martedì 24 novembre 2020

I soldi non si stampano e altri luoghi comuni

"I soldi non si stampano!" diceva Pierluigi Bersani durante una trasmissione televisiva.

https://twitter.com/SocialistaIl/status/1326842520324747264?s=20

Qualunque cosa intendesse il simpatico politico, forse avrete anche voi assimilato il concetto tale per cui "Non esiste l'albero dei soldi" o, detto in termini più tecnici "Non ci sono pasti gratis". Ma siamo proprio sicuri che sia così?

In questo post vi propongo le seguenti dichiarazioni in proposito, da parte di alcune persone informate sui fatti.

Alan Greenspan

"The United States can pay any debt it has because we can always print money to do that. So, there is zero probability of default".

Gli Stati Uniti possono pagare qualsiasi debito perché possono sempre stampare la moneta per farlo. Quindi, la probabilità di fallire equivale a zero. 


https://twitter.com/dottorbarbieri/status/1315638113927081984?s=20

Mario Draghi

"Technically, no. We cannot run out of money. We have ample resources for coping with all our emergencies. So, I think this is the only answer I can give you."

Tecnicamente non possiamo finire i soldi. Abbiamo ampie risorse per far fronte a tutte le emergenze.

Christine Lagarde

La BCE può creare tanta moneta quanta ne serve. Tecnicamente non può andare in bancarotta.

https://twitter.com/counterchoir/status/1329355845499490304?s=20

Il professor Cottarelli (noto economista) aggiunge anche un dettaglio molto interessante. Il finanziamento della banca centrale è gratuito, perché gli interessi pagati sui titoli emessi e incassati dalla banca centrale ritornano al governo.

https://twitter.com/Fantaliz837/status/1326777761231409152?s=20

Chi come me frequenta, da turista, il dibattito economico non troverà per niente sorprendenti le dichiarazioni sopra riportate. È piuttosto ovvio che una banca centrale possa sempre immettere nel sistema tanta moneta quanta ne serve. Ne di più, ne di meno. 

Una banca centrale emette moneta, che nel suo bilancio corrisponde a una passività (come lo è un debito) a fronte di attività, come ad esempio i titoli di stato. Ed essendo un'istituzione di diritto pubblico non può fallire. Nemmeno se il governo decide di non rimborsargli i titoli.

Poi si può discutere del fatto che il finanziamento della spesa pubblica da parte della banca centrale possa, in alcuni casi, comportare inflazione (la vetusta ma sempre amata "teoria quatitativa della moneta"). Sempre che si riesca a capire se è l'aumento di moneta a causare l'aumento dei prezzi, o viceversa l'incremento dei prezzi a provocare quello della moneta. A proposito di questa relazione tra quantità di moneta e inflazione, ammesso che la si voglia dare per scontata (e così non è), ai professionisti piace ricordare che "correlazione non significa causalità". Avete presente il dilemma: "è nato prima l'uovo o la gallina?". Gli economisti sono decenni che discutono del problema, senza averlo risolto. E chissà per quanto tempo ancora andranno avanti. Se avete mai dato credito alla prima teoria è bene che sappiate che la seconda è ugualmente probabile. E, a meno che non abbiate qualcosa di veramente straordinario da aggiungere,  qualcosa che sia davvero sfuggito a tutti, è molto difficile che riusciate a fare pendere definitivamente la bilancia della ragione da una parte o dall'altra. 

Infine, consentitemi di osservare che la banca centrale non è l'unica istituzione che "stampa moneta", cioè che immette moneta nel sistema. Anzi, le banche "commerciali" (nel senso di private) ne creano molta di più. Soprattutto in tempi buoni, che sono anche quelli dove si registra un'inflazione maggiore. Che poi, come avete letto nel post precedente a questo, non è neanche il peggiore dei mali. 

È mai possibile che nessun giornalista, intellettuale (magari di sinistra), presentatore tv, sappia contestare affermazioni come queste di Bersani, Marattin, Calenda, De Romanis e compagnia bella? Forse, ci sarà un motivo per cui le persone a cui gli editori affidano l'informazione e la divulgazione sono i primi ad essere prigionieri di dogmi e luoghi comuni, in economia o anche in altre scienze? 

Perché non ce n'è uno che si domandi per quale motivo il governo debba fronteggiare una pesante crisi economica chiedendo i soldi "a strozzo" ai mercati, o andando con il cappello in mano dalla UE? Se la BCE può disporre gratuitamente di tutta la liquidità necessaria, perché non la concede a tutti? E se i trattati non lo consentono, perché non facciamo da soli?

