Francesco Giavazzi è un economista italiano conosciuto al grande pubblico anche grazie ai suoi articoli sul Corriere della Sera. E' di orientamento liberista, insegna politica economica all'Università Bocconi di Milano e al MIT di Boston, ha collaborato con diversi governi tra i quali quello di Mario Monti nel 2012.
Alcune sue dichiarazioni del passato fanno intendere che abbia lievemente sottovalutato la portata della crisi.
4 agosto 2007
<<La crisi del mercato ipotecario americano è seria, da qualche settimana ha colpito anche le borse, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata>>
16 settembre 2008
<<l'economia del mondo è nelle mani di persone responsabili che non decidono guidati dall'ideologia (come pure qualcuno ieri, a Washington, suggeriva), ma dal buon senso>>
Inoltre, il Prof. Giavazzi, insieme ad Alberto Alesina, è famoso per aver enunciato la cosiddetta teoria dell'austerità espansiva, secondo la quale i tagli alla spesa pubblica farebbero crescere l'economia.
22 gennaio 2013
<<Si sta diffondendo una sciocchezza, cioè un'opinione che non ha riscontri nell'evidenza empirica. Il rigore dei conti sarebbe la ragione per cui la recessione si prolunga e la disoccupazione non scende>>
Ho già mostrato (qui) come l'opinione del Prof. Alesina relativamente all'euro sia evoluta nel corso del tempo. Per quanto riguarda invece il Prof. Giavazzi, il dietrofront riguarda le origini della crisi. In un suo articolo uscito recentemente, corredato da uno studio scientifico riguardante le opinioni sulla crisi di 20 economisti di fama mondiale (qui), egli afferma che non si trattò di un problema di conti pubblici fuori controllo.
7 settembre 2015
<<It was a sudden stop, not a public debt crisis>>
Pertanto, l'austerità imposta, ad esempio, al governo greco non è stata solo inutile ma persino dannosa.
<<In response, Greece slashed spending and raises taxes. But this backfired; it set off an austerity cycle>>
Naturalmente, voi tutto questo lo sapevate già. Perché la confessione di Giavazzi è tardiva. Aveva già detto tutto il vice presidente della BCE due anni fa ad Atene (qui).
Personalmente, cerco di avere il massimo rispetto per le opinioni di chiunque ritengo in buona fede. E non conosco il motivo per cui il Prof. Giavazzi, rispetto ad altri, abbia impiegato così tanto tempo a maturare questa sua nuova convinzione. Ma purtroppo, mentre il tempo trascorreva e l'austerità faceva il suo corso, in Spagna aumentavano i suicidi (qui), in Italia raddoppiavano (qui), e in Grecia si contano addirittura 10.000 morti dall'inizio della crisi (qui).
Queste vittime meritano almeno lo stesso rispetto concesso ai ragionamenti fallaci di qualche economista, e ai loro ripensamenti. Quindi, secondo me, non dovremmo mai dimenticarci dei traguardi raggiunti in diversi campi dalla scienza moderna.
L'acqua bagna e la disoccupazione uccide.
Questo blog è nato per divulgare il mio lavoro di autoinformazione che consiste nel pubblicare: dati, opinioni, e testimonianze sugli argomenti che approfondisco. Lo stile sarà sempre quello che, secondo me, distingue una sana informazione dalla propaganda, e cioè separare i fatti dalle teorie e dai giudizi. Seguitemi anche su Twitter. Wendell Gee @WendellGee1985
lunedì 28 settembre 2015
lunedì 21 settembre 2015
Avete visto questi documentari?
Oggi voglio segnalarvi alcuni documentari che ho visto (o rivisto) recentemente e che mi sono piaciuti.
Il primo è di Christophe de Ponfilly, un documentarista francese morto nel 2006 a soli 55 anni, e si intitola Massoud l'Afghan. Lo potete vedere in versione originale in francese (qui) o in italiano, anche se in versione spezzettata, (qui). Il tema è l'Afganistan di fine anni novanta, e la lotta del comandante Massoud (il leone del Panshir) contro i talebani sostenuti dai governi di: Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti. Sì, avete letto bene, anche gli USA aiutavano i talebani prima dell'undici settembre secondo de Ponfilly. Troverete ampia letteratura a riguardo. Comunque, il punto chiave della vicenda è il gasdotto che avrebbe dovuto attraversare l'Afganistan, la cui utilità è stata illustrata a Washington dal vice presidente della Unocal John Maresca nel 1998 (qui), e per cui il governo americano ha trattato fino all'ultimo con i talebani.
