lunedì 28 dicembre 2015

Le parole inglesi che impareremo nel 2016: Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), bail-in, bank run, European Stability Mechanism (ESM)

Nel 2008, ve ne ricorderete, scoppiò una crisi finanziaria mondiale che provocò il fallimento di numerose banche. Il tutto ebbe inizio in America, a causa dell'esplosione della bolla finanziaria dei mutui sub-prime. La crisi si propagò nel resto del mondo, e quindi anche in Europa, come nel gioco del domino, mettendo in crisi tutte quelle banche che erano in qualche modo connesse agli istituti finanziari USA che non furono più in condizione di onorare i propri debiti.

Come mostra di seguito l'ABI (Associazione Bancaria Italiana) molti paesi europei ricorsero agli aiuti di stato per impedire alle loro istituzioni finanziarie di fallire. In Italia, tuttavia, questo non è successo se non in maniera molto marginale. Il totale della spesa pubblica utilizzata per il sostegno delle istituzioni finanziarie private tra il 2008 e il 2013 è stato di, appena, 8 miliardi di euro. Poca cosa, se comparato con: i 144 miliardi della Germania; i 141 miliardi del Regno Unito; o i 26 miliardi spesi dallo stato francese.

Fonte: ABI (Situazione del settore bancario italiano 9 dicembre 2015 pagina 18)

Oltre al sacrificio dei contribuenti nazionali, in Spagna, Irlanda e Grecia, sono state coinvolte anche le istituzioni dell'Unione Europea. Come osservato dal Sole24Ore nella figura seguente, che mostra il caso della Grecia, gli italiani hanno pagato un pesante contributo alla risoluzione del problema. Si osservi che, nonostante le nostre banche non avessero delle esposizioni rilevanti verso quelle elleniche (solo € 6,82 miliardi nel 2009) noi abbiamo, generosamente, contribuito con una bella fetta delle risorse necessarie al loro salvataggio (barra di colore arancione: Italia € 40,87 miliardi). Al contrario, a dicembre 2009 le banche francesi e quelle tedesche, proprio quelle che erano già state ampiamente foraggiate dai rispettivi governi, avevano una forte esposizione verso gli istituti finanziari di Atene (barre di colore blu: Francia € 78,82 miliardi, Germania € 45 miliardi). A settembre del 2014, però, gran parte di quei crediti erano stati saldati tramite gli euro versati dai contribuenti europei mediante cosiddetto fondo salva stati che, visto com'è andata a finire, sarebbe stato meglio nominare fondo salva banche francesi e tedesche. Infatti, di quelle somme lo stato greco non ha visto nemmeno l'ombra.

Fonte: Info Data Blog Sole24ore

Oggi, in Italia, dopo 5 anni di politiche d'austerità che hanno aggravato la crisi, fatto peggiorare il debito pubblico ed esplodere la disoccupazione (il tutto nel tentativo di mettere a posto i nostri conti con l'estero) le banche del Bel Paese hanno accumulato delle ingenti sofferenze bancarie, sia verso coloro i quali, perdendo il proprio impiego, non sono stati più in grado di pagare le rate del finanziamento contratto (o del mutuo), sia verso quelle imprese che, a causa del crollo del fatturato (dovuto alla diminuzione dei consumi interni), quando non hanno chiuso, si sono indebitate sempre di più. Una semplice occhiata alle seguenti figure vi darà la misura della questione.


Si noti come il problema, scoppiato a causa della crisi nel 2008, abbia continuato ad aggravarsi negli anni successivi a causa del cosiddetto sudden stop, cioè quello che gli economisti chiamano il blocco degli investimenti da parte delle banche creditrici del sistema dell'Eurozona (quelle del nord Europa) verso quelle debitrici (del sud). La dinamica, per chi la volesse approfondire, è stata chiarita dal vice presidente della BCE nel suo noto discorso di maggio 2013 ad Atene (di cui mi sono occupato, per la prima volta, qui).

Apro una parentesi sul decreto "Salva Banche" con il quale il governo ha regolamentato l'annosa questione della Banca Popolare d'Etruria e delle altre istituzioni finanziarie entrate recentemente in crisi. Indipendentemente dal fatto che, nei casi in questione, la Commissione Europea ci abbia, o meno, impedito di utilizzare fondi pubblici per il risanamento di quegli istituti (il caso è materia di discussione e non voglio perderci tempo) è chiaro che l'approccio voluto dall'Europa a partire dal primo gennaio 2016 sarà quello previsto dalla procedura definita come Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD).

La questione veramente importante per il Paese non è tanto la mala gestio, o persino la rilevanza penale del comportamento di alcuni soggetti implicati nel dissesto di alcune piccole banche locali (il nome più altisonante è il padre del ministro Boschi) ma il fatto che, se la crisi si dovesse estendere ad altri istituti, a noi italiani non verrà concesso, a differenza di quanto avvenuto per altri, di salvare dal fallimento, mediante l'utilizzo di fondi pubblici, le banche che si dovessero trovare in difficoltà.  Il BRRD prevede che il risanamento avvenga tramite il cosiddetto bail-in, ovvero abbattendo il capitale (e quindi le azioni dei soci), non pagando gli obbligazionisti, e prelevando le risorse necessarie direttamente dai clienti, fatta eccezione per il fondo di garanzia europeo sui conti correnti sotto i centomila euro (che però, attualmente, è una garanzia solo al livello teorico).

