesi europei, non emerge una così rilevante, e urgente, necessità. E un altro è propendere per una maggiore efficienza e/o per una differente allocazione della spesa. Tanto per citare un esempio, sarebbe auspicabile aumentare i fondi destinati all'istruzione che, come abbiamo visto qui, non sono in linea con quelli della media europea.

Purtroppo però, molto spesso, accade che i discorsi sulla spesa pubblica prescindano dalla realtà dei fatti, e presentino forti connotazioni ideologiche. Un esempio, fra i tanti, è la discussione che vi propongo di seguito, che mi è capitato di fare su Twitter con Alessandro De Nicola (presidente dell'associazione Adam Smith Society e professore di diritto commerciale all'Università Bocconi di Milano) autore dell'articolo che segue.











lunedì 20 luglio 2015

La resa incondizionata di Tsipras

Potete scaricare da fonti ufficiali qui il testo dell'accordo che il primo ministro greco Tsipras ha accettato alla riunione dell'Eurogruppo di domenica 12 luglio.

Di fatto, per capire che non si tratta di un compromesso ma di una vera e propria capitolazione basta leggere le prime righe, in cui si asserisce che lo scopo della riunione è ricostruire la fiducia verso le autorità greche come prerequisito per un futuro intervento del Meccanismo di Stabilità Europeo (MES) e del Fondo Monetario Internazionale. A tale scopo, l'Eurogruppo accoglie gli impegni del governo greco a procedere con sollecitudine ad approvare una serie di riforme come prerequisito per futuri ulteriori accordi sul debito.
Da ciò se ne deduce che il dramma che sta vivendo il popolo greco non è prioritario per i governi degli altri paesi d'Europa. Quello che conta è che il primo ministro Tsipras si impegni a fare delle riforme a tempo di record.

E in cosa consistono queste riforme? Aumenti di tasse e diminuzione dei servizi. Entro il 15 luglio (tre giorni dopo):

  • aumento dell'iva
  • aumento dell'età pensionabile
  • salvaguardia dell'indipendenza dell'istituto di statistica nazionale
  • riprisitnare i limiti dei parametri del Patto di Stabilità (Maastricht) ed eseguire ulteriori tagli automatici in caso sforamento dai suddetti parametri

Entro il 22 luglio (dieci giorni dopo):

  • riforma del codice di procedura civile per velocizzare la giustizia e ridurne i costi
  • approvare la direttiva europea sul salvataggio delle banche (si tratta, in pratica, del bail-in di a cui vi ho già accennato qui).
Solo dopo l'approvazione di queste riforme da parte del parlamento greco, così come degli altri "suggerimenti" inclusi nell'accordo, e la verifica da parte delle istituzioni europee, l'Eurogruppo potrà (a sua discrezione) dare il via alla procedura di finanziamento tramite il MES. 



E a quel punto scatterà l'obbligo di approvare anche le seguenti ulteriori misure:

  • altri tagli alle pensioni
  • un'ambiziosa riforma di liberalizzazione del commercio 
  • una serie di privatizzazioni, tra cui è espressamente citata quella del gestore dell'energia elettrica
  • una rigorosa riforma del mercato del lavoro che elimini la contrattazione collettiva e faciliti i licenziamenti
  • nuovi tagli ai costi dell'amministrazione pubblica
Relativamente alle privatizzazioni, le attività pubbliche da dismettere verranno conferite ad un fondo privato indipendente. Tale istituzione sarà gestita dalle autorità greche, con la supervisione delle istituzioni europee.


L'Eurogruppo ci tiene a sottolineare che la lista sopra menzionata di riforme rappresenta il minimo affinché la Grecia possa accedere ai finanziamenti del MES e che, in ogni caso, tutto ciò non impegna le istituzioni europee. 


L'Eurogruppo è inoltre contrario riguardo alla possibilità di una ristrutturazione del debito greco.


Da ultimo, quasi a sottolineare la generosità dell'Europa, viene stabilito che la Commissione Europea lavorerà a stretto contatto con le autorità greche per trovare, nei prossimi 3-5 anni, 35 miliardi di fondi da utilizzare per gli investimenti. Un impegno piuttosto generico, se si considera il fatto che, per il momento, si fa fatica a metter insieme anche i capitali minimi per il piano Juncker sugli investimenti.

