mercoledì 1 aprile 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (3di3)

Ho terminato il post precedente con una considerazione da cui vorrei ripartire. L'eccesso di offerta di titoli di stato sul mercato, anche se garantiti dalla BCE, potrebbe comunque causare qualche difficoltà di assorbimento da parte degli investitori (che rappresentano la domanda).

Quindi, il punto è che ogni soluzione diversa da quella che ho descritto nella prima puntata, cioè la "monetizzazione del debito" (che come abbiamo visto è vietata dai trattati UE), comporta dei costi maggiori. Essi vanno dal pagamento di un tasso di interesse più, o meno, conveniente come quello che dovrebbe assicurare il QE della BCE, o la mutualizzazione del debito tramite eurobond/coronabond, fino ad arrivare alle penalizzanti condizioni che imporrebbe l'intervento del MES, o comunque della cosiddetta Trojka: privatizzazioni, tagli alla spesa sociale e ulteriore perdita di diritti dei lavoratori. Per quanto riguarda il MES, c'è stato un tentativo del nostro governo finalizzato a ottenere dei finanziamenti non vincolati da un "Memorandum of Understanding" (MoU). Tuttavia, questo è vietato dai trattati.


A seguito di questo inconveniente ci è poi stato detto che si poteva ottenere un MoU senza condizioni troppo penalizzanti. Tuttavia, poi ci è stato fatto notare che questo accordo può cambiare in qualsiasi momento, in modo unilaterale (con maggioranza qualificata), senza che l'italia possa opporvisi.

Regolamento 472/2013

C'è infine da considerare che il MES da solo, non ha le risorse sufficienti a finanziarie tutti i paesi durante la crisi (parliamo di centinaia di miliardi di euro) e che quindi dovrebbe recuperarli dai paesi aderenti (che dovrebbero prima chiederli ai mercati e poi darli al MES, che li presterebbe nuovamente ai governi) o chiederli alla BCE (e anche questo sarebbe un assurdo, visto che allora tanto varrebbe che i governi li chiedessero direttamente alla BCE).


Nonostante tutto, un gruppo di importanti economisti internazionali hanno suggerito di ricorrere al MES. Essi (o meglio €ssi) sono appoggiati in Italia dai soliti noti.

Luigi Marattin: economista e onorevole ex PD e ora  Italia Viva 

Stefano Feltri: giornalista del Fatto Quotidiano

Giampaolo Galli: economista dell'Osservatorio Conti Pubblici

Considerando che, come abbiamo visto, esisterebbe un modo di avere un sostegno illimitato e gratuito, vale davvero la pena indebitarsi?

Credo che se lo chiedessimo a coloro i quali ci dovrebbero concedere tali prestiti, la risposta sarebbe senza dubbio affermativa. Ovviamente, per ragioni rigorosamente scientifiche. Non voglio certo insinuare che, in fondo, quello è il mestiere con cui si guadagnano da vivere. L'argomento più utilizzato è che la "monetizzazione del debito" favorirebbe l'emissione incontrollata di moneta da parte dello stato. Questo provocherebbe inflazione, che farebbe aumentare i prezzi e diminuire il valore reale degli stipendi (e dei nostri debiti, cioè dei loro crediti. Anche se, di soluto, quest'ultima parte è omessa, forse per senso del pudore).

Può darsi che abbiano ragione. D'altra parte, mi chiedo se un po' d'inflazione varrebbe la vita dei malati, dei disoccupati e degli imprenditori falliti. Io non sono uno scienziato, e allora vi riporto di seguito l'opinione si Sir John Maynard Keynes.


martedì 31 marzo 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (2di3)

Nel post precedente (qui) ho provato a descrivere brevemente come potrebbe affrontare la crisi un paese "normale", cioè con una moneta propria e una banca centrale che sostenga la politica del governo.

L'entità della recessione in corso è, ovviamente, ancora ignota. Ciò non di meno sono già state fatte le prime previsioni. Ad esempio, Reuters riporta delle dichiarazioni in cui un ex capo economista del Tesoro parlava di un calo del 3% solo nel primo semestre dell'anno, sull'Huffigton Post l'On. Stefano Fassina scriveva di una caduta dell'economia reale superiore al 10%, il ministro Gualtieri ha dichiarato al Sole24ore che ci sarà una caduta del PIL di qualche punto. Nel grafico qui sotto ci sono invece le previsioni di Goldman Sachs.