Massoud è stato ucciso, in circostanze non chiare, pochi giorni prima dell'undici settembre 2001. Si parla di un attentato da parte di una finta troupe televisiva marocchina. Tra l'altro, nel film si vede un'intervista rilasciata, in circostanze probabilmente simili a quelle della sua morte, ma a una televisione russa.
Il secondo documentario è The Fog of War: la guerra secondo Robert McNamara (qui) in versione originale e (qui) sempre in inglese ma con i sottotitoli in spagnolo. Io l'ho visto con i sottotitoli in francese ma ora non trovo il link. Robert S. McNamara (la "S" sta per Strange, incredibile ma vero) è stato segretario di stato americano negli anni sessanta, sotto la presidenza Kennedy e Johnson. Questo documentario intervista è il suo testamento politico, e contiene undici interessanti lezioni che McNamara ha appreso durante la sua vita. Non mancano le indiscrezioni curiose, come il fatto che l'evento che avrebbe scatenato la guerra in Vietnam, noto come l'incidente del golfo del Tonchino, in realtà non è mai accaduto.
Il terzo film è un documentario della BBC del 1989 Sacrifice at Pearl Harbour. La storia raccontata tramite le testimonianze di militari dell'epoca, è quella secondo cui il presidente Roosevelt era a conoscenza dell'imminenza dell'attacco dei Giapponesi a Pearl Harbour, ma non avrebbe fatto niente perché contava sul fatto che quella tragedia avrebbe convinto il parlamento americano ad entrare in guerra contro le potenze dell'Asse. Vero o falso? Giudicate voi (qui).
Infine, ma non per ultimo, vi suggerisco di guardare Citizenfour di Laura Poitras, una documentarista americana che vive a Berlino. Il film è l'ultimo di una trilogia sull'America post undici settembre. Il protagonista è l'ex agente dell'NSA Edward Snowden. La Poitras e il giornalista del Guardian Glenn Greenwald sono le persone che hanno raggiunto Snowden in una camera di albergo a Hong Kong, e che lo hanno reso famoso in questa famosa intervista (qui). Il film è la testimonianza video di quei giorni del 2013 in cui scoppiò lo scandalo noto come datagate. Purtroppo il documentario non è più disponibile on line. Vale comunque la pena di comprarlo e/o di leggere il libro di Greenwald No Place To Hide.
Buona visione!
Il primo è di Christophe de Ponfilly, un documentarista francese morto nel 2006 a soli 55 anni, e si intitola Massoud l'Afghan. Lo potete vedere in versione originale in francese (qui) o in italiano, anche se in versione spezzettata, (qui). Il tema è l'Afganistan di fine anni novanta, e la lotta del comandante Massoud (il leone del Panshir) contro i talebani sostenuti dai governi di: Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti. Sì, avete letto bene, anche gli USA aiutavano i talebani prima dell'undici settembre secondo de Ponfilly. Troverete ampia letteratura a riguardo. Comunque, il punto chiave della vicenda è il gasdotto che avrebbe dovuto attraversare l'Afganistan, la cui utilità è stata illustrata a Washington dal vice presidente della Unocal John Maresca nel 1998 (qui), e per cui il governo americano ha trattato fino all'ultimo con i talebani.
Massoud è stato ucciso, in circostanze non chiare, pochi giorni prima dell'undici settembre 2001. Si parla di un attentato da parte di una finta troupe televisiva marocchina. Tra l'altro, nel film si vede un'intervista rilasciata, in circostanze probabilmente simili a quelle della sua morte, ma a una televisione russa.
Il secondo documentario è The Fog of War: la guerra secondo Robert McNamara (qui) in versione originale e (qui) sempre in inglese ma con i sottotitoli in spagnolo. Io l'ho visto con i sottotitoli in francese ma ora non trovo il link. Robert S. McNamara (la "S" sta per Strange, incredibile ma vero) è stato segretario di stato americano negli anni sessanta, sotto la presidenza Kennedy e Johnson. Questo documentario intervista è il suo testamento politico, e contiene undici interessanti lezioni che McNamara ha appreso durante la sua vita. Non mancano le indiscrezioni curiose, come il fatto che l'evento che avrebbe scatenato la guerra in Vietnam, noto come l'incidente del golfo del Tonchino, in realtà non è mai accaduto.