Quanto successo domenica, a distanza da una settimana dal referendum greco in cui i cittadini avevano risposto no (oxi) a nuovi sacrifici è l'ultima, inesorabile prova, del fatto che l'ingerenza delle istituzioni europee è ormai tale da palesare la formale sospensione della democrazia in Grecia. 

Non esiste euro senza austerità. E sarebbe troppo lungo riproporvi tutte le ragioni per cui queste misure saranno letali per la Grecia che, come potrete leggere dettagliatamente da questo articolo, una serie di riforme le ha già fatte (e non sono servite a favorire la crescita economica). 

In "Le conseguenze economiche della pace" Keynes si espresse in questo modo riferendosi al trattato di Versailles che pose fine alla prima guerra mondiale:

«Anche in queste ultime, angosciose settimane ho continuato a sperare che trovaste un modo qualunque per fare del trattato un documento giusto e realistico. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta»

Oggi, le stesse parole valgono per questo nuovo umiliante trattato subito dal popolo greco.  








lunedì 13 luglio 2015

Dal Corriere della Sera, Sergio Rizzo su: crescita, sprechi, corruzione e debito pubblico

Oggi voglio segnalarvi questo articolo apparso la settimana scorsa sul Corriere della Sera che si riferisce ad un documento del Centro Studi per l'Economia Reale del Prof. Mario Baldassarri, stimato economista ed ex parlamentare di Alleanza Nazionale e Popolo della Libertà.

Premetto che, non essendo ancora disponibile lo studio in questione, i miei commenti si baseranno esclusivamente su quanto scritto nell'articolo di Sergio Rizzo (divenuto popolare con il libro "La Casta"). Non me ne voglia quindi il Prof. Baldassarri, nell'eventualità che il giornalista in questione non sia stato esaustivo nelle sue spiegazioni, o se gli fosse capitato di incorrere in qualche lieve imprecisione.

Sergio Rizzo ci invita a immaginare: <<un paese dove il debito pubblico sia al 58,3% di un PIL superiore di qualcosa come 236 miliardi al nostro di oggi>>. Tutto questo sarebbe possibile, secondo il rapporto in questione, se si fosse fatta un'adeguata lotta agli sprechi tra il 2002 e il 2014, il cui risultato sarebbe stato una maggior crescita del PIL italiano stimata in 128-141 miliardi.

Da quanto riferito dall'articolo del Corriere, lo studio dell'economista Baldassarri <<parte dal presupposto che sprechi e corruzione siano direttamente proporzionali all'andamento della spesa pubblica corrente>>. E' noto il fatto che la stima di fenomeni quale la corruzione siano di difficile misurazione. Viene tuttavia da domandarsi, per quale motivo si dovrebbero misurare gli sprechi e le altre attività criminali solo nel settore pubblico, dato che queste sono cose che accadono tanto nel pubblico quanto nel privato?

Esiste poi un altro problema, ben più importante. Nei manuali di economia, il PIL è descritto come la composizione dalle seguenti grandezze:

Y = C + G + I + X - M

Y = PIL
C = consumi privati
G = consumi pubblici
I = investimenti
X = esportazioni
M = importazioni

Pertanto, che effetto avrebbe su di esso una generale diminuzione degli sprechi, e quindi dei consumi stessi? Così, a prima vista, direi che questo comporterebbe una riduzione del PIL, indipendentemente dal fatto che gli sprechi (ovvero i consumi) diminuiscano nel pubblico o nel privato, o peggio ancora, in entrambi i settori. Del resto, non è difficile immaginare che, un taglio da parte degli uffici pubblici alle spese per gli abbonamenti dei quotidiani (come il Corriere della Sera) comporterebbe si una minor spesa per lo stato (non sappiamo se per una riduzione degli sprechi o meno) ma di conseguenza anche un minor ricavo per RCS, e quindi un importo in meno da aggiungere al calcolo del PIL.