Dopotutto però, forse è inutile porsi queste domande. È sufficiente prendere atto del fatto che la parte più in vista della nostra classe intellettuale è composta principalmente da individui pigri, superficiali e che comunque non meritano molto credito. 


lunedì 2 novembre 2020

Luoghi comuni sull'inflazione

Einaudi definiva l'inflazione "la più iniqua delle tasse" perché colpisce maggiormente le classi più deboli, in modo simile a una tassa.
Effettivamente, è facile convincersi che un aumento dei prezzi sia dannoso per coloro i quali vivono di un reddito fisso. Tuttavia, siamo sicuri che le cose vadano sempre così? 

I grafici sottostanti mostrano un confronto fra inflazione, salari reali e risparmi in Italia. Forse, chi è convinto che l'aumento dei prezzi danneggi soprattutto i lavoratori sarà sorpreso nel constatare che i dati mostrano il contrario. Infatti, fu proprio nel periodo di maggiore inflazione, gli anni settanta e ottanta, che gli stipendi crebbero di più e i risparmi furono più alti. Ed è proprio con la diminuzione di essa (disinflazione) che la suddetta crescita è venuta meno. Come mai?

 

È ovvio che se noi presumiamo che il produttore decida autonomamente di farsi pagare di più, quanto risulta dai grafici qui sopra apparirebbe un po' strano. Se domani aumentasse il prezzo di un bene, e il mio stipendio no, sarei più povero. Ma se ipotizziamo che i prezzi crescano quando la produzione (cioè l'offerta) insegue una domanda crescente, a sua volta causata dall'aumento dei redditi dei lavoratori, tutto sembra molto più coerente. Questo è quello che credono gli economisti postkeynesiani. 

Ma allora chi danneggia veramente l'inflazione? Ovviamente chi in sua presenza ha un reddito davvero fisso al variare dei prezzi. Ad esempio, chi vive di investimenti a tassi d'interesse fissi. Che poi è anche la ragione per cui chi va in banca a chiedere un mutuo si accorge immediatamente che il tasso fisso è più alto di quello variabile (perché incorpora l'inflazione prevista negli anni avvenire). 

Naturalmente, ognuno di noi può trovarsi svantaggiato o meno da un aumento dei prezzi. È la situazione complessiva, e non quella personale, ad essere discussa in questo post. Non serve neanche che io vi ricordi, anche se a me preme farlo, che quanto da me scritto non conclude l'argomento che è oggetto di discussione, da lungo tempo, fra professionisti di opposte fazioni. Il mio scopo è solo quello di mettere in guardia il lettore dai pricipali luoghi comuni sull'inflazione e dargli uno spunto di riflessione basato su dati reali, e non sui dogmi teorici. 

domenica 25 ottobre 2020

I buoni


Tanto tempo fa, in un remoto angolo del nostro amato pianeta esisteva una terra, nota come Regno dei Buoni. Su di essa governava il Re Buono che aveva nominato così se stesso, e il suo reame, per differenziarsi da tutti gli altri che erano cattivi.

Un brutto giorno un terreno poco fuori dalle mura della città, che i sudditi usavano per fiere e mercati, prese fuoco. Il Re chiamò subito gli Esperti del Regno, che si erano scelti questo nome perché, all'infuori di loro, tutti erano ignoranti. Essi ordinarono che sull'incendio si buttasse immediatamente della benzina. Le fiamme divamparono ancora più forte.

Allora, gli Esperti, dissero che non era abbastanza, e disposero che si trovasse altra benzina. Purtroppo, le fiamme si estesero ancora di più.

Quindi, gli Esperti ordinarono che si radunasse tutta la benzina disponibile e che la si desse alle fiamme. Quando, alla fine, il fuoco si spense, gran parte del Regno era stato devastato dall'incendio.

Gli Esperti annunciarono con orgoglio al Re il loro successo. "Immagini, sua Maestà, cosa sarebbe potuto accadere se non fossimo intervenuti in tempo!". 