Il terzo film è un documentario della BBC del 1989 Sacrifice at Pearl Harbour. La storia raccontata tramite le testimonianze di militari dell'epoca, è quella secondo cui il presidente Roosevelt era a conoscenza dell'imminenza dell'attacco dei Giapponesi a Pearl Harbour, ma non avrebbe fatto niente perché contava sul fatto che quella tragedia avrebbe convinto il parlamento americano ad entrare in guerra contro le potenze dell'Asse. Vero o falso? Giudicate voi (qui).
Infine, ma non per ultimo, vi suggerisco di guardare Citizenfour di Laura Poitras, una documentarista americana che vive a Berlino. Il film è l'ultimo di una trilogia sull'America post undici settembre. Il protagonista è l'ex agente dell'NSA Edward Snowden. La Poitras e il giornalista del Guardian Glenn Greenwald sono le persone che hanno raggiunto Snowden in una camera di albergo a Hong Kong, e che lo hanno reso famoso in questa famosa intervista (qui). Il film è la testimonianza video di quei giorni del 2013 in cui scoppiò lo scandalo noto come datagate. Purtroppo il documentario non è più disponibile on line. Vale comunque la pena di comprarlo e/o di leggere il libro di Greenwald No Place To Hide.
Buona visione!
lunedì 14 settembre 2015
La crisi explicada a mis amigos Españoles
Existe una historia un poco diferente de la crisis, respecto
a la que cuentan las televisiones
y los periódicos. Os podéis dar cuenta simplemente leyendo este informe del Banco Central Europeo, escrito por su
vice presidente, el portugués Vitor Constâncio, en el 2013.
Según el BCE la culpa de la crisis es del euro. No, no me he vuelto loco, simplemente solo estoy leyendo "The European Crisis and the role of the financial system". Vamos a ver lo que escribe Constancio.
Fijaos: Constâncio escribe que el viejo cuento de
la crisis, progresivamente corregido por los académicos, pero todavía muy
popular entre la opinión pública, dice más o menos que no había nada
de equivocado en el euro y que la
crisis ocurría porque los países PIIGS (Portugal,
Irlanda, Italia, Grecia y España) no respetaron las reglas de Maastricht.
Aunque ese (el popular cuento de los medios de comunicación)
tiene una coherencia interna, no es correcto,
especialmente en lo que respecta a las principales causas de la
crisis.
Y además...
La introducción del euro ha causado una mayor actividad
bancaria intra-europea. La exposición de los
bancos de los países "virtuosos" hacia
los de los PIIGS se ha más que quintuplicado desde la
introducción del euro y el comienzo de la crisis.
Antes del euro, la moneda del país que se hubiese
endeudado demasiado se habría devaluado
haciendo menos rentable la inversión del
exterior. Prácticamente, lo que pasó es que, eliminando el riesgo de
cambio entre las diferentes monedas, los capitales han empezado a ir donde
la tasa de interés era más elevada, o
sea, a los países que tenían una inflación más alta
que, como son menos ricos, necesitan más dinero.
Lástima que se le han "olvidado" de decírnoslo antes. ¿No? Porque hay un montón de articulos cientificos de importantes Nobel en economía, desde los años cincuenta del siglo XX que, advertían de lo que hubiera pasado con una unión monetaria europea. Si no se lo creen, miren, per ejemplo: aqui, aqui, aqui.
No sé si usted sabe lo que está pasando en
España. En Italia nos cuentan una historia de ciencia-ficción:
del milagro español. Dice que, como es España hicieron las reformas,
ahora la economía va bien.
Bueno, es verdad que el PIB
de España crece desde hace un año.
Aunque el desempleo es aún muy alto.
En Italia es el 12% (más o menos la
mitad) y ya es demasiado para nosotros.
¿Y cómo puede ser que la economía española
crezca aunque el desempleo se mantenga tan alto? ¡Es que el
consumo está financiado por el gasto publico! Amigos, lo que pasó es que la deuda privada que ha financiado
la economía española hasta la crisis financiera, se ha
vuelto publica, pagada por todos los ciudadanos.
De esta situación quien tiene la culpa? La mayoría del los ciudadanos solo se han endeudado para comprar su casa (la burbuja inmobiliaria), o el coche nuevo,
aprovechando los bajos tipos de interés, sin tener ni
la mínima idea de lo que estaba pasando, y
de sus consecuencias negativas. ¿Si hubieran
sabido que, pronto, estarían sin trabajo, no se habrían endeudado, no?