Identico discorso vale per la corruzione. Le tangenti, o mazzette, di cui beneficiano i corruttori vanno ad alimentare i consumi degli stessi. Non si è mai sentito (non escludo che ci sia, ma non è consueto) di un politico corrotto che conduce una vita monacale, pur disponendo di ingenti somme frutto della sua attività criminale. Nonostante il giudizio morale, o perfino giuridico, il dato di fatto contabile è che le spese di qualcuno corrispondono sempre al reddito di qualcun altro.

Il giornalista Rizzo, pone l'enfasi sul fatto che, se si fosse dichiarato guerra alla piaga degli sprechi e della corruzione, lo stato avrebbe potuto tagliare la spesa pubblica corrente di 70 miliardi destinandoli quasi totalmente alla riduzione delle tasse. Certo che, con più denaro nelle tasche proveniente dalla riduzione delle tasse, si presume che i consumi privati sarebbero aumentati. La stessa cosa invece non si può dire di quelli pubblici che, per effetto dei tagli alla spesa corrente, evidentemente, sarebbero diminuiti. Inoltre, partendo dall'idea molto in voga nell'area politica a cui appartiene il Prof. Baldassari (candidato nel 2013 con la lista Monti per L'Italia), che lo stato è più sprecone dei cittadini privati, questa compensazione avrebbe potuto addirittura tramutarsi in una crescita negativa del PIL.

In effetti, però, ci sarebbe un motivo per cui la lotta alla corruzione e agli sprechi potrebbe portare un beneficio alla crescita del PIL, anche se non è semplicemente legato alla riduzione delle tasse. Dalla Teoria Generale di Keynes, libro III sulla propensione al consumo, capitolo 8.III,  apprendiamo che la propensione marginale al consumo è più alta nei redditi bassi. Ciò significa, banalmente, che chi guadagna meno consuma una porzione maggiore del suo reddito rispetto a chi può godere di maggiori entrate.

Quindi, relativamente agli sprechi, se diamo per assunto il fatto piuttosto noto che, solitamente, le spese voluttuarie di un benestante sono maggiori di quelle di una persona umile, una ridistribuzione della ricchezza avrebbe come effetto un aumento dei consumi e di conseguenza del PIL. Per quanto riguarda la corruzione, partendo dall'ipotesi suffragata dalla saggezza popolare (ma tutta da dimostrare), per cui l'occasione fa l'uomo ladro, da cui ne consegue la considerazione che i ricchi sono più corrotti dei poveri, l'attenuazione di questo fenomeno criminale comporterebbe gli stessi effetti ridistributivi sopra illustrati.

Rizzo scrive, con un po' di rammarico: <<se fosse andata davvero così [...] l'Italia avrebbe potuto rispettare senza alcuna difficoltà il famigerato fiscal compact>>. A questo punto viene da chiedersi: quale sarebbe l'effetto della crescita sul debito? Se consideriamo il debito pubblico, ovviamente, un aumento del PIL (trascinato dai consumi) causerebbe, molto probabilmente, una diminuzione del debito in percentuale al PIL. Cosa peraltro accaduta durante il periodo che ha preceduto la crisi attuale (qui).

Tuttavia, nonostante nei giornali e in TV si parli solo di quello, il debito non è solo quello pubblico ma è anche quello privato. E cosa succederebbe al debito privato, se improvvisamente gli italiani avessero più denaro da utilizzare nei consumi? Sempre quello che è successo per tutti gli anni precedenti la crisi, aumenterebbe (qui).

Infatti, chi ha programmato e messo in atto l'austerità a partire dal 2011, non l'ha fatto per rilanciare la crescita del PIL attraverso i consumi degli italiani, ma ha agito nel tentativo (perfettamente riuscito) di colpirne i redditi attraverso la disoccupazione, per far diminuire le importazioni che in quel momento storico superavano le esportazioni causando l'aumento del debito (privato) con l'estero (qui).

Pertanto, come si può leggere dagli studi di tanti rinomati economisti (ad esempio qui, qui e qui), in un sistema come il nostro (l'eurozona) la crescita del PIL può essere ottenuta solo rispettando il vincolo esterno, ovvero il pareggio della bilancia delle partite correnti, attraverso l'aumento delle esportazioni, e quindi mediante la svalutazione dell'unico fattore produttivo flessibile rimasto, il lavoro. In questo sistema, una politica ridistributiva che favorisse l'aumento dei consumi sarebbe suicida.