Se poi il BRRD dovesse causare una perdita di fiducia nel sistema creditizio da parte dei risparmiatori, tale da provocare una corsa agli sportelli (bank run, in inglese) allora il nostro governo si vedrà costretto a chiedere l'intervento del Meccanismo di Stabilità Europeo (European Stability Mechanism o ESM) che prevede la gentile concessione, dietro il pagamento di un congruo interesse, di prestiti vincolati ad un programma di riforme politiche che è esattamente quello che è successo in Grecia o in Spagna, dove le banche sono state salvate e il tasso di disoccupazione è il doppio del nostro.

Presto, il governo italiano potrebbe essere costretto a decidere se applicare le regole europee, e quindi risanare i bilanci delle banche con i nostri soldi e/o con quelli chiesi a prestito dall'Europa, oppure rigettare i trattati BRRD e ESM e, che vi piaccia o no, ricapitalizzare il sistema finanziario in lire.

lunedì 14 dicembre 2015

L'austerità e il terrorismo portarono Hitler al potere (speriamo che la storia non si ripeta) 2 di 2

Nel post precedente (che vi raccomando di leggere qui) ho brevemente descritto le condizioni economiche in cui si trovava la Germania al tempo in cui Hitler arrivò al potere, identificando nelle politiche di austerità, e nella conseguente disoccupazione, la causa principale della sua ascesa. Di seguito vorrei descrivervi i motivi per cui quel periodo del passato presenta diverse, inquietanti, analogie con il nostro presente.

Infatti, Maastricht e l'euro sono oggi quello che il trattato di Versailles rappresentò per la Germania negli anni tra tra le due guerre mondiali. Come quest'ultima che, per ripagare le riparazioni di guerra e bloccare l'iperinflazione del 1922-23, ebbe bisogno dei dollari provenienti dagli USA, anche le economie dei paesi europei più in crisi hanno basato la loro crescita degli anni duemila (nel caso dell'Italia piuttosto modesta) sui capitali esteri. In questo caso si è trattato degli euro provenienti dalle banche dell'Europa del nord (Germania e Francia in testa). Chi di voi legge dalla sua nascita questo blog si ricorderà, senza dubbio, il grafico che mostra l'impennata del debito privato in Italia, e anche la figura successiva, preparata dal vice presidente della Banca Centrale Europea, dove viene illustrata la crescita dell'esposizione delle banche dei paesi più duramente colpiti dalla crisi, verso gli istituti finanziari delle nazioni europee creditrici, avvenuta a partire dalla nascita dell'eurozona.


Come la grande depressione bloccò l'afflusso di dollari americani verso la Germania, così le conseguenze della grande recessione americana del 2007 hanno provocato la fine degli investimenti intraeuropei che avevano reso possibile, nelle nazioni dell'Europa periferica, dei tassi d'interesse paragonabili a quelli delle più avanzate economie del centro e del nord. Il sudden stop (così viene chiamato dagli economisti) è il punto preciso del grafico precedente in cui la crescita del debito privato in Italia si arresta. E' da allora che ci sentiamo dire che sono finiti i soldi. La stessa cosa è avvenuta anche negli altri paesi più duramente colpiti dalla crisi (come, ad esempio, la Grecia e la Spagna).

Il governo di Mario Monti, e quelli delle altre nazioni europee colpite dalla crisi, hanno perseguito le stesse politiche di austerità che furono utilizzate anche da Brüning, in Germania, tra il 1930 e il 1932, causando peraltro la stessa brusca caduta del PIL e una drammatica disoccupazione.


C'è tuttavia una differenza tra i due periodi. In Germania, quell'epoca si concluse con l'avvento del nazismo e la fine della democrazia, mentre oggi la situazione europea sembra assai differente dal punto di vista politico. Tuttavia, forse, oggi il pericolo maggiore per la democrazia non arriva dalle forze politiche che avanzano (i cosiddetti partiti populisti) ma dai governi stessi.

Il punto di svolta per il partito nazista fu il rogo del parlamento di Berlino, il 27 febbraio del 1933, per cui i nazisti accusarono i comunisti (non esistevano ancora Bin Laden o l'Isis). A quell'attentato terroristico Hitler reagì con un decreto d'urgenza "per la protezione del popolo e dello stato" che di fatto sospendeva la costituzione e soppresse la democrazia.

Oggi, la corsa verso il totalitarismo non appare altrettanto rapida come quella che portò i nazisti al potere in Germania. Tuttavia, non può passare inosservato il fatto che: attentato dopo attentato, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, si moltiplicano in tutta Europa le leggi che limitano i diritti dei lavoratori (in nome della produttività), diminuiscono il potere dell'opposizione in parlamento (in nome della governabilità), mettono sotto controllo internet e gli altri sistemi di comunicazione (in nome della sicurezza).