Por eso, según Constâncio la culpa es de los bancos que
no han calculado el riesgo de crédito y dejaron inflar la burbuja
especulativa. Hombre, claro, en el corto plazo así ganaban mucho más,
y en el largo plazo...son demasiado grandes para quebrar.
lunedì 7 settembre 2015
Il commercio bilaterale tra Italia e Germania
Secondo gli ultimi dati ISTAT, aggiornati a dicembre 2014, i maggiori partner commerciali del nostro paese sono i seguenti:
Pertanto, tenendo conto sia delle esportazioni che delle importazioni, la Germania è il paese con il quale l'Italia commercia di più.
Come potete osservare dai grafici qui sopra Italia e Germania hanno un commercio bilaterale che è in concorrenza, almeno per quanto riguarda i settori più rilevanti. Un importante esempio è il settore automobilistico, compreso nel codice ATECO 87. Noi acquistiamo auto tedesche e a loro vendiamo quelle italiane.
Questo è l'andamento della bilancia commerciale italiana (esportazioni meno importazioni) con la Germania dal 1991 al 2014:
Alcuni di voi noteranno che l'andamento del grafico qui sopra è molto simile a quello delle partite correnti utilizzato più volte per mostrare gli effetti dell'euro, e riportato qui sotto:
ed è spiegato, in larga misura, dall'andamento del cambio reale fra i due paesi (non voglio asserire che sia l'unico effetto ma di certo è il più evidente).
1992 - 1996: la lira esce dallo SME (il sistema che regolava i cambi fra le monete europee prima dell'euro) e si svaluta. Il risultato è che la nostra bilancia commerciale verso la Germania va in surplus
1997 - 2011: durante gli anni dell'euro l'Italia perde competitività a causa di un tasso d'inflazione più alto di quello della Germania (vedi figura qui sotto). Credo sia chiaro a tutti che se hai un'inflazione maggiore, alla lunga, i tuoi prezzi saranno più alti del tuo concorrente, e per questo venderai di meno
Negli anni tra il 2008 e il 2011 la crisi scoppiata in USA, e propagatasi in tutto il mondo, ha l'effetto di far diminuire le nostre importazioni. Si tratta però solo del primo aggiustamento di reddito. Quello definitivo, operato dal governo, inizia tra il 2011 e il 2012.
2012 - 2013: le politiche di austerità del governo: aumento della pressione fiscale, riforme (su tutte quella delle pensioni) e rispetto del parametro del 3% deficit/PIL, provocano l'effetto desiderato dal governo Monti. Ovvero: la diminuzione del reddito, dei consumi, e quindi delle importazioni, per riequilibrare il nostro saldo delle partite correnti, e anche la bilancia nostra commerciale con il nostro più importante partner commerciale.
![]() |
| Fonte ISTAT (qui) |
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I settori indicati sono quelli dei codici ATECO
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I settori indicati sono quelli dei codici ATECO
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Questo è l'andamento della bilancia commerciale italiana (esportazioni meno importazioni) con la Germania dal 1991 al 2014:
Alcuni di voi noteranno che l'andamento del grafico qui sopra è molto simile a quello delle partite correnti utilizzato più volte per mostrare gli effetti dell'euro, e riportato qui sotto:
ed è spiegato, in larga misura, dall'andamento del cambio reale fra i due paesi (non voglio asserire che sia l'unico effetto ma di certo è il più evidente).
1992 - 1996: la lira esce dallo SME (il sistema che regolava i cambi fra le monete europee prima dell'euro) e si svaluta. Il risultato è che la nostra bilancia commerciale verso la Germania va in surplus
1997 - 2011: durante gli anni dell'euro l'Italia perde competitività a causa di un tasso d'inflazione più alto di quello della Germania (vedi figura qui sotto). Credo sia chiaro a tutti che se hai un'inflazione maggiore, alla lunga, i tuoi prezzi saranno più alti del tuo concorrente, e per questo venderai di meno
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| La figura qui sopra mostra come nel 2013 il differenziale d'inflazione accumulato fra Italia e Germania negli anni del cambio fisso fosse di circa il 15% |
Negli anni tra il 2008 e il 2011 la crisi scoppiata in USA, e propagatasi in tutto il mondo, ha l'effetto di far diminuire le nostre importazioni. Si tratta però solo del primo aggiustamento di reddito. Quello definitivo, operato dal governo, inizia tra il 2011 e il 2012.