Come ricorda Sergio Rizzo, che potrebbe anche avere ragione: <<l'economia è una cosa troppo seria per lasciarla fare agli economisti>>. Forse però è ancora troppo presto per consegnarla nelle mani dei giornalisti.



lunedì 6 luglio 2015

La Grecia e la fila al bancomat

Da almeno una settimana il servizio di apertura di ogni telegiornale mostra le immagini dei greci che fanno la fila in banca per ritirare la pensione, o prelevare al bancomat, fino a un massimo di 60 euro giornalieri. Queste immagini sono sempre accostate, precedute, o seguite, dagli ipocriti inviti al dialogo di qualche esponente della Troika, peraltro responsabile di aver chiuso i rubinetti alle banche greche dopo la rottura della trattativa in corso con il gorveno ellenico. Questi poi, non si fanno nemmeno alcun problema a intervenire spudoratamente nella politica interna di un paese terzo, suggerendo di votare si al referendum indetto da Atene, e prospettando la possibilità che questo aprirebbe la strada ad un accordo più favorevole con la Grecia. Infine, il giornalista di turno riporta qualche dichiarazione di Tsipras (il primo ministro greco) che invita i suoi elettori a confermare la scelta contro l'austerità, che peraltro hanno già preso votandolo alle ultime elezioni facendogli fare, più o meno velatamente, la figura responsabile della situazione e della presunta catastrofe che colpirebbe il suo popolo se si azzardasse a sfidare la Troika uscendo dall'euro. La campagna mediatica in corso è talmente maligna, e di cattivo gusto, che non posso esimermi dal cercare di ripristinare, pur con i miei limitati mezzi, un po’ di lealtà d’informazione.

In Grecia è si in corso una fuga di capitali dalle banche, ma dal 2010, non da qualche giorno. Pensavate davvero che le persone che potevano vantare almeno una discreta sommetta da parte avrebbero aspettato l’estate 2015 per mettere al sicuro i propri risparmi dalla svalutazione? No. E infatti, come potete osservare dal grafico qui sotto, sono cinque anni che dalla Grecia i capitali fuggono all’estero.

Nel grafico qui sopra i dati mensili relativi alla consistenza dei depositi bancari in Grecia in milioni di euro dal 2001 (anno di entrata della Grecia nell'euro) fino al 2015. Osservate come il bank run vero e proprio, al cui confronto quello di questi giorni è poca cosa, inizia nel 2010, poco dopo il primo "salvataggio" da parte della Troika.
Fonte dati; Banca di Grecia (qui)
Le banche greche sono state finanziate in eccesso per anni da quelle francesi e tedesche che, evidentemente, consideravano un buon affare investire in Grecia. Questo fino alla crisi, quando le banche del centro e del nord Europa hanno improvvisamente smesso di finanziare quelle elleniche. A quel punto, la paura dell’uscita dall’euro, e della conseguente svalutazione della dracma, hanno provocato quello che gli economisti chiamano bank run (corsa agli sportelli). Quello a cui assistiamo oggi, grazie al clamore dei media, è solo l’ultima fase di un processo iniziato cinque anni fa nel loro più totale silenzio.

Questa storia finirà in due modi:
  1. se la Grecia non dovesse trovare un accordo con la Troika e uscisse dall’eurozona, molto semplicemente, stamperebbe la propria moneta, che varrebbe sicuramente meno dell’euro, ma che sarebbe comunque disponibile in banca senza limiti ai prelevamenti, come in ogni paese del mondo;
  2. se invece la Grecia dovesse trovare un accordo con la Troika, riprenderebbe il programma di finanziamenti tramite il fondo salva stati europeo (il MES), magari spremendo ancora una volta i contribuenti europei (e/o quelli greci), e le file al bancomat, scomparirebbero anche in questo caso.
Quindi, questi disagi sono solo contingenti, e soprattutto, ne sono responsabili coloro i quali, dopo aver fatto gli interessi delle banche private che hanno investito in Grecia, e che sono rientrate dai loro crediti tramite i soldi dei contribuenti, ora stringono il cappio intorno al popolo greco già martoriato da anni di crisi e disoccupazione. 