Concludo con le dichiarazioni di un gerarca nazista, Hermann Goering, che sarebbe meglio tenere sempre a mente:

«È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.»






















 


lunedì 7 dicembre 2015

L'austerità e il terrorismo portarono Hitler al potere (speriamo che la storia non si ripeta) 1 di 2

L'argomento di questo post è importante, e merita un certo approfondimento, tanto che per renderlo di più facile lettura l'ho diviso in due parti. La seconda puntata la leggerete settimana prossima.

E' stato scritto tanto a proposito di Hitler, dell'economia europea fra le due guerre, e dell'inflazione degli anni venti. Io non potrei mai essere all'altezza di aggiungere altro rispetto a quanto già raccontato da illustri storici ed economisti. Il mio scopo, infatti, si limita a quello di farvi notare come i consensi che portarono Hitler al potere in Germania maturarono dalle politiche di austerità messe in atto dal governo tedesco, dopo la grande depressione del 1929, e che tale situazione presenta alcune significative analogie con quella attuale. Insomma, la storia si ripete ma ogni volta sembra sempre diversa (ma solo per chi non la conosce).

Partiamo dal fatto che dopo la prima guerra mondiale, persa dalla Germania, il trattato di pace di Versailles impose ai tedeschi l'onere di pagare delle pesantissime riparazioni. Il motivo principale di questo trattamento fu l'insistenza del governo francese. Keynes, nella sua celebre opera "Le conseguenze economiche della pace", descrive il primo ministro Clemenceau come un politico convinto del fatto che il conflitto appena terminato fosse solo uno dei tanti contro la Germania, e che in futuro ce ne sarebbero stati altri. In quest'ottica, il suo scopo doveva pertanto essere quello di indebolire il nemico il più possibile, per dare un vantaggio competitivo al suo paese allo scoppio della prossima guerra. Da questo atteggiamento, ne scaturì un accordo oltremodo punitivo che difficilmente avrebbe potuto essere rispettato dai tedeschi.

La conseguenza di quella pace cartaginese (come la definì il Keynes) fu l'iperinflazione tedesca degli anni venti del novecento. E' necessario che vi precisi, ma senza entrare nel dettaglio, che gli storici sono divisi sul motivo tecnico che causò tale fenomeno. Come ricordato dal Prof. Charles Kindleberger in "I primi del mondo", la scuola monetarista sostenne che l'esplosione dei prezzi fu innescata dall'eccessiva stampa di moneta da parte della banca centrale tedesca, mentre per la scuola strutturalista il motivo sarebbe stato la difficoltà di ripartire gli oneri dei sacrifici per il pagamento delle riparazioni di guerra tra le classi sociali. Se ho capito bene, secondo quest'ultima scuola di pensiero il governo avrebbe dovuto aumentare la produttività delle fabbriche tedesche allungando la giornata lavorativa. Inoltre, avrebbe dovuto eseguire una politica di austerità per diminuire i consumi interni, proteggendo così il valore della moneta. Comunque, indipendentemente dalla possibilità, o dalla volontà, del governo tedesco di adempiere al trattato di Versailles senza provocare l'iperinflazione, è opinione ampiamente condivisa che quell'accordo di pace fu l'origine del problema.

Riguardo alle conseguenze dell'inflazione, lo storico Eric Hobsbawn, Nel best seller "Il secolo breve" racconta che la moneta perse completamente il suo valore, riducendo sul lastrico le persone che vivevano di rendite fisse o di risparmi. Da quel momento l'economia della Germania dipese dagli investimenti in valuta estera. Tali afflussi di denaro arrivarono dagli USA, a partire dal 1924, con il piano Dawes.

Gli anni successivi all'iperinflazione (che durò dal 1922 al novembre 1923) beneficiarono di una certa stabilità dei prezzi, di una disoccupazione sotto controllo, e anche di una certa crescita economica. In ogni caso, non furono rose e fiori. Io ho trovato dei dati non proprio confrontabili, e forse anche contrastanti, in quanto Hobsbawn scrive che in quel periodo la disoccupazione media in Germania era del 10%, mentre Wikipedia, nella sezione che si occupa della repubblica di Weimar riporta un grafico dove è indicato che la disoccupazione nel 1928 era ben al di sotto del 10%.

In ogni caso, e qui veniamo al punto che ci interessa particolarmente, come riportato da Marcello Flores nel suo libro "Storia Universale XX Secolo" il partito nazista raggiunse solo il 2,6% dei voti alle elezioni del 1928, nonostante l'inflazione del 1922-23, e la conseguente distruzione del risparmio.

Poi venne il crollo di Wall Street del 1929 e la grande depressione dei primi anni trenta. Per ovvi motivi (i soldi erano finiti) si bloccarono i flussi di capitali che arrivavano in Germania dagli USA e, come già accennato, proprio da quelle risorse la Germania dipendeva finanziariamente. Il governo del cancelliere Brüning passò alla storia per le misure di austerità draconiane che impose ai suoi concittadini (fu una specie di Monti ante litteram) e questo fece impennare il numero dei disoccupati che, tra il 1930 e il 1932 raddoppiò. Il dato è confermato sia da Marcello Flores che da Wikipedia, così come entrambe le fonti concordano sui dati elettorali che videro, solo a partire da allora, la escalation dei consensi del partito di Hitler: 18% nel 1930 e 37% nelle elezioni di luglio del 1932.