2012 - 2013: le politiche di austerità del governo: aumento della pressione fiscale, riforme (su tutte quella delle pensioni) e rispetto del parametro del 3% deficit/PIL, provocano l'effetto desiderato dal governo Monti. Ovvero: la diminuzione del reddito, dei consumi, e quindi delle importazioni, per riequilibrare il nostro saldo delle partite correnti, e anche la bilancia nostra commerciale con il nostro più importante partner commerciale.
lunedì 31 agosto 2015
I (veri) dati aggiornati sull'occupazione e la disoccupazione
Da qualche giorno è scoppiata una polemica sui dati forniti dal Ministero del Lavoro relativamente ai contratti a tempo indeterminato attivati e cessati da inizio dell'anno. Pare che le informazioni fornite dal governo siano "lievemente imprecise" (qui).
Sinceramente, io rimango piuttosto freddo ogni volta che qualche ministro comunica alla stampa dei dati positivi sull'occupazione, per due semplici motivi:
1. Per capire come sta andando una partita bisogna sapere il risultato. Pensate a cosa sarebbe il tennis se nessuno tenesse il conto dei punti. Ma come si fa, in questo caso, a conoscere il risultato? Capirlo è semplice, basta guardare i dati dell'ISTAT (qui). Analizziamoli insieme.
Il livello di disoccupazione pre-crisi, dati mensili, rilevazione del gennaio 2007, era del 6,2%. L'ultimo dato disponibile, quello di giugno 2015 è del 12,7%. Il risultato della partita, in questo momento, è un poco confortante +6,5% dopo otto anni e mezzo dall'inizio della crisi.
E da quando il governo Renzi sta lavorando per l'Italia come vanno le cose? A febbraio 2014 il dato fornito dall'ISTAT era del 12,7%, lo stesso di giugno 2015.
Si, ma da quando è entrato in vigore il contratto a tutele cescenti del jobs act, com'è evoluta la situazione? A marzo 2015 la disoccupazione era il 12,6%, un decimo punto meno rispetto giugno 2015.
2. Come deve andare a finire la partita il nostro governo ce lo ha già detto nel DEF 2015. La disoccupazione rimarrà oltre il 10% almeno fino al 2019.
Il motivo per cui trovare lavoro continuerà ad essere difficile è che il governo si è impegnato con l'Europa a mantenere bassi i consumi interni. Per questo motivo serve che la gente non abbia lavoro. Altrimenti acquista. Chi segue questo blog lo sa perché ha letto (questo post) un anno fa.
Chi non si fida di me, e fate bene perché io sono un dilettante, può sentire le stesse parole dalla bocca di uno dei rappresentanti del partito di maggioranza del governo, il deputato del PD Alfredo d'Attorre, in questo video di qualche mese fa.
Quindi, dopo tutto, quale reale motivo abbiamo per continuare a sperare che le cose vadano diversamente?
Sinceramente, io rimango piuttosto freddo ogni volta che qualche ministro comunica alla stampa dei dati positivi sull'occupazione, per due semplici motivi:
1. Per capire come sta andando una partita bisogna sapere il risultato. Pensate a cosa sarebbe il tennis se nessuno tenesse il conto dei punti. Ma come si fa, in questo caso, a conoscere il risultato? Capirlo è semplice, basta guardare i dati dell'ISTAT (qui). Analizziamoli insieme.
Il livello di disoccupazione pre-crisi, dati mensili, rilevazione del gennaio 2007, era del 6,2%. L'ultimo dato disponibile, quello di giugno 2015 è del 12,7%. Il risultato della partita, in questo momento, è un poco confortante +6,5% dopo otto anni e mezzo dall'inizio della crisi.
E da quando il governo Renzi sta lavorando per l'Italia come vanno le cose? A febbraio 2014 il dato fornito dall'ISTAT era del 12,7%, lo stesso di giugno 2015.
Si, ma da quando è entrato in vigore il contratto a tutele cescenti del jobs act, com'è evoluta la situazione? A marzo 2015 la disoccupazione era il 12,6%, un decimo punto meno rispetto giugno 2015.