Re Buono annunció ai suoi sudditi che, grazie al lavoro degli Esperti, l'incendio era stato finalmente spento. Sebbene nessuno seppe spiegargli le cause dell'incendio, egli ritenne il popolo responsabile, e decise che il terreno da dove il fuoco era divampato fosse regalato alla società, di proprietà degli Esperti, che aveva fornito a un giusto prezzo la benzina con cui si era spento l'incendio. Ai sudditi sarebbe stato richiesto solo qualche piccolo sacrificio per il bene comune, come il pagamento di un affitto a titolo di risarcimento per le spese di gestione.

"Evviva il Re!" Urlarono i sudditi. "Evviva gli Esperti!" "Evviva la benzina!". I pochi che dissentirono furono chiamati "cattivi e ignoranti" e vennero portati via, non si sa dove.

mercoledì 1 aprile 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (3di3)

Ho terminato il post precedente con una considerazione da cui vorrei ripartire. L'eccesso di offerta di titoli di stato sul mercato, anche se garantiti dalla BCE, potrebbe comunque causare qualche difficoltà di assorbimento da parte degli investitori (che rappresentano la domanda).

Quindi, il punto è che ogni soluzione diversa da quella che ho descritto nella prima puntata, cioè la "monetizzazione del debito" (che come abbiamo visto è vietata dai trattati UE), comporta dei costi maggiori. Essi vanno dal pagamento di un tasso di interesse più, o meno, conveniente come quello che dovrebbe assicurare il QE della BCE, o la mutualizzazione del debito tramite eurobond/coronabond, fino ad arrivare alle penalizzanti condizioni che imporrebbe l'intervento del MES, o comunque della cosiddetta Trojka: privatizzazioni, tagli alla spesa sociale e ulteriore perdita di diritti dei lavoratori. Per quanto riguarda il MES, c'è stato un tentativo del nostro governo finalizzato a ottenere dei finanziamenti non vincolati da un "Memorandum of Understanding" (MoU). Tuttavia, questo è vietato dai trattati.


A seguito di questo inconveniente ci è poi stato detto che si poteva ottenere un MoU senza condizioni troppo penalizzanti. Tuttavia, poi ci è stato fatto notare che questo accordo può cambiare in qualsiasi momento, in modo unilaterale (con maggioranza qualificata), senza che l'italia possa opporvisi.

Regolamento 472/2013

C'è infine da considerare che il MES da solo, non ha le risorse sufficienti a finanziarie tutti i paesi durante la crisi (parliamo di centinaia di miliardi di euro) e che quindi dovrebbe recuperarli dai paesi aderenti (che dovrebbero prima chiederli ai mercati e poi darli al MES, che li presterebbe nuovamente ai governi) o chiederli alla BCE (e anche questo sarebbe un assurdo, visto che allora tanto varrebbe che i governi li chiedessero direttamente alla BCE).


Nonostante tutto, un gruppo di importanti economisti internazionali hanno suggerito di ricorrere al MES. Essi (o meglio €ssi) sono appoggiati in Italia dai soliti noti.

Luigi Marattin: economista e onorevole ex PD e ora  Italia Viva 

Stefano Feltri: giornalista del Fatto Quotidiano

Giampaolo Galli: economista dell'Osservatorio Conti Pubblici

Considerando che, come abbiamo visto, esisterebbe un modo di avere un sostegno illimitato e gratuito, vale davvero la pena indebitarsi?

Credo che se lo chiedessimo a coloro i quali ci dovrebbero concedere tali prestiti, la risposta sarebbe senza dubbio affermativa. Ovviamente, per ragioni rigorosamente scientifiche. Non voglio certo insinuare che, in fondo, quello è il mestiere con cui si guadagnano da vivere. L'argomento più utilizzato è che la "monetizzazione del debito" favorirebbe l'emissione incontrollata di moneta da parte dello stato. Questo provocherebbe inflazione, che farebbe aumentare i prezzi e diminuire il valore reale degli stipendi (e dei nostri debiti, cioè dei loro crediti. Anche se, di soluto, quest'ultima parte è omessa, forse per senso del pudore).

Può darsi che abbiano ragione. D'altra parte, mi chiedo se un po' d'inflazione varrebbe la vita dei malati, dei disoccupati e degli imprenditori falliti. Io non sono uno scienziato, e allora vi riporto di seguito l'opinione si Sir John Maynard Keynes.


martedì 31 marzo 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (2di3)

Nel post precedente (qui) ho provato a descrivere brevemente come potrebbe affrontare la crisi un paese "normale", cioè con una moneta propria e una banca centrale che sostenga la politica del governo.

