"Monetarism is a little like snake oil, widely touted as a cure for all afflictions that may affect man or beast, but of dubious efficacy"
"Il monetarismo è un po' come l'olio di serpente, ampiamente reclamizzato come cura per ogni malanno che possa affliggere l'uomo o la bestia, ma di dubbia efficacia"
Charles Kindleberger - Marshall Plan Days
L'aumento dei prezzi, cioè l'inflazione, dipende da quanta moneta viene "stampata"?Probabilmente, molti di voi darebbero una risposta affermativa a questa domanda, in accordo (più o meno consapevolmente), con quanto afferma la teoria quantitativa della moneta. Come vedremo di seguito però, tale conclusione, oltre che precipitosa, è tutt'altro che scevra da influenze politiche e ideologiche.
L'economista Irving Fisher, che visse a cavallo tra i secoli XIX e XX, elaborò una formula, definita equazione degli scambi, in cui si afferma che: se vendi 5 mele al prezzo di 2 l'una (parte destra della formula) chi le compra dovrà avere 10 banconote (parte sinistra della formula). Entrambi i lati hanno lo stesso valore: 2 * 5 = 10.
In realtà, la formula aggiunge qualcosa in più e cioè che, in fondo, non è proprio necessario che la "massa monetaria" di un'economia sia uguale al valore della produzione, infatti la stessa moneta potrebbe essere posseduta più volte. Quindi, basteranno anche solo 5 banconote che passano 2 volte dalla stessa mano (ad esempio due stipendi) per comprare 5 mele al prezzo di 2.

Questo semplice concetto viene formalizzato matematicamente con quest'identità:
M * V = P * Q
dove "M" sono tutti i soldi presenti in un'economia (la massa monetaria), "V" è il numero di volte che quei soldi passano di mano, "P" sono i prezzi e "Q" la quantità prodotta e venduta.
La stessa equazione può essere presentata anche in modo diverso. "Q" può essere scritto come "Y", che invece di rappresentare la quantità prodotta diventa il valore dei beni venduti ai prezzi dell'anno base di riferimento. Così facendo "P" non sarà più il prezzo ma l'indice dei prezzi; e sarà uguale a 1, il primo anno, e magari a 1,1 il secondo anno (se avremo avuto un'inflazione, cioè una variazione dei prezzi, pari al 10%). Quindi, troverete scritta quella formula anche così:
M * V = P * Y
Infine, potrei dividere per "V" sia la parte sinistra che quella destra della formula. Il risultato sarà:
M = Y/V * P.
Questa si chiama equazione di Cambridge, che però si scrive nel modo seguente:
n = k * p
perché "n" in inglese significa notes (banconote). "Y / V" invece è espresso come un unico fattore, detto "k". Chi lo desidera troverà la spiegazione e il funzionamento di questa formula in Tract on Monetary Reform (J. M. Keynes, 1923) recentemente tradotto in italiano dal professor Giorgio La Malfa con il titolo "La riforma monetaria", edito da Mondadori.
Tornando alla nostra analisi è bene sapere che, in qualunque modo voi la scriviate, l'equazione degli scambi non dice nulla sulle cause, e sugli effetti, che muovono le variabili in essa contenute. Ad esempio, la variazione di "P" potrebbe essere provocata da quella di "M" o viceversa. Entrambe le ipotesi sono teoricamente accettabili e non inficiano la validità della formula.
Tuttavia, la scuola di pensiero monetarista propende per la seguente interpretazione: che le variazioni di "M" siano sempre l'unica causa di quelle di "P". Afferma pertanto che l'inflazione, cioè l'aumento di "P", sia la semplice conseguenza dell'incremento della massa monetaria "M". Le altre variabili dell'equazione, "V" e "Q", sono considerate valori stabili, in virtù del fatto che le abitudini delle persone cambiano solo lentamente nel tempo.
Tanto per capirci, nel nostro esempio, se le banconote aumentassero da 5 a 10 (10 * 2 = 20) l'incremento si scaricherebbe solo su"P", che passerebbe da 2 a 4 (4 * 5 = 20) lasciando"V" e "Q" invariate.
Per questo motivo gli economisti della scuola monetarista, che già a suo tempo Keynes chiamava "Old-fashioned advocates sound money" (perché, ironia della sorte, le idee che possono apparire di moda oggi erano già considerate vetuste un centinaio di anni fa) prediligono politiche monetarie che limitano la crescita del denaro disponibile, al fine di mantenere stabili i prezzi. La fede che ripongono nei loro argomenti si basa su due condizioni, che si devono verificare entrambe:
1. che l'inflazione sia un semplice fenomeno monetario, che dipende appunto dalla quantità di moneta in circolazione ("V" e "Q" sono stabili)
2. che la quantità di moneta di un'economia sia sotto il completo controllo dell'autorità monetaria (la banca centrale).
Le suddette ipotesi però possono essere oggetto di ampio dibattito. Intanto perché la banca centrale non controlla la quantità di moneta in circolazione ma il suo prezzo, rappresentato dal tasso d'interesse (il costo del denaro). Sono le banche commerciali a immettere autonomamente moneta nel sistema, tramite i prestiti, il cui ammontare è sì influenzato dalla politica dell'autorità monetaria ma è determinato dalle condizioni economiche. Poi perché l'aumento dei prezzi può avvenire anche a causa di processi che nulla hanno a che vedere con la massa monetaria in circolazione. Pensate ad esempio agli shock petroliferi, essi non dipendono da quanta moneta si "stampa" ma dell'instabilità politica di alcune zone del mondo.
Inoltre, ci si può riferire alla produzione "Q" come una costante solo se si crede i fattori produttivi siano sempre pienamente utilizzati (legge di Say). Tuttavia, soprattutto nei periodi di alta disoccupazione, diventa difficile affermare che un maggior numero di lavoratori occupati non possa generare un aumento di produzione e vendite. Purtroppo però, per gli economisti ortodossi anche la disoccupazione, almeno quella involontaria, non viene considerata come una variabile influente (anzi, per loro non esiste affatto).
Nell'approccio della scuola monetarista il denaro ha valore esclusivamente in relazione alla sua scarsità e non per la sua diffusione come mezzo di scambio. Questo anche perché negli ambienti in cui si originarono le loro idee, la questione di vedere il valore dei propri capitali erosi dall'inflazione era di certo più sentita rispetto a quella di poter sbarcare il lunario. Più che di scienza, si tratta di una narrativa volta alla (legittima) difesa politica del proprio interesse di classe, quello dei capitalisti. In un periodo abbastanza lungo può darsi che un'economia dove si "stampa" maggior denaro abbia più inflazione di una in cui "M" viene mantenuto più stabile. Tuttavia, nel breve periodo altri fattori, egualmente importanti, possono incidere sui prezzi e sulla produzione. Nei numerosi brevi periodi che portano al lungo periodo possono capitare tante cose alla vita della gente, non tutte positive, che i monetaristi non considerano perché, semplicemente, non gli interessa.
Se sei talmente ricco da poter sopportare abbastanza a lungo i rovesci del ciclo economico, la tua sensibilità sarà tutta verso la conservazione del valore del tuo patrimonio, e non accetterai ben volentieri di vederlo inflazionato solo per dare ossigeno a chi avrebbe invece urgente bisogno di una rapida iniezione di capitali nell'economia, che aumenti la produzione, per poter trovare lavoro e campare dignitosamente.
Nel testo già citato in precedenza, il Keynes esprime magistralmente questo delicato concetto con le seguenti parole:
"Ma questo lungo periodo è una guida ingannatrice negli affari correnti. Nel lungo periodo saremo tutto morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile, se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l'uragano sarà lontano l'oceano tornerà tranquillo".
In conclusione, la solita avvertenza: questo post non vuole essere una disamina completa di una diatriba, lunga secoli, sulla corretta quantità di moneta che debba essere immessa in un'economia, ma spero sia utile a farsi un'idea delle rilevanti implicazioni politiche che condizionano quest'annosa questione.