2. Come deve andare a finire la partita il nostro governo ce lo ha già detto nel DEF 2015. La disoccupazione rimarrà oltre il 10% almeno fino al 2019.
Il motivo per cui trovare lavoro continuerà ad essere difficile è che il governo si è impegnato con l'Europa a mantenere bassi i consumi interni. Per questo motivo serve che la gente non abbia lavoro. Altrimenti acquista. Chi segue questo blog lo sa perché ha letto (questo post) un anno fa.
Chi non si fida di me, e fate bene perché io sono un dilettante, può sentire le stesse parole dalla bocca di uno dei rappresentanti del partito di maggioranza del governo, il deputato del PD Alfredo d'Attorre, in questo video di qualche mese fa.
Quindi, dopo tutto, quale reale motivo abbiamo per continuare a sperare che le cose vadano diversamente?
martedì 25 agosto 2015
Alberto Alesina sull'euro nel 1997 (Economisti ... quarto episodio)
Collegamenti alle puntate precedenti:
- Le aree valutarie ottimali di Mundell
- Il ritorno alle monete nazionali favorirebbe il processo d'integrazione europea che oggi l'euro mette a repentaglio
- Economisti che avevano previsto il disastro dell'euro: terzo episodio
Oggi vi proporrò le considerazioni di un economista italiano molto noto: Alberto Alesina.
Nel 1997 il Prof. Alesina commentò un articolo dell'economista Maurice Obstfeld (Berkeley University) intitolato Europe's gamble (la scommessa europea). Troverete il commento a partire da pagina 301 della pubblicazione.
Alesina era molto pessimista sull'euro. Infatti, secondo lui, era una di quelle scommesse che non avrebbe dovuto essere accettata. Di seguito, un breve riassunto del suo punto di vista di allora.
1. L'Europa ha la dimensione territoriale ottimale per essere uno stato nazionale? L'Unione politica europea è incontraddizione con una tendenza storica. Infatti, nel 1946 c'erano 74 paesi, mentre nel 1997 si contavano 192 nazioni, di cui 87 con meno di 5 milioni di abitanti. Questa tendenza, secondo Alesina, si spiega con il fatto che la globalizzazione ha reso meno rilevanti i benefici dovuti alla grandezza territoriale. <<Per quale motivo un paese dovrebbe rinchiudersi in un'unione politica, quando potrebbe rimanere piccolo, godendo della propria autonomia, e commerciando pacificamente con il resto del mondo?>>
2.L'Europa è un'area valutaria ottimale? Secondo Alesina, quasi certamente no. Infatti, i benefici dell'euro sono probabilmente piccoli, in compenso, i costi, che sono difficili da misurare, rischiano di essere abbastanza grandi. Tra questi gli shock economici asimmetrici (che sono quelli che colpiscono le produzioni di alcuni paesi più di quelle di altri) dovrebbero essere fonte di preoccupazione. Questo perché la rigidità di cambio impedirebbe ai paesi più colpiti dalla crisi di mettere in atto la svalutazione necessaria a ritrovare la competitività perduta con la crisi. Oltretutto in Europa, al contrario che negli USA, manca la mobilità sociale tipica di un'area valutaria ottimale, a causa delle differenze linguistiche e culturali. <<Penso che l'unica alternativa ragionevole all'unione monetaria nel lungo periodo sia la flessibilità dei cambi, e la libera circolazione dei beni e dei fattori di produzione>>.