L'entità della recessione in corso è, ovviamente, ancora ignota. Ciò non di meno sono già state fatte le prime previsioni. Ad esempio, Reuters riporta delle dichiarazioni in cui un ex capo economista del Tesoro parlava di un calo del 3% solo nel primo semestre dell'anno, sull'Huffigton Post l'On. Stefano Fassina scriveva di una caduta dell'economia reale superiore al 10%, il ministro Gualtieri ha dichiarato al Sole24ore che ci sarà una caduta del PIL di qualche punto. Nel grafico qui sotto ci sono invece le previsioni di Goldman Sachs.

Fonte: asimmetrie.org (Non possiamo più aspettare) 

Considerando sia le previsioni ottimistiche che quelle pessimistiche si può pensare a una recessione di almeno 5-6 punti percentuali, paragonabile a quella del 2009.

L'Italia, e tutti gli altri paesi della zona euro, non possiede una moneta nazionale. Inoltre, alla la Banca Centrale Europea non è permesso comprare titoli emessi dagli stati dei paesi aderenti all'euro. Lo può fare solo sul mercato secondario (come vedremo dopo). A chi volesse approfondire l'argomento, suggerisco la lettura di questo discorso fatto nel 2016 a Harvard dal membro del consiglio di amministrazione della BCE Benoît Cœuré (qui)
Art. 123 par.1 TFUE

L'idea che sta alla base di questo sistema (o sarebbe meglio dire l'ideologia) è quella di disincentivare le politiche incaute di quei governi che altrimenti si sentirebbero sicuri di non fallire perché la BCE correrebbe in loro soccorso in caso di bisogno. Si chiama clausola di "No Bailout". D'altro canto, si presume che i mercati siano capaci di maggior giudizio nella scelta degli investimenti (l'ideologia di riferimento, il liberismo, crede che il capitale si distribuisca in modo meritocratico).

Ora, purtroppo, le regole non distinguono tra le situazioni, e capita che esse si debbano applicare anche quando si tratta di salvare la vita delle persone, e quella delle imprese, da una situazione imprevista della quale nessuno è colpevole (fino a prova contraria) e non solo per finanziare le solite politiche populiste che, secondo i nostri ideologi, creano solo inflazione (tipo le spese per la sanità pubblica e quelle per le pensioni di noi fannuloni). L'ideologia liberista è democratica perché non guarda in faccia a niente e nessuno, e si applica indistintamente a esseri umani e bestie.

Per evitare che il gioco si rompesse, durante l'ultima crisi (ormai la penultima) si sono introdotti vari strumenti di sostegno economico. Sotto la presidenza Draghi, la BCE ha iniziato a comprare titoli di stato dei paesi dell'eurozona sul mercato secondario (non dal governo all'emissione, ma successivamente dagli investitori, in pratica le banche). Anche in questo modo (l'ormai famoso "Bazooka") Draghi ha mantenuto insieme i cocci dell'eurozona, che ora però vanno incontro ad un nuovo shock. Questo tipo di soluzione, il "Quantitative Easing", servirebbe per mantenere a un livello più basso i tassi d'interesse, dato che gli investitori si sentirebbero rassicurati dal fatto di non dover rimanere col cerino in mano (male che vada vendono i titoli alla BCE).

110 economisti italiani hanno firmato un appello affinché la BCE sostenga, in vari modi, i paesi dell'eurozona, e altri economisti internazionali, tra cui i più famosi sono Blanchard e de Grauwe hanno scritto quanto segue:



Se la BCE agisse come "creditore di ultima istanza" per i titoli di stato dell'area euro, non risolverebbe gli squilibri macroeconomici provocati dalla moneta unica, e ben noti dal 2011, ma potrebbe comunque alleviare il peso della crisi.

Se invece si limitasse a continuare il "Quantitative Easing" acquistando titoli sul mercato secondario (come finalmente dichiarato dalla Presidente Lagarde) tenendo conto del fatto tutti i paesi del mondo inonderanno di titoli di stato il mercato globale a causa di questa crisi, forse qualche problemino di eccesso di offerta sulla domanda si potrebbe comunque verificare, facendo aumentare i tassi in modo pericoloso.





lunedì 30 marzo 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (1di3)

Tanto tuonò che piovve. La crisi era stata preannunciata da tempo ma, anche questa volta, nessuno aveva previsto come e quando si sarebbe manifestata. L'economia aveva iniziato a dare segni di cedimento da un po' ma, con la pandemia in corso, la recessione rischia di essere molto più severa di quanto previsto fino a pochi mesi fa.