Secondo lo storico Eric Hobsbawn, tuttavia, fu la distruzione del risparmio causata dall'inflazione a spianare la strada al fascismo in Europa. Va ribadito che questa conclusione non sembra essere suffragata dai fatti. Si può tuttavia ipotizzare che Hobsbawn intendesse che le conseguenze dell'inflazione costrinsero i governi degli anni trenta ad imporre l'austerità per mancanza di risorse, cosa che poi ebbe l'effetto di provocare l'avanzata del nazismo in Germania. Comunque, anche concordando con quest'interpretazione, è bene sottolineare che la causa dell'inflazione fu, in origine, il trattato di pace di Versailles, a cui pertanto andrebbero ricondotte tutte le sciagure successive.

Sotto troverete alcuni estratti dei libri che ho consultato per scrivere questo breve articoletto. Mi sembrava utile, ed interessante, riportarveli. Non vi annoio ulteriormente, e lascio alla prossima settimana il confronto tra gli anni venti e la nostra epoca. Anche se, molti di voi avranno già capito dove voglio arrivare.



Fonti:

John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace: Se noi contrastiamo passo per passo ogni mezzo per il quale la Germania o la Russia possono riconquistare il loro benessere materiale, solo perché nutriamo un odio nazionale di razza o politico per le loro popolazioni o per i loro governi dobbiamo anche prepararci a fronteggiare le conseguenze di tale sentimento. [...]. La politica di ridurre la Germania in uno stato di servitù per una generazione, di degradare la vita di milioni di esseri umani, e di privare di ogni benessere un'intera nazione dovrebbe essere aborrita e detestata anche se fosse possibile attuarla, anche se ci si dovesse arricchire, anche se essa non spargesse il seme della decadenza di tutta la vita civile dell'Europa.

John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace: nonostante l'esito vittorioso per essa della lotta presente (con l'aiuto, questa volta, dell'Inghilterra e dell'America), la posizione futura della Francia  rimaneva precaria agli occhi  di un uomo [Clemenceau] il quale partiva dall'assunto che la guerra civile europea è da considerarsi uno stato di cose normale o almeno ricorrente in futuro, e che conflitti tra grandi potenze analighi a quelli che hanno occupato l'ultimo secolo impegneranno anche il prossimo. Secondo tale visione del futuro, la storia europea è destinata a essere una perpetuo incontro di boxe, del quale la Francia ha vinto questo round, ma del quale questo round non è cetamente l'ultimo. Da questa convinzione che in sostanza il vecchio ordine non cambierà, essendo fondato sulla natura umana che è sempre la stessa, e dal conseguente scetticismo dalla Società delle Nazioni, la politica della Francia e di Clemenceau derivava logicamente: una pace di magnaminità o di trattamento equo e paritario, basato su una "ideologia"  come quella dei Quattoridici Punti di Wilson, poteva avere soltanto l'effetto di accorciare i tempi della ripresa tedesca e di affrettare il giorno in cui la Germmania scaglierà di nuovo contro la Francia il peso della sua superiorità numerica e delle sue maggiori risorse e capacità tecnica.

Charles P. Kindleberger, I primi del mondo. Come nasce e come muore l'egemonia delle grandi potenze, IX. La Germania, la ritardataria, 11. Il periodo tra le due guerre: migliaia di pagine sono state scritte sull'inflazione, pagine ricche di grandi intuizioni e notevoli sottigliezze, ma il problema, mi pare riguarda il quesito se la società tedesca all'indomani della guerra fosse capace di sostenere i rilevanti oneri della ricostruzione e delle riparazioni, oneri sopportabili solo costruendo una coesione sociale che avrebbe permesso di distribuitrli. Le riparazioni fissate dopo Versailles erano ingenti; molto più ragionevole era l'ipotesi di Keynes, secondo cui una cifra come 10 miliardi di dollari sarebbe stata sopportabile, diversamente dai 40 miliardi di dollari che aveva calcolato come implicitamente imposti dal trattato di Versailles, o i 33 miliardi più le tasse sulle esportazioni (da ripagare nel corso di 42 anni) concordati dalla Commissione per le riparazioni nell'aprile del 1921. La questione era se ci fosse o meno la volontà di pagare. La scuola monetarista sostiene che l'inflazione tedesca dipese dall'eccessiva emissione di marchi da parte dela Reichsbank, mentre la strutturalista sostiene che dipese dall'incapacità dei vari segmenti dell'economia di distribuire gli oneri.