lunedì 29 giugno 2015

L'unione bancaria senza entrare nei dettagli tecnici

Chi tra voi ha letto interamente il solito discorso del vice presidente della BCE che vi cito spesso (qui) ricorderà che, oltre a mostrare come la principale ragione della crisi finanziaria dell'eurozona sia, di fatto, la moneta unica (l'euro) suggeriva anche un rimedio: più integrazione. Che poi è la solita logica di quelli butterebbero benzina per spegnere un incendio in un bosco e che, davanti a chi gli facesse notare che in questo modo l'incendio non si spegnerà, casomai divamperà ancora di più, rispondono che ci vuole semplicemente ancora più benzina. Alla fine, le fiamme smetteranno di ardere solo quando avranno distrutto tutto.

Comunque, per chi non si ricorda vi riassumo, in breve, il problema che sta alla base delle unioni monetarie, e quindi anche dell'eurozona. Succede che, eliminando il rischio di cambio, ovvero le oscillazioni fra i cambi delle monete nazionali, gli investitori (le grandi banche europee) fanno fluire i loro capitali in quei paesi dell'area che sono più economicamente arretrati, e che pertanto offrono i migliori tassi d'interesse. La logica che sta alla base di questo processo è piuttosto elementare: chi ha più bisogno di soldi è disposto a pagarli più cari, e chi vuole investire i soldi li da a chi li fa rendere di più.

Così facendo però si alimenta una bolla finanziaria, e gli investitori si espongono al rischio di credito, ovvero di non rivedere indietro i propri soldi. Il motivo per cui il processo non si ferma, e la bolla continua a crescere, è che finché la barca va, nessuno ha di che lamentarsi. Né chi riceve i soldi in prestito a un tasso d'interesse più basso rispetto a quando il rischio di cambio ne diminuiva la credibilità, né gli investitori che approfittano della situazione per guadagnare il più possibile.

Quindi, nel breve periodo, il botto futuro è una specie di spada di Damocle a cui tutti pensano di sottrarsi appena in tempo. Infatti, nel lungo periodo, quando le cose si mettono male, interviene lo stato che nei paesi investitori salva le banche e in quelli debitori impone l'austerità. E trasforma i debiti e crediti privati in debiti e crediti pubblici. In economia questo comportamento si chiama azzardo morale (moral hazard).

L'unione bancaria è, in poche parole, un accordo tra i paesi dell'eurozona che mira a disincentivare l'azzardo morale delle banche private. Come? Se, fino a oggi la vigilanza del settore bancario, e gli eventuali salvataggi, spettavano alle banche centrali dei singoli paesi che, nonostante l'indipendenza, sono comunque sotto l'influenza politica dei governi nazionali, in futuro questi compiti spetteranno a un'istituzione europea. Si tratta, sostanzialmente, dell'ennesima cessione di sovranità nazionale.

Il più contestato dei sistemi che questa organizzazione europea potrà utilizzare per risanare i bilanci delle banche è il cosiddetto bail-in che rappresenta la facoltà di prelevare i soldi necessari direttamente dai conti correnti dei clienti (solo di quelli non garantiti). Un simile precedente in Europa è avvenuto durante la crisi finanziaria del 2013 a Cipro. Successe che i correntisti vennero alleggeriti di parte dei loro risparmi per pagare i debiti delle proprie banche. E vi ricordate anche cosa disse a proposito del metodo decisionale della UE l'attuale presidente della Commissione Europea Junker?

"We decide on something, leave it lying around and wait and see what happens. If no one kicks up a fuss, because most people don't understand what has been decided, we continue step by step until there is no turning back."