Come la volta scorsa, come sempre, la crisi arriverà (o, per meglio dire è già cominciata) nel settore privato, e si presenterà in forma di un brusco calo dei consumi provocato dalle misure di "lockdown" implementate dai governi per frenare la propagazione del Covid-19 (il cosiddetto "Coronavirus" ). Quindi, almeno in un primo momento, la crisi consisterà principalmente in un brusco calo della domanda. Non è escluso che, se il blocco delle attività dovesse durare troppo a lungo, questo possa causare anche una diminuzione significativa dal lato dell'offerta di prodotti e servizi, dovuto alla chiusura definitiva delle aziende nel frattempo fallite. Ma questo è uno scenario subordinato alla capacità di reazione che i governi dimostreranno nella gestione dell'imminente recessione.

Quindi, anche questa volta, per attenuare lo shock economico servono i soldi. Immaginate infatti che qualcuno, o qualcosa, potesse finanziare tutta l'economia fino alla fine di quest'emergenza, in modo che i debiti nel frattempo maturati vengano pagati e i crediti incassati. Sarebbe bello tornare: chi in ufficio, chi in fabbrica, ecc., e trovare tutto come l'avevamo lasciato.

Il governo potrebbe, in teoria, fronteggiare la crisi in vari modi: tramite prestiti agevolati, contributi a fondo perduto, sospensione delle scadenze fiscali, ecc.. Tuttavia, per poterlo fare, deve reperire le risorse necessarie.

In un paese "normale" con una moneta propria e una banca centrale disponibile a sostenere la politica del governo, il ministro del tesoro emetterebbe i titoli del debito pubblico necessari (magari a tassi reali negativi) che verrebbero acquistati in parte dal mercato, e per la parte residua dalla stessa banca centrale. Quest'operazione viene denominata "monetizzazione del debito". Per la banca centrale i titoli sono un'attività e la moneta una passività, e per il ministero la moneta è un'attività e i titoli una passività, ma rimane tutto nell'ambito della stessa istituzione: lo stato. Infatti, pur essendo la banca centrale una società di proprietà privata, in questo caso, si presume che la banca centrale sia dipendente dal governo.

È vero che la politica monetaria da sola non basta a fronteggiare le crisi, ma è comunque di grande aiuto. Purtroppo però, noi non possiamo farlo.

Continua...





sabato 14 marzo 2020

Italia Viva e i tagli alla sanità

L'Onorevole Luigi Marattin e il ministro Teresa Bellanova, sostengono che non siano mai stati fatti tagli alla sanità.



Qui sotto potete vedere un grafico pubblicato dal loro partito politico Italia Viva.


Ad un'occhiata superficiale potrebbe effettivamente sembrare che la spesa sanitaria sia aumentata negli ultimi vent'anni. Tuttavia, occorre fare una distinzione tra i valori nominali: che sono quelli indicati nel grafico di Italia Viva; e quelli reali: che non sono "nobili" ma gli stessi importi nominali, depurati dell'effetto dell'aumento dei prezzi avvenuto nel corso di un determinato periodo (ovvero da quella che gli economisti chiamano inflazione).



La differenza la potete notare nel grafico qui sopra, pubblicato dal Prof. Giampaolo Galli dell'Osservatorio sui Conti Pubblici (quello di Cottarelli che, per intenderci, non è esattamente un sostenitore della spesa pubblica). La diminuzione della spesa dal 2011 al 2013 è evidente. Non so se la parola "tagli" si possa applicare solo agli importi nominali ma comunque cambia poco. Sostanzialmente, la spesa non è ancora ritornata ai livelli del 2010. È inutile nascondersi dietro un dito perché le bugie hanno le gambe corte, ma anche le mezze verità. 

Qualcuno potrebbe, a questo punto, pensare che si tratti di una questione di lana caprina, relativa esclusivamente al metodo di misurazione utilizzato tra quelli disponibili. Non è così. Per misurare una grandezza macroeconomica, e il suo l'andamento, non si utilizzano i valori nominali perché essi tendono ad avere un significato molto relativo, soprattutto nel lungo periodo. Diffidate di chi lo fa. 

Peraltro, anche utilizzando come misura il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo (PIL, cioè i redditi) si osserva un calo, nonostante il PIL nominale