Eric J. Hobsbawn, Il secolo breve 1914/1991, l'età della catastrofe - nell'abisso economico: Nel caso estremo la Germania del 1923, l'unità monetaria perse di un milione di milioni il valore che aveva nel 1913, cioè a dire il valore della moneta si ridusse in pratica a zero. [...]. In breve, il risparmio privato scomparve completamente, creando così un vuoto quasi completo di capitali da investire in attività produttiva, il che spiega in grande misura il fatto che l'economia tedesca negli anni successivi alla guerra dovesse affidarsi in misura massiccia ai prestiti esteri. Questo la rese insolitamente vulnerabile allorché iniziò la crisi. [...]. Quando nel 1922-23 la grande inflazione finì, essenzialmente per la decisione dei governi di bloccare la stampa di carta moneta in quantità illimitate e di cambiare valuta, le persone in Germania che vivevano di risparmi o di redditi fissi si trovarono sul lastrico. [...]. Ci si può facilmente immaginare l'effetto traumatico di un'esperienza simile sulle classi medie e medio-basse. Essa rese l'Europa pronta per l'avvento del fascismo.

Marcello Flores, Storia universale - Il XX Secolo (allegato al Corriere della Sera), pag.257: I disoccupati, che nel 1930 sono già tre milioni, nel 1932 raggiungono i sei milioni. Il rapporto diretto che esiste tra crisi economica e l'ascesa del partito nazista emerge dai risultati elettorali. Nel 1928 la NSDAP ha appena il 2,6% dei voti, che salgono a 18,3% nel settembre 1930 (con sei milioni e mezzo di elettori) e raggiungono nel luglio 1932 il 37,4% dei consensi.



































lunedì 16 novembre 2015

La correlazione (assente) tra pressione fiscale ed economia sommersa

Oggi vorrei mostrarvi due classifiche.

La prima è quella della pressione fiscale. I dati sono la media di quelli delle entrate fiscali in percentuale al PIL dal 1999 al 2007 disponibili sul sito dell'OCSE (tax revenue % of GDP).

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La seconda è la stima dell'economia sommersa (shadow economy) come percentuale del PIL in base a questo documento della World Bank. Il dato è sempre quello medio 1999-2007 ad eccezione di Cile e Israele dove ho preso la media 1999-2006.

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Come potete osservare, il nostro paese (evidenziato in rosso) è messo abbastanza male. Nel senso che ci troviamo piuttosto a sinistra in tutti e due le figure. Questo vuol dire che abbiamo un'alta pressione fiscale e anche un'economia sommersa molto sviluppata. Si sapeva, penserete voi, ma perché vi dovrebbe interessare?

Complice, come abbiamo visto, la situazione italiana c'è chi pensa che il "nero" dipenda dalle troppe tasse e che, viceversa, con un fisco più umano l'evasione fiscale diminuirebbe. Il discorso non fa una piega, oltretutto, è anche molto apprezzato tra i potenziali elettori (e si capisce il perché).

Tuttavia, se date un'occhiata anche agli altri paesi scoprirete che non tutte le nazioni con un alto sommerso hanno anche un'insopportabile pressione fiscale, e al contrario, non in tutti i paesi dove i cittadini tendono a pagare le tasse c'è un fisco leggero. Vi semplifico le cose incrociando i dati nel grafico qui sotto.

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Sulla linea delle ascisse (quella orizzontale) avete la pressione fiscale e su quella delle ordinate (verticale) l'economia sommersa. Cosa succede? La serie di pallini rossi presi ad esempio sono un gruppo di paesi con un'elevato sommerso che vanno dal Messico, che ha una pressione fiscale molto bassa, all'Italia che ha un'evasione un po' più bassa del paese americano pur avendo un fisco molto più pesante.

Poi ci sono i pallini gialli, una serie di nazioni nelle quali le tasse vanno dal 20% scarso del Cile al 46% della Svezia, e il sommerso è ad un livello equivalente.

Infine il gruppo dei verdi, dove troviamo a sinistra USA e Svizzera che uniscono con un basso livello di economia "nera" a una pressione fiscale ampiamente sopportabile e a destra gli austriaci dove, nonostante un livello di sommerso molto basso, le tasse sul PIL superano addirittura quelle italiane.

Quindi, cosa ci dice quest'analisi? Che non parrebbe confutata la tesi di coloro i quali propongono una più bassa tassazione del reddito (magari non progressiva ma proporzionale, flat tax) adducendo come motivazione il fatto che così si verificherebbe una minore evasione fiscale e un maggior gettito per lo stato.





lunedì 19 ottobre 2015

Cosa sapete veramente sull'ISIS?

Parlando dell'ISIS con degli amici, dopo aver ascoltato quello che loro mi dicevano sulla necessità, da parte dell'Italia, di andare a bombardare l'Iraq per proteggere il nostro paese dal terrorismo islamico ho sentito la necessità di condividere con voi alcune informazioni sull'argomento che ho raccolto nell'ultimo anno. Com'è mia consuetudine fare, ogni notizia verrà riportata insieme alla sua fonte, consultabile facendo copia incolla dei collegamenti che troverete alla fine del post. In questo modo potrete giudicare voi stessi l'attendibilità di quanto vi racconterò.


1. L'ISIS e le origini del conflitto in Siria

L'ex ministro degli esteri francese Roland Dumas sostiene che durante un incontro al quale avrebbe partecipato anni fa gli fu comunicato, da parte di alcuni responsabili inglesi, che stavano preparando l'invasione della Siria. In quell'occasione gli fu chiesto se la Francia avrebbe partecipato al conflitto (1).