3.L'euro aiuta la convergenza tra i paesi europei? Ipotizzando che l'euro sia una pessima idea, creare un pessimo sistema monetario scorretto solo per imporre a pochi paesi di ridurre inflazione e deficit pubblici rischia di essere una politica più negativa che positiva nel lungo periodo. D'altro canto, se l'euro fosse il sistema corretto, la convergenza economica fra i singoli paesi sarebbe un fatto naturale. Quindi, secondo Alesina, l'euro servirebbe solo nel primo caso, cioè quando si rivela più che altro un danno. Inoltre i parametri europei, pur incentivando alcuni paesi a ridurre più velocemente i propri deficit di quanto avrebbero fatto fuori dall'unione monetaria, pongono l'accento più sulla riduzione di tali deficit che sul livello di spesa e tassazione, rischiando così di danneggiare la crescita economica. Infine, anche l'esperienza passata ha dimostrato come la riduzione dei tassi d'inflazione avvenuta durante gli anni ottanta non è stata più rapida per i paesi aderenti al Sistema Monetario Europeo (SME) rispetto a tutti gli altri appartenenti all'OCSE. <<Anche se io non nego che i progressi dell'unione monetaria e il trattato di Maastricht abbiano contribuito ad aiutare i paesi europei a regolare la politica fiscale, non è completamente chiaro in che misura lo abbiano fatto>>
4.L'euro consoliderà la pace in Europa? E' stato più volte affermato sia in ambito accademico che sulla stampa che gli svantaggi dell'euro saranno poca cosa rispetto ai vantaggi dell'unione politica europea, che impedirebbe nuovi conflitti militari come quelli avvenuti durante due guerre mondiali. Alesina trova questo argomento non solo poco convincente, ma persino sbagliato. <<Vorrei far notare come nel corso dei precedenti vent'anni, la tensione fra i paesi dell'Europa occidentale sia stata raramente così alta come negli ultimi mesi, in cui l'unione monetaria sta diventando una realtà>>. Alesina si riferisce al 1997, ma questa considerazione è ancora più valida oggi.
La conclusione, infine, contiene con due considerazioni molto interessanti, soprattutto se viste col senno di poi.
La prima è che i sindacati si sarebbero potuti opporre alla maggiore flessibilità nel lavoro che avrebbe necessariamente prodotto l'euro. Infatti, le riforme sul lavoro iniziarono proprio nel 1997 con la legge Treu, continuarono la riforma Biagi 2003, e infine (per ora) siamo arrivati al Jobs Act del 2015. Tuttavia, l'opposizione dei sindacati paventata da Alesina è stata, in fin dei conti, molto sopravvalutata.
La seconda è che i cittadini europei, quando interpellati, si sono sempre dimostrati molto più prudenti dei propri leader riguardo al progetto europeo. E io aggiungo che oggi, dopo diciotto anni, l'euro non ha certo portato una ventata di europeismo tra le popolazioni.
- Le aree valutarie ottimali di Mundell
- Il ritorno alle monete nazionali favorirebbe il processo d'integrazione europea che oggi l'euro mette a repentaglio
- Economisti che avevano previsto il disastro dell'euro: terzo episodio
Oggi vi proporrò le considerazioni di un economista italiano molto noto: Alberto Alesina.
Nel 1997 il Prof. Alesina commentò un articolo dell'economista Maurice Obstfeld (Berkeley University) intitolato Europe's gamble (la scommessa europea). Troverete il commento a partire da pagina 301 della pubblicazione.
Alesina era molto pessimista sull'euro. Infatti, secondo lui, era una di quelle scommesse che non avrebbe dovuto essere accettata. Di seguito, un breve riassunto del suo punto di vista di allora.
1. L'Europa ha la dimensione territoriale ottimale per essere uno stato nazionale? L'Unione politica europea è incontraddizione con una tendenza storica. Infatti, nel 1946 c'erano 74 paesi, mentre nel 1997 si contavano 192 nazioni, di cui 87 con meno di 5 milioni di abitanti. Questa tendenza, secondo Alesina, si spiega con il fatto che la globalizzazione ha reso meno rilevanti i benefici dovuti alla grandezza territoriale. <<Per quale motivo un paese dovrebbe rinchiudersi in un'unione politica, quando potrebbe rimanere piccolo, godendo della propria autonomia, e commerciando pacificamente con il resto del mondo?>>
2.L'Europa è un'area valutaria ottimale? Secondo Alesina, quasi certamente no. Infatti, i benefici dell'euro sono probabilmente piccoli, in compenso, i costi, che sono difficili da misurare, rischiano di essere abbastanza grandi. Tra questi gli shock economici asimmetrici (che sono quelli che colpiscono le produzioni di alcuni paesi più di quelle di altri) dovrebbero essere fonte di preoccupazione. Questo perché la rigidità di cambio impedirebbe ai paesi più colpiti dalla crisi di mettere in atto la svalutazione necessaria a ritrovare la competitività perduta con la crisi. Oltretutto in Europa, al contrario che negli USA, manca la mobilità sociale tipica di un'area valutaria ottimale, a causa delle differenze linguistiche e culturali. <<Penso che l'unica alternativa ragionevole all'unione monetaria nel lungo periodo sia la flessibilità dei cambi, e la libera circolazione dei beni e dei fattori di produzione>>.