Fonte: asimmetrie.org (Non possiamo più aspettare) 

Considerando sia le previsioni ottimistiche che quelle pessimistiche si può pensare a una recessione di almeno 5-6 punti percentuali, paragonabile a quella del 2009.

L'Italia, e tutti gli altri paesi della zona euro, non possiede una moneta nazionale. Inoltre, alla la Banca Centrale Europea non è permesso comprare titoli emessi dagli stati dei paesi aderenti all'euro. Lo può fare solo sul mercato secondario (come vedremo dopo). A chi volesse approfondire l'argomento, suggerisco la lettura di questo discorso fatto nel 2016 a Harvard dal membro del consiglio di amministrazione della BCE Benoît Cœuré (qui)
Art. 123 par.1 TFUE

L'idea che sta alla base di questo sistema (o sarebbe meglio dire l'ideologia) è quella di disincentivare le politiche incaute di quei governi che altrimenti si sentirebbero sicuri di non fallire perché la BCE correrebbe in loro soccorso in caso di bisogno. Si chiama clausola di "No Bailout". D'altro canto, si presume che i mercati siano capaci di maggior giudizio nella scelta degli investimenti (l'ideologia di riferimento, il liberismo, crede che il capitale si distribuisca in modo meritocratico).

Ora, purtroppo, le regole non distinguono tra le situazioni, e capita che esse si debbano applicare anche quando si tratta di salvare la vita delle persone, e quella delle imprese, da una situazione imprevista della quale nessuno è colpevole (fino a prova contraria) e non solo per finanziare le solite politiche populiste che, secondo i nostri ideologi, creano solo inflazione (tipo le spese per la sanità pubblica e quelle per le pensioni di noi fannuloni). L'ideologia liberista è democratica perché non guarda in faccia a niente e nessuno, e si applica indistintamente a esseri umani e bestie.

Per evitare che il gioco si rompesse, durante l'ultima crisi (ormai la penultima) si sono introdotti vari strumenti di sostegno economico. Sotto la presidenza Draghi, la BCE ha iniziato a comprare titoli di stato dei paesi dell'eurozona sul mercato secondario (non dal governo all'emissione, ma successivamente dagli investitori, in pratica le banche). Anche in questo modo (l'ormai famoso "Bazooka") Draghi ha mantenuto insieme i cocci dell'eurozona, che ora però vanno incontro ad un nuovo shock. Questo tipo di soluzione, il "Quantitative Easing", servirebbe per mantenere a un livello più basso i tassi d'interesse, dato che gli investitori si sentirebbero rassicurati dal fatto di non dover rimanere col cerino in mano (male che vada vendono i titoli alla BCE).

110 economisti italiani hanno firmato un appello affinché la BCE sostenga, in vari modi, i paesi dell'eurozona, e altri economisti internazionali, tra cui i più famosi sono Blanchard e de Grauwe hanno scritto quanto segue:



Se la BCE agisse come "creditore di ultima istanza" per i titoli di stato dell'area euro, non risolverebbe gli squilibri macroeconomici provocati dalla moneta unica, e ben noti dal 2011, ma potrebbe comunque alleviare il peso della crisi.

Se invece si limitasse a continuare il "Quantitative Easing" acquistando titoli sul mercato secondario (come finalmente dichiarato dalla Presidente Lagarde) tenendo conto del fatto tutti i paesi del mondo inonderanno di titoli di stato il mercato globale a causa di questa crisi, forse qualche problemino di eccesso di offerta sulla domanda si potrebbe comunque verificare, facendo aumentare i tassi in modo pericoloso.





lunedì 30 marzo 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (1di3)

Tanto tuonò che piovve. La crisi era stata preannunciata da tempo ma, anche questa volta, nessuno aveva previsto come e quando si sarebbe manifestata. L'economia aveva iniziato a dare segni di cedimento da un po' ma, con la pandemia in corso, la recessione rischia di essere molto più severa di quanto previsto fino a pochi mesi fa.