Traduco: noi prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere cosa succede. Se non protesta nessuno, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto in cui non si può più tornare indietro

Infatti il bail-in è stato approvato il mese scorso dal Senato (qui) e sta diventando legge anche in Italia, recependo l'apposita direttiva europea (qui). Lo so che tanto molti di voi diranno che non ve ne importa niente, tanto i conti correnti sono comunque garantiti fino a centomila euro.
Tuttavia, il problema di queste decisioni, come di tante altre, è sempre lo stesso. E' quello di spostare a livello sovranazionale, cioè a istituzioni che non devono rendere conto direttamente agli elettori, sempre più decisioni che ci riguardano, più o meno da vicino, e comunque tutte quelle di carattere economico. Alla fine tutto si sistemerà solo quando anche delle nostre democrazie, come del bosco incendiato, non rimarrà più niente.



PS: per capire meglio quali sono le nostre prospettive democratiche, e quelle di tutti i popoli europei, di fronte a questo tipo di istituzioni vi invito a leggere le seguenti dichiarazioni tratte da questo recentissimo articolo della BBC:

  • Wolfgang Schauble (ministro delle finanze tedesco) riferendosi al mandato elettorale del primo ministro greco Alexis Tsipras: <<Election change nothing. There are rules>>


  • Jean Claude Juncker (Presidente della Commissione Europea) che aggiunge un'altra perla a quelle già riportate in precedenza (qui): <<There can be no democratic choice against the European treaties. One cannot exit the euro withouth leaving the EU">>













lunedì 22 giugno 2015

Farebbero bene, i greci, a non pagare i debiti?

Oggi si terrà il vertice europeo che permetterà, forse, di raggiungere un accordo con il governo greco. Intanto, è di questi giorni la notizia che il comitato di verità sul debito pubblico di Atene sostiene che esso sia: illegale, illegittimo e odioso.

Diversi paesi, nel corso della storia, hanno tentato questa strada per ripudiare il debito pubblico (qui). Al di là dei motivi di diritto internazionale che spingono un governo a questa decisione, che io non ho i mezzi per giudicare, le conseguenze di un atto del genere sono quelle della bancarotta. Oggi si parla, più elegantemente, di ristrutturazione del debito oppure di haircut.

Sia chiaro che ai creditori, e ai futuri investitori, importa poco del perché loro non rivedranno i soldi indietro. Quindi, per quanto sul piano storico e culturale sia importante affermare la verità sul debito pubblico greco, sul piano finanziario fa poca differenza.

E qual è la verità? Innanzitutto che il debito pubblico greco non è causa della crisi greca ma, casomai, ne è solo la diretta conseguenza. E che se si vuole capire la causa, è inutile, anzi fuorviante, concentrarsi sul settore pubblico e sulle sue spese.

Se osservate il grafico qui sotto, potete notare come il debito pubblico greco (linea blu) sia rimasto, alto ma stabile dal 1995 al 2008 (anno di inizio della crisi). Nello stesso periodo quello privato (linea rossa) è praticamente esploso. Nel periodo successivo al 2008, il debito pubblico ricomincia a correre mentre quello privato, ad eccezione di un'impennata tra il 2009 e il 2010, si stabilizza.

Come potete osservare in questo grafico, il debito privato (i dati li trovate qui) è la vera ragione scatenante della crisi economica greca. Infatti, il debito pubblico  (i dati li trovate qui e qui) rimane stabile per tutto il periodo precedente il 2008.
Cos'è successo? L'euro ha permesso ai greci (imprese e famiglie) di indebitarsi sempre di più. Perché gli investitori, prevalentemente banche francesi e tedesche, non correndo più il rischio di cambio hanno approfittato dei, relativamente alti, tassi d'interesse concessi dall'economia greca. Come spiega bene il vice Presidente della Banca Centrale Europea in questo discorso, tenuto proprio ad Atene nel 2013, la responsabilità di quanto accaduto non va imputata ai debitori greci ma ai loro creditori del nord Europa.

<<Da dove sono arrivati i finanziamenti che hanno fatto esplodere il debito privato? Un particolare aspetto del processo di integrazione finanziaria in Europa dopo l'introduzione dell'euro è stato un maggior incremento nelle attività bancarie intraeuropee. Le esposizioni finanziarie delle banche dei paesi creditori nei confronti di quelle dei paesi debitori sono più che quintuplicate tra l'introduzione dell'euro e l'inizio della crisi finanziaria>> Vitor Constâncio (Vice Presidente della BCE).