3.L'euro aiuta la convergenza tra i paesi europei? Ipotizzando che l'euro sia una pessima idea, creare un pessimo sistema monetario scorretto solo per imporre a pochi paesi di ridurre inflazione e deficit pubblici rischia di essere una politica più negativa che positiva nel lungo periodo. D'altro canto, se l'euro fosse il sistema corretto, la convergenza economica fra i singoli paesi sarebbe un fatto naturale. Quindi, secondo Alesina, l'euro servirebbe solo nel primo caso, cioè quando si rivela più che altro un danno. Inoltre i parametri europei, pur incentivando alcuni paesi a ridurre più velocemente i propri deficit di quanto avrebbero fatto fuori dall'unione monetaria, pongono l'accento più sulla riduzione di tali deficit che sul livello di spesa e tassazione, rischiando così di danneggiare la crescita economica. Infine, anche l'esperienza passata ha dimostrato come la riduzione dei tassi d'inflazione avvenuta durante gli anni ottanta non è stata più rapida per i paesi aderenti al Sistema Monetario Europeo (SME) rispetto a tutti gli altri appartenenti all'OCSE. <<Anche se io non nego che i progressi dell'unione monetaria e il trattato di Maastricht abbiano contribuito ad aiutare i paesi europei a regolare la politica fiscale, non è completamente chiaro in che misura lo abbiano fatto>>
4.L'euro consoliderà la pace in Europa? E' stato più volte affermato sia in ambito accademico che sulla stampa che gli svantaggi dell'euro saranno poca cosa rispetto ai vantaggi dell'unione politica europea, che impedirebbe nuovi conflitti militari come quelli avvenuti durante due guerre mondiali. Alesina trova questo argomento non solo poco convincente, ma persino sbagliato. <<Vorrei far notare come nel corso dei precedenti vent'anni, la tensione fra i paesi dell'Europa occidentale sia stata raramente così alta come negli ultimi mesi, in cui l'unione monetaria sta diventando una realtà>>. Alesina si riferisce al 1997, ma questa considerazione è ancora più valida oggi.
La conclusione, infine, contiene con due considerazioni molto interessanti, soprattutto se viste col senno di poi.
La prima è che i sindacati si sarebbero potuti opporre alla maggiore flessibilità nel lavoro che avrebbe necessariamente prodotto l'euro. Infatti, le riforme sul lavoro iniziarono proprio nel 1997 con la legge Treu, continuarono la riforma Biagi 2003, e infine (per ora) siamo arrivati al Jobs Act del 2015. Tuttavia, l'opposizione dei sindacati paventata da Alesina è stata, in fin dei conti, molto sopravvalutata.
La seconda è che i cittadini europei, quando interpellati, si sono sempre dimostrati molto più prudenti dei propri leader riguardo al progetto europeo. E io aggiungo che oggi, dopo diciotto anni, l'euro non ha certo portato una ventata di europeismo tra le popolazioni.
lunedì 17 agosto 2015
La crescita del PIL in Grecia
Forse, vi sarà capitato di sentire in questi giorni alla TV la notizia che l’economia greca ha beneficiato di una crescita sopra le
aspettative nel secondo trimestre 2015. Lo 0,8%, contro una previsione negativa
del -0,5%.
Uno sarebbe portato subito a pensare che le cose in Grecia stiano
cominciando finalmente ad andare nel verso giusto grazie alle politiche di austerità e le
privatizzazioni imposte dall’Europa. Attenzione però, perché la crescita reale del PIL è
data dalla somma algebrica di due grandezze: l’andamento del PIL nominale più
quello dei prezzi.
Per esempio, se ho una crescita nominale del 3% e un’inflazione del 2%,
il PIL reale è aumentato solo dell’1% (3%-2%=1%). Se invece ho una crescita nominale del
3% e una deflazione (il contrario dell’inflazione) del 2%, il PIL reale sarà
del 5% (3%+2%=5%). Infine, con una crescita nominale negativa dell’1% e una deflazione
del 2%, la crescita reale del PIL sarà positiva dell’1% (-1%+2%=1%).
Nel caso specifico, nel secondo trimestre 2015, la Grecia ha avuto una
crescita negativa dell’1,36% e una deflazione del 2,16%. Quindi: -1.36%+2,16% =
0,8%.
Capito? Altro che merito delle riforme. La crescita del PIL greco è
causata dal semplice fatto che i prezzi stanno calando più velocemente della
produzione!
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