Poi, c'è l'ex comandante supremo della NATO per l'Europa Wesley Clark che ha dichiarato, anche lui in televisione, che l'ISIS è stata creata degli alleati degli americani (2) in funzione anti Hezbollah.

Ma la testimonianza più importante è quella dell'ex segretario di stato americano Hillary Clinton che ha ammesso come l'ISIS sia, purtroppo, il risultato del tentativo di creare in Siria una forza che si opponesse al governo di Assad (3).


Alla luce di queste dichiarazioni, quello che io mi chiedo è se sia lecito essere convinti del fatto che, coloro i quali sono parte del problema per loro stessa ammissione, e mi riferisco in particolare alle dichiarazioni della Clinton, possano avere la necessaria credibilità per essere chiamati a contribuire efficacemente alla soluzione. Credo che converrete con me che questa sia una domanda piuttosto legittima.


2. Gli USA e i loro alleati chi stanno sostenendo in Siria?

E' ormai una notizia di dominio pubblico (almeno lo spero) che gli Stati Uniti e i loro alleati (tra i quali gli Stati del Golfo, la Turchia, il Regno Unito e la Francia) stanno sostenendo una guerra contro il governo siriano del presidente Assad. Quel feroce dittatore che tuttavia, fino a qualche anno fa (come qualcun altro prima di lui) era benvenuto in gran parte dei paesi occidentali. Basta gugolare le immagini di Assad con (elenco non esaustivo): Regina di Spagna, d'Inghilterra, Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, etc. etc.

Notizie sul fatto che alcuni governi sostengono, e addestrano, i ribelli in Siria non mancavano anche in tempi meno recenti, quando la cosa era considerata uno scoop. Per esempio, nel marzo 2013, il britannico Guardian riportava la notizia dell'addestramento di ribelli siriani in Giordania da parte di: USA, Regno Unito e Francia (4). Nello stesso periodo, anche l'agenzia di stampa Reuters comunicava la medesima notizia riprendendo il giornale tedesco Spiegel (5). Per chi non si fidasse, è di qualche giorno fa la notizia che il governo americano, nella persona del presidente della commissione difesa del senato americano John McCain (more on him later) si è lamentato del fatto che i bombardamenti russi fossero diretti contro i ribelli addestrati dalla CIA (6).

Insomma, gli USA sono impegnati in questa guerra insieme agli alleati. Tuttavia, qual è lo scopo, sconfiggere l'ISIS o il governo siriano? Il tema è piuttosto controverso, per usare un eufemismo. Ad esempio, tempo fa furono pubblicate delle foto che ritraevano proprio il senatore McCain insieme ai cosiddetti ribelli siriani. In queste immagini comparivano dei personaggi non proprio raccomandabili, tra i quali esponenti di Al-Qaeda in Siria (dove è chiamata Al-Nusra) e persino il presunto leader dell'ISIS Abu Backr al-Baghdadi (7). Va bene, direte voi,  questo è solo un imbarazzante e sfortunato incidente. Andiamo avanti.

In un intervista di aprile 2015, Assad affermò che gli Stati Uniti e i loro alleati supportano il terrorismo in Siria (8). Ma forse la dichiarazione più forte è di Putin che, in una conferenza stampa a margine di un incontro con David Cameron (imbarazzatissimo primo ministro britannico), affermò che gli alleati sostengono dei terroristi che uccidono i loro nemici e poi mangiano i loro organi (9 e 10).

Infine, secondo syrianfreepress.wordpress.com, il leader dell'ISIS al-Baghadi si chiamerebbe Simon Eliott e sarebbe, in realtà, un agente del Mossad (11).

Questi però sono i nemici, direte voi, e fanno propaganda. E' vero ma, d'altro canto, non è detto che la propaganda dei nostri governi sia sempre veritiera, no? In ogni caso, anche qualche amico accusa direttamente i paesi occidentali di aiutare i terroristi islamici. Ad esempio, secondo Voltaire.net, il parlamento iracheno avrebbe chiesto spiegazioni a Londra dopo aver abbattuto due aerei britannici che, secondo loro, trasportavano aiuti all'ISIS (12).

Ci sarebbe inoltre da riflettere sulla notizia secondo la quale il dipartimento di stato americano avrebbe finanziato una quarantina di camionette, di una nota marca giapponese, che sono in uso all'ISIS e che sono, tra l'altro, visibili in diversi filmati televisivi e immagini giornalistiche (13).

Senza contare il fatto che un rapporto di WND afferma di aver scoperto mille pagine di documenti ufficiali, da dove risulta che l'ex segretario di stato americano Hillary Clinton avrebbe avuto un ruolo importante nell'agevolare l'ascesa dell'ISIS (14). Cosa che, come vi ho già accennato, lei stessa ha già in parte ammesso.