Il risultato, è un progressivo aumento del debito estero Greco che, come vedete nel grafico qui sotto è stato "curato" (si fa per dire) con un forte aggiustamento della bilancia delle partite correnti eseguito tramite le solite politiche di austerità che hanno messo in ginocchio l'economia greca.

Questo grafico mostra il deterioramento del saldo delle partite correnti avvenuto in Grecia negli anni duemila, che peraltro erano allarmanti ben prima che avesse inizio la crisi, e la correzione avvenuta successivamente al 2008 tramite l'austerità. I dati sono disponibili qui.
In realtà, più che un cura si è trattato di uno spostamento del problema. Infatti, come potete osservare dal grafico del Sole24Ore (qui) la Troika ha permesso alle banche francesi e tedesche di rientrare dei loro investimenti in Grecia tramite il fondo salva stati europeo (MES). In pratica ora i greci sono sempre più indebitati, ma meno con le banche private, e di più con il MES pagato dai soldi dei contribuenti europei. Tra l'altro, come potete osservare proprio dal grafico del Sole24Ore, chi ci ha rimesso di più siamo noi italiani che in Grecia avevamo investito molti meno soldi di Francia e Germania. Insomma, ci hanno usato come un bancomat per salvare i loro pessimi investimenti. E questo vale sia per noi, che per i contribuenti tedeschi e francesi.

Perché capire tutto questo meccanismo è importante? Per il semplice fatto che, il debito greco (e non solo quello pubblico) è sì odioso, illegale e illegittimo non saprei, ma se non si interrompe il meccanismo che lo ha provocato, l'euro, rifiutarsi di ripagarlo è solo un altro modo per spostare il problema di qualche anno.

Concludo con una piccola perla. In questi giorni mi è capitato anche di sentire il Professor Romano Prodi affermare (qui) che, quando lui era a capo della Commissione Europea, si era accorto che i conti della Grecia non erano proprio a posto ma che fu messo a tacere. La verità di Romano Prodi, comunque a scoppio ritardato, che consiste nel dare la colpa al governo che truccava i conti è l'ennesima foglia di fico, messa lì per provare a nascondere un problema che, nonostante gli imbrogli, era troppo grande per non essere visto. Era infatti ben noto a tutti, Prodi compreso, che il saldo delle partite correnti greche fosse fuori controllo già dai primi anni 2000. Lo potete vedere dal grafico qui sopra. Che i conti fossero truccati o meno, non fa alcuna differenza. Gli artefici dell'euro hanno rimandato il problema finché hanno potuto, e a tale scopo hanno anche permesso al governo greco di truccare i conti, perché erano proprio loro, in definitiva, i responsabili di quanto stava accadendo!










lunedì 15 giugno 2015

Bilderberg 2015

Dall'undici al quattordici giugno si è svolta a Telfs-Buchen, vicino Innsbruck, in Austria, la consueta riunione annuale del Bilderberg. Benché sia un evento a cui partecipano un centinaio tra le persone più importanti del mondo,  e nonostante siano disponibili sul sito internet ufficiale (qui) alcune minime informazioni, non ne sentirete parlare alla televisione, o sui giornali. Strano che in un mondo in cui gli ascolti, o le copie vendute, sono in cima agli interessi dei direttori dei giornali e dei telegiornali, tali notizie non suscitino alcun interesse professionale.

L'informazione sul Bilderberg è confinata in qualche trasmissione complottista di secondo piano, tra i rettiliani e i templari, in modo che l'argomento perda immediatamente la credibilità che gli servirebbe per farlo uscire dalla sua nicchia e raggiungere una platea più ampia di persone. E' la regola della nostra informazione di massa: puoi dire quello che vuoi finché non ti ascolta nessuno.

Secondo quanto si apprende direttamente dal sito web ufficiale, il Bilderberg è stato fondato nel 1954 con l'obiettivo di favorire il dialogo tra Europa e Stati Uniti. 120-150 leader politici, industriali, finanzieri, accademici ed esponenti dei media sono invitati ogni anno alla conferenza, in cui si parla di importanti questioni a livello mondiale. In quest'ultima edizione: intelligenza artificiale, cybersecurity, trattati sulle armi chimiche, questioni economiche d'attualità, strategia europea, globalizzazione, Grecia (non per prenotare le imminenti vacanze estive), Iran, Medio Oriente, N.A.T.O., Russia, terrorismo, Regno Unito, USA (in vista dell'elezioni presidenziali americane dell'anno prossimo).

Sempre dal sito ufficiale apprendiamo che gli invitati sono liberi di utilizzare, per se stessi, le informazioni ricevute durante la conferenza ma che non possono rivelarle a nessuno. Questo mi ricorda un po' quei film in cui si dice la famosa frase: <<Se te lo dicessi poi dovrei ucciderti>>.

Inoltre, secondo gli organizzatori, grazie alla natura privata della riunione, i partecipanti possono parlare più liberamente senza essere vincolati, nelle loro opinioni, dalla posizione che ricoprono. Quindi, ufficialmente il Bilderberg è un'esclusiva sala da tè. E' solo un luogo in cui dei privati cittadini si confrontano liberamente su delle importanti questioni a livello mondiale. Ma voi credete davvero che a una simile conferenza si venga invitati come privati cittadini, e non per il ruolo che si ricopre e l'influenza in grado di esercitare in alcuni ambienti? Infatti, casualmente, i partecipanti sono tutti membri di importanti organizzazioni mondiali sia private che pubbliche. Potete consultare la lista ufficiale degli invitati qui.

Esistono altre organizzazioni come il Bilderberg, e forse, anche più esclusive. C'è, ad esempio, la Trilateral Commission, in cui il nostro Mario Monti ha ricoperto il ruolo di presidente del comitato europeo fino alla sua nomina a Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica nel novembre 2011. Oppure, il Council of Foreign Relations in cui qualche mese fa ha dato spettacolo un imbarazzante Matteo Renzi che, in un inglese un po' stentato, ha annunciato il Jobs Act come principale obiettivo del suo governo (qui).

Tornando al Bilderberg, gli invitati italiani di quest'anno sono i seguenti: Franco Bernabè (ex amministratore delegato di Telecom, ora presidente della società d'investimenti FB Group), John Elkann (tra le altre cariche, Presidente della Fiat Chrysler automobili), Mario Monti (che non ha bisogno di presentazioni), Gianfelice Rocca (Presidente Gruppo Techint, tra i leader mondiali dei settori: siderurgia, energia e infrastrutture) e anche la popolare giornalista televisiva Lilli Gruber che, l'anno scorso, era stata sostituita dalla direttrice di Rainews e Televideo Monica Maggioni.

Qua sotto, la lista dei partecipanti italiani a partire dal 2008:

La tabella mostra gli invitati italiani al Bilderberg a partire dal 2008. La fonte è la pagina web del Bilderberg (qui), e per il 2008 (qui). Il 2009 invece l'ho trovato su un altro sito (qui).

Potete osservare come, tra i politici della lista, facciano parte tre degli ultimi cinque presidenti del consiglio italiani (Prodi, Monti e Letta), tre ex ministri economici (Padoa Schioppa, Siniscalco e Tremonti) e l'attuale presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Tra l'altro, sono tutte persone di cui conosciamo bene il pensiero politico ed economico, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Infatti, il problema non è tanto quello di essere privati delle dichiarazioni, riservate, di simili personaggi ma di essere tenuti all'oscuro della strategia in atto per perseguire i loro obiettivi apertamente dichiarati: più mercato, più privatizzazioni, più Europa, etc. etc.. Anche perché simili strategie, se condivise fra pochi eletti, evidentemente, si implementano a prescindere dall'opinione pubblica.

Di seguito, vi propongo la lista dei venti più assidui partecipanti delle ultime riunioni (a partire dal 2008):

La tabella mostra i nomi di coloro i quali sono stati sempre invitati al Bilderberg a partire dal 2008. Le fonti sono le medesime della precedente tabella.
Lo so che questi nomi non dicono niente alla maggior parte di noi ma in fondo cosa cambia? Sono solo dei privati cittadini.