Come la volta scorsa, come sempre, la crisi arriverà (o, per meglio dire è già cominciata) nel settore privato, e si presenterà in forma di un brusco calo dei consumi provocato dalle misure di "lockdown" implementate dai governi per frenare la propagazione del Covid-19 (il cosiddetto "Coronavirus" ). Quindi, almeno in un primo momento, la crisi consisterà principalmente in un brusco calo della domanda. Non è escluso che, se il blocco delle attività dovesse durare troppo a lungo, questo possa causare anche una diminuzione significativa dal lato dell'offerta di prodotti e servizi, dovuto alla chiusura definitiva delle aziende nel frattempo fallite. Ma questo è uno scenario subordinato alla capacità di reazione che i governi dimostreranno nella gestione dell'imminente recessione.

Quindi, anche questa volta, per attenuare lo shock economico servono i soldi. Immaginate infatti che qualcuno, o qualcosa, potesse finanziare tutta l'economia fino alla fine di quest'emergenza, in modo che i debiti nel frattempo maturati vengano pagati e i crediti incassati. Sarebbe bello tornare: chi in ufficio, chi in fabbrica, ecc., e trovare tutto come l'avevamo lasciato.

Il governo potrebbe, in teoria, fronteggiare la crisi in vari modi: tramite prestiti agevolati, contributi a fondo perduto, sospensione delle scadenze fiscali, ecc.. Tuttavia, per poterlo fare, deve reperire le risorse necessarie.

In un paese "normale" con una moneta propria e una banca centrale disponibile a sostenere la politica del governo, il ministro del tesoro emetterebbe i titoli del debito pubblico necessari (magari a tassi reali negativi) che verrebbero acquistati in parte dal mercato, e per la parte residua dalla stessa banca centrale. Quest'operazione viene denominata "monetizzazione del debito". Per la banca centrale i titoli sono un'attività e la moneta una passività, e per il ministero la moneta è un'attività e i titoli una passività, ma rimane tutto nell'ambito della stessa istituzione: lo stato. Infatti, pur essendo la banca centrale una società di proprietà privata, in questo caso, si presume che la banca centrale sia dipendente dal governo.

È vero che la politica monetaria da sola non basta a fronteggiare le crisi, ma è comunque di grande aiuto. Purtroppo però, noi non possiamo farlo.

Continua...





sabato 14 marzo 2020

Italia Viva e i tagli alla sanità

L'Onorevole Luigi Marattin e il ministro Teresa Bellanova, sostengono che non siano mai stati fatti tagli alla sanità.



Qui sotto potete vedere un grafico pubblicato dal loro partito politico Italia Viva.


Ad un'occhiata superficiale potrebbe effettivamente sembrare che la spesa sanitaria sia aumentata negli ultimi vent'anni. Tuttavia, occorre fare una distinzione tra i valori nominali: che sono quelli indicati nel grafico di Italia Viva; e quelli reali: che non sono "nobili" ma gli stessi importi nominali, depurati dell'effetto dell'aumento dei prezzi avvenuto nel corso di un determinato periodo (ovvero da quella che gli economisti chiamano inflazione).



La differenza la potete notare nel grafico qui sopra, pubblicato dal Prof. Giampaolo Galli dell'Osservatorio sui Conti Pubblici (quello di Cottarelli che, per intenderci, non è esattamente un sostenitore della spesa pubblica). La diminuzione della spesa dal 2011 al 2013 è evidente. Non so se la parola "tagli" si possa applicare solo agli importi nominali ma comunque cambia poco. Sostanzialmente, la spesa non è ancora ritornata ai livelli del 2010. È inutile nascondersi dietro un dito perché le bugie hanno le gambe corte, ma anche le mezze verità. 

Qualcuno potrebbe, a questo punto, pensare che si tratti di una questione di lana caprina, relativa esclusivamente al metodo di misurazione utilizzato tra quelli disponibili. Non è così. Per misurare una grandezza macroeconomica, e il suo l'andamento, non si utilizzano i valori nominali perché essi tendono ad avere un significato molto relativo, soprattutto nel lungo periodo. Diffidate di chi lo fa. 

Peraltro, anche utilizzando come misura il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo (PIL, cioè i redditi) si osserva un calo, nonostante il PIL nominale sia cresciuto pochissimo. Di seguito un grafico estratto dal database OECD.


Per completezza, di seguito, ho voluto proporvi una serie estratti (che non pretende di essere esaustivo) riferiti ad alcuni documenti tecnici che possono aiutare a comprendere meglio quello che è successo alla spesa pubblica sanitaria negli ultimi dieci anni.

Quarto rapporto sulla Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale dell'associazione GIMBE: "Nel periodo 2010-2019 sono stati sottratti al SSN poco più di € 37 miliardi, di cui circa € 25 miliardi nel 2010-2015 per la sommatoria di varie manovre finanziarie e € 12,11 miliardi nel 2015-2019 per la continua rideterminazione al ribasso dei livelli programmati di finanziamento"

Documento sulla stato della sanità in Italia, redatto dall'ufficio parlamentare di bilancio a dicembre 2019 (UPB): "Una delle voci di spesa che hanno risentito maggiormente delle restrizioni è stata quella per il personale, con una riduzione in valore assoluto di quasi 2 miliardi tra il 2010 e il 2018, malgrado il parziale recupero nell’ultimo anno grazie alla ripresa della contrattazione. A questo andamento ha corrisposto un ridimensionamento del numero di lavoratori, compresi medici e infermieri, in particolare nelle Regioni in piano di rientro, e un peggioramento delle condizioni di lavoro (orari, organizzazione, contenzioso, ecc.)"

Dal comunicato stampa SIAARTI (Società Italiana Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) sulle raccomandazioni di etica clinica da seguire per l'emergenza Covid-19. Si tratta dei professionisti ai quali ci affidiamo per le nostre cure, e per quelle delle persone a noi care, e sono anche coloro i quali, loro malgrado, potrebbero essere costretti a decidere chi salvare e chi no, se si dovesse arrivare al punto in cui i mezzi disponibili non fossero sufficienti per tutti: "La domanda che come SIAARTI ci sentiamo di fare in conclusione è dunque se l'insufficienza delle risorse poteva essere considerata, valutata e gestita in precedenza, ma la risposta a questo interrogativo (che si pone oggi di fronte ad un'epidemia che non ha eguali negli ultimi decenni) con ogni probabilità è nelle competenze e nelle disponibilità delle Istituzioni".

Resta da rispondere a una domanda che, immagino, alcuni di voi si stiano facendo: se dire che non sono stati fatti tagli alla sanità è così sbagliato come dici tu, allora come mai dei politici si esporrebbero a simili figuracce?

La risposta è semplice. Da tempo è in corso una battaglia per la privatizzazione del nostro sistema sanitario. La ragione è che questo settore, come direbbero gli economisti, è a domanda inelastica, cioè un malato cerca di curarsi a ogni costo. Questo è un ottimo incentivo per un privato che vuole investire. Purtroppo però, se il malato ha ciò di cui ha bisogno gratuitamente non deve rivolgersi a un privato.

Il fatto è che, come insegna il filosofo americano Noam Chomsky, il modo migliore per privatizzare è tagliare i fondi fino a quando una cosa smette di funzionare. A quel punto, non sarà difficile convincere gli elettori che il privato è meglio. Solo dopo gli elettori si accorgeranno di quanto costa il privato. Basti pensare che negli USA le spese sanitarie per persona solo, di gran lunga, le più alte del mondo e, secondo lo studio Bloomberg 2018, il loro sistema sanitario è agli ultimi posti in classifica, su cinquantina di paesi. Il nostro è quarto e il suo costo è nella media dei paesi OECD. 

Quello che ho ritenuto di dover scrivere su questo argomento termina qui. Spero di essere stato chiaro e il più possibile esaustivo. Ovviamente, quanto da me scritto non chiude l'argomento, perché tanto ancora si potrebbe aggiungere per chi volesse approfondire ulteriormente. Per il momento però vi saluto tutti con un grande in bocca al lupo. 

martedì 7 gennaio 2020

A real MESs


ESM is the European Stability Mechanism. In Italy we call it MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, but the proper word should be mess. A real mess.
You can think about the ESM as a piggy bank for unfortunate countries, if you believe in fairy tales.
Well, the issue is that ESM provides money to the Eurozone countries when the market refuses to buy their sovereign bonds, that is good.
Unfortunately, loans are conditioned. That it means business is made from the point of view of the lender. If you are asking why ESM should provide money if the market does not, you are asking a good question.
Like any others, ESM too wants is money back with interest. And if your sovereign debt is unsustainable, before they give you a loan, ESM demands the involvement of the private sector. What?! This is an educated way to say that you must default. That is quite bad.
A default on sovereign debt involves the banking system of a country, which usually has most of the sovereign bonds. At this point you can think that you don't give a damn about the whole matter because you have no bonds and hate those damn bankers. But wait a minute, the best is yet to come.
Because you have your money in a bank, if they are in trouble, you are too. Now, in the Eurozone, a government cannot save banks anymore, and a Resolution Committee is now in charge when a bank defaults. Pretty worried?
Resolution means to sell whole of the bank’s assets to repay liabilities. But, because liabilities, in those troubled situations, are often more than assets, someone doesn’t get his money back. That is bad.
Of course, first to lose their money are the owners of the share capital. Second, are the investors who bought debt bonds. They are either institutional investors or retailers.
If it is not enough, customers pay the bill. Deposits over one hundred thousand euros are involved. Under that amount are granted with the Resolution Fund of about sixty billions. Estimated to be one percent of deposits granted. ESM in 2024 will double this Resolution Fund and they believe it will be enough. Yes, they believe. That is worse than bad.
If you are a British reader you may be happy not to be part of this real MES called Eurozone. Sorry, I would say a mess, but is the same

lunedì 6 maggio 2019

L'euro, il convitato di pietra del primo maggio

A seguito della festa del lavoro appena celebrata voglio porre la mia attenzione su alcune parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del suo discorso al Quirinale.

La versione integrale dell'intervento del Presidente la trovate su www.quirinale.it: (qui) il video e (qui) la trascrizione. Vi ho indirizzato ai siti istituzionali, e non ai giornali (o a qualche testata televisiva) per mostrarvi che, a volte, anche nell'informazione si può fare a meno di intermediari. In ogni caso, è comunque utile rivolgersi direttamente alle fonti primarie quando si vuole essere precisi. La prudenza non è mai troppa.

Il Presidente ci ha voluto ricordare che il diritto al lavoro è un precetto costituzionale ed è compito di chi governa svolgere politiche volte al perseguimento della piena occupazione.

"La nostra Carta costituzionale riconosce il lavoro come bene sociale e pone alle istituzioni, a tutti i livelli, di compiere ogni sforzo per ampliare le opportunità occupazionali, per rimuovere le cause degli squilibri tra territori, per accrescere le conoscenze, le competenze, gli investimenti necessari a uno sviluppo sostenibile. Si tratta di un dovere pubblico a cui non ci si può sottrarre. Così come non può essere cancellato dalla Costituzione quel traguardo di piena occupazione, che resta una sfida costante, un obiettivo a cui tendere, utilizzando ogni possibile leva di intervento".

Mi ha fatto molto piacere ascoltare queste parole da parte della massima carica dello Stato. Infatti, nel dibattito giornaliero è troppo spesso assente una così chiara consapevolezza del compito affidato alle istituzioni dalla nostra costituzione economica.

Vorrei tuttavia far notare (a voi, e non certo al Presidente Mattarella) che tale obbligo costituzionale è purtroppo in contrasto con limiti derivanti dall'appartenenza del nostro paese a un'unione monetaria, dove ai paesi indebitati è richiesto di porre rimedio all'eccessivo debito estero tramite il ricorso alla disoccupazione. 

Questa non è una mia idea ma semplicemente ciò che il senatore Mario Monti chiamava distruzione della domanda interna in una nota intervista televisiva ed è quello che ci ha ricordato, tra gli altri, il presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi durante la sua lectio magistralis a Helsinki nel 2014 spiegando che gli aggiustamenti devono avvenire attraverso la svalutazione interna, e che la politica economica all'interno di un'unione monetaria è molto diversa da quella che ci sarebbe al di fuori di essa (me ne ero già occupato qui).

Del resto, queste sono tutt'altro che questioni nuove. Si tratta di ovvietà scientifiche note almeno da 60 anni, come dimostra l'articolo del noto economista Meade pubblicato nel 1957 sulla rivista scientifica The Economic Journal, intitolato "The balance-of-payment problems of a European free-trade area". In questo lavoro Meade scriveva che i sistemi monetari a cambio fisso (e quindi, a maggior ragione le unioni monetarie) sono in contrasto con le politiche di piena occupazione care ai governi di allora. Me ne ero occupato qualche tempo fa (qui). Vi sto parlando solo di un singolo documento nell'ambito di una discussione sull'integrazione europea durata 40 anni, e di cui allora, al contrario di oggi, erano ben note le conseguenze indesiderate.

Nonostante ciò, oggi l'euro è il convitato di pietra di tutte le discussioni mediatiche su occupazione e crescita.

Per chi volesse approfondire la questione delle incolmabili differenze fra l'obiettivo della piena occupazione previsto dalla Costituzione e i trattati europei dal punto di vista giuridico, suggerisco la lettura dell'interessantissimo libro dell'attuale sottosegretario alle politiche europee Luciano Barra Caracciolo intitolato "La Costituzione nella palude. Indagine su trattati al di sotto di ogni sospetto", oppure di "Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto è inevitabile" di Vladimiro Giacché.

giovedì 4 ottobre 2018

Il deficit al 2,4%

Finalmente il governo ha raggiunto un accordo sulla stima del deficit, cioè sul rapporto fra disavanzo di bilancio (la differenza fra entrate e uscite del bilancio pubblico) e il prodotto interno lordo (PIL). Questo valore è stato fissato al 2,4%. Più basso rispetto a quello sperimentato durante la recessione (e non solo) ma più alto di quanto previsto dal precedente governo nel DEF 2018 (1,6%).


Tramite una semplice formula aritmetica (fonte goofynomics) siamo in grado di trovare il livello di deficit che stabilizzerebbe il rapporto debito pubblico/PIL, e comprendere che impatto avrà il deficit previsto sull'andamento di questa grandezza utilizzata normalmente come indicatore del livello di stabilità dei conti.


Gamma è il tasso di crescita nominale e dt-1 è il rapporto debito/PIL dell'anno precedente (il 2018). Per eseguire il calcolo possiamo prendere i dati del database statistico WEO (World Economic Organization) aggiornati ad aprile 2018. La crescita nominale del PIL italiano nel 2019 sarà del 2,47% e il rapporto debito/PIL del 2018 è stimato al 129,7%.Quindi: 1,297 x 0,0247 / (1+0,0247) = 3,1%.

Questo significa che con un deficit del 2,4%, nel 2019, c'è da aspettarsi una diminuzione del rapporto debito pubblico/PIL. Si può pertanto discutere su quanto questa manovra sia ambiziosa ma non sul fatto che metta a rischio i conti pubblici.

Quindi, perché ha suscitato tanto scalpore sui media, polemiche politiche e tensione sui mercati finanziari? Semplicemente, questo governo ha messo per la prima volta in discussione le politiche economiche richieste dalla UE e, anziché puntare al pareggio di bilancio pubblico, ha deciso di fare una manovra espansiva allo scopo di rianimare l'economia stagnante. 

Questa non dovrebbe essere una buona notizia?

Il problema è che, in un'unione monetaria, ad un aumento del livello delle importazioni rispetto alle esportazioni non corrisponde una svalutazione della moneta, e quindi manca un fondamentale meccanismo di riequilibrio dei conti verso l'estero. Quindi, se l'economia riparte, e aumentano i redditi, aumenteranno anche le importazioni portando in passivo il saldo con l'estero, che dal governo Monti in poi era stato riportato in attivo per far rientrare il paese dai debiti contratti (in particolare nel settore privato) e scongiurare così un'eventuale uscita dell'Italia dall'euro. 

Questa manovra, da sola, non basta certamente a scatenare la serie di eventi che potrebbero portare l'Italia fuori dall'euro ma è un segno politico importante. Per questo motivo, non ha mancato di suscitare le dure reazioni fra i più ferventi sostenitori della moneta unica (i commissari europei, i dirigenti del PD e i mercati finanziari che, ovviamente, preferirebbero ricevere indietro i loro soldi in euro anziché in moneta svalutata).

Per me, il punto importante di tutta questa vicenda è che la strada seguita da questo governo, più o meno timidamente, più o meno bene, non è stata intrapresa di proposito dai precedenti esecutivi. Un gruppo molto ristretto di persone ha semplicemente deciso di imporre a tutti (gli altri) dei sacrifici, per mantenere una moneta e un progetto politico, peraltro mentendo all'opinione pubblica sul reale obiettivo della loro condotta. Questo comportamento è stato pesantemente punito alle ultime elezioni, e ora credo che sia normale che la nuova maggioranza, quantomeno, provi a realizzare un programma diverso da chi li ha preceduti. Altrimenti, che democrazia sarebbe?