Poi, tutto sommato, è un fatto che dopo più di un anno dall'inizio dei bombardamenti anti ISIS ad opera di USA e alleati (iniziati ad agosto 2014) non sembrano ancora essere stati ottenuti grandi risultati. Anzi, è proprio durante questo periodo che l'ISIS è riuscita a conquistare la città di Palmira e che i territori sotto il suo controllo si sarebbero estesi fino a metà della Siria (15). Ricordiamoci di tutto questo perché ora che Putin ha iniziato la sua campagna militare contro l'ISIS prendendo la palla al balzo, chissà che in futuro qualcuno non approfitti per raccontarci che il merito della vittoria è stato della cooperazione internazionale tra alleati e russi.

Ma c'è un'evidenza ancora più importante del fatto che alcuni governi occidentali siano dalla parte dell'ISIS. Sempre Voltaire.net ci mostra un documento ufficiale del Pentagono, datato agosto 2012 ma consultabile dal 18 maggio 2015 su richiesta del gruppo conservatore Judicial Watch. In questo rapporto c'è scritto che i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono le forze di opposizione in Siria che sono: i salafiti, i fratelli mussulmani, e AQI ovvero Al-Qaeda Iraq (o Al-Nusra) che attraverso il portavoce dello Stato Islamico (l'ISIS) ha chiamato alle armi i sunniti iracheni contro il governo siriano. L'obiettivo, sostenuto dagli alleati, è quello di creare un principato salafita (lo stato islamico) che possa isolare il regime siriano (16).




Non so voi ma io qualche dubbio su questa storia dell'ISIS inizio ad averlo.


3. Conclusioni

La storia che le notizie sopra riportate ci raccontano, non è molto diversa da quella già vista in Afghanistan, in Iraq, o più recentemente in Libia. C'è sempre qualche banda armata, sostenuta da paesi stranieri, che prova a sostituirsi al governo in carica. Non importa come si chiamino: Talebani, Alleanza del Nord, Al Qaida, ISIS... sono sempre dei cavalli di Troia per poter instaurare un regime amico in una località nella quale si coltiva qualche interesse politico, militare e/o economico. Solo che non è consuetudine dire la verità ai propri elettori. Bisogna inventarsi qualche cosa come un'emergenza terroristica che giustifichi guerra preventiva, un intervento umanitario, oppure di peace keeping, etc. etc.

Lungi da me l'idea di pensare di aver capito tutto su quello che succede in Siria e nel mondo. Io provo solo a informarmi da fonti alternative a quelle tradizionali (giornali e TV). E chissà perché, quando lo faccio, giungo sempre alla conclusione che c'è qualcosa di più che i media main stream non dicono.

Se anche tu che al mattino sfogli il tuo quotidiano preferito e alla sera guardi il telegiornale, leggendo questo post hai scoperto cose nuove che non sapevi, allora il mio suggerimento è quello di cambiare fornitore di notizie.

PS: ma voi lo sapevate che i video e le dichiarazioni dei membri dell'ISIS sono dei contenuti che le televisioni acquistano da una società fondata da una signora che collabora con il governo americano (17)?


Fonti:
(1) https://www.youtube.com/watch?v=Kz-s2AAh06I
(2) https://www.youtube.com/watch?v=QHLqaSZPe98
(3) http://www.theatlantic.com/international/archive/2014/08/hillary-clinton-failure-to-help-syrian-rebels-led-to-the-rise-of-isis/375832/
(4) http://www.theguardian.com/world/2013/mar/08/west-training-syrian-rebels-jordan
(5) http://www.reuters.com/article/2013/03/10/us-syria-crisis-rebels-usa-idUSBRE9290FI20130310
(6) http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-10-01/raid-russi-siria-usa-accusano-mosca-colpiti-ribelli-addestrati-cia-cremlino-non-solo-isis-gli-obiettivi---212058.shtml?uuid=ACSaOb8
(7) http://www.voltairenet.org/article185102.html
(8) http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=11123
(9) https://www.youtube.com/watch?v=yUtLYAZkZpg
(10) https://www.youtube.com/watch?v=1d-XzwMUg-4
(11) https://syrianfreepress.wordpress.com/2014/08/27/isis-mossad-aanirfanblogspot-report/
(12) http://www.voltairenet.org/article186940.html
(13) https://www.rt.com/usa/317886-toyota-isis-trucks-treasury/
(14) http://vocidallestero.it/2015/05/30/hillary-clinton-aiuto-lascesa-dellisis/
(15) http://www.voltairenet.org/article187713.html
(16) http://www.voltairenet.org/article187723.html
(17) http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4650



lunedì 12 ottobre 2015

Un grafico che spiega il declino della produttività in Italia

Chi di voi ha sentito dire che il problema dell'Italia è la produttività? Avevo già scritto un post su questo argomento (qui) ma ho pensato che valesse la pena di aggiungere qualcosa.

Di seguito troverete un grafico con i dati storici della produttività del lavoro dal 1981 al 2007 (dati OCSE).


La produttività del lavoro è il rapporto tra fatturato delle imprese e il costo del lavoro (o il numero delle ore lavorate). Chi desiderasse una spiegazione più tecnica dei dati la troverà direttamente alla fonte (qui).

Osservate come l'andamento in ascesa del grafico subisce un brusco stop a partire dagli anni novanta. Precisamente, dal 1995 in avanti la tendenza è quella di una produttività stagnante o in discesa. Come si spiega?

Vi rimando, per una spiegazione più esaudiente, a un post del 2013 dell'economista Alberto Bagnai: "Declino, produttività, flessibilità, euro: il mio primo maggio" che gli amanti dell'economia potranno trovare anche in versione scientifica, pubblicato sulla rivista International Review of Applied Economics "Italy's decline and the balance-of-payment costraint: a multicountry analysis". 

Sintetizzando al massimo la questione, sono state date tre possibili spiegazioni di questo fenomeno:

1. il cosiddetto nanismo delle imprese italiane, che sarebbero troppo piccole per avere un'efficienza ottimale.

2. la poca propensione alla ricerca e sviluppo che ne rallenterebbe la produttività.

3. la flessibilità, che avrebbe causato la svalutazione del costo del lavoro e scoraggiato la capacità innovativa delle aziende, favorendo le attività a maggior utilizzo di lavoro rispetto a quelle dove è necessario il capitale.

I primi due punti sono le critiche che vengono fuori più facilmente nei dibattiti main stream ma, trattandosi di caratteristiche storiche delle imprese italiane, non sono adatte per spiegare la brusca inversione di tendenza avvenuta solo a partire dal 1995.

Il terzo punto è frutto di almeno un paio di studi scientifici (qui e qui), uno dei quali dell'economista italiano Francesco Daveri. Tuttavia, il declino della produttività (1995) sembrerebbe anticipare di qualche anno la prima riforma del mercato del lavoro (1997).  

Il Prof. Bagnai suggerisce un'altra spiegazione, illustrata nel grafico che segue.


Come potete vedere, la linea rossa del cambio sembra essere correlata con quella verde della produttività per tutto il periodo preso in esame. In particolare, quello che interessa a noi, è che la rivalutazione del 1995 (la linea rossa che scende) porta con se un appiattimento di quella verde. Successivamente, il cambio viene fissato (linea rossa piatta) e la produttività prima si arresta e poi, a seguito della crisi, crolla. Tornando indietro fino al periodo dello SME credibile (1987-1992) che aveva fissato i cambi delle monete europee entro una banda d'oscillazione ridotta (lo vediamo dal cambio piuttosto stabile evidenziato in quel periodo dalla linea rossa) osserviamo lo stesso fenomeno, ovvero l'appiattimento della linea verde che misura la produttività.

Pertanto, il declino della produttività sarebbe solo un altro effetto negativo del cambio fisso, e quindi dell'euro.







lunedì 5 ottobre 2015

Le vere ragioni della crescita del PIL (secondo il governo)

Quando le interferenze disturbano il segnale è necessario risintonizzare il canale.

Sul Documento di Economia e Finanza (DEF) presentato dal governo cioè dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (il MEF per gli amici) ad aprile 2015, vi si legge a pagina 4 che per il 2015 è prevista una crescita pari allo 0,7% (poi aggiornata allo 0,9%).

Facendo lo sforzo ammirevole (perché il DEF è davvero noioso) di arrivare fino a pagina 16 verremo ricompensati dalla lettura di un'interessante tabella in cui si afferma, in sostanza, che di quella crescita dello 0,7% (o 0,9%) le variabili esogene, ovvero quelle non imputabili alle scelte di politica economica del governo, contano lo 0,6%.

In pratica, il governo afferma che la crescita del 2015 dipenderà quasi totalmente dalle favorevoli condizioni di mercato internazionali. Soprattutto, la svalutazione dell'euro e il basso prezzo del petrolio. Tutto questo con buona pace: degli interventi in televisione, degli articoli sui giornali, dei tweet e di tutti gli accidenti che si inventano ogni giorno per confondere le acque. Attenzione a non perdere il segnale.


Ma le riforme? Il Jobs Act? Alla meglio, sono comprese in quello 0,1% che non deriva dalle variabili esogene. 

Attenzione, dire che fino ad ora le riforme non hanno avuto alcun impatto rilevante sull'economia, non significa escludere che possano averlo in futuro. Tuttavia, anche questo scenario, auspicabile per il governo, va ben interpretato. Perché il Jobs Act funzionerebbe solo nel momento in cui agevolasse l'abbassamento degli stipendi.

Già perché loro sperano che la maggior flessibilità del lavoratore (che potrà essere licenziato più facilmente) determini minori pretese e quindi un costo più basso, che avrebbe come effetto un minor prezzo di vendita del prodotto e  una maggiore competitività, che a sua volta servirebbe a dare un impulso alle esportazioni. 

Bene, direte voi, ma se aumentano le esportazioni ci guadagniamo tutti. No, perché se il maggior guadagno venisse ridistribuito fra tutti i partecipanti al processo produttivo (cioè a noi) aumenterebbero di nuovo gli stipendi e si tornerebbe punto e a capo. Ed è per questo motivo che il governo punta solo sulle riforme dal lato dell'offerta, quelle che non aiutano la domanda interna, per rilanciare la crescita.

Stay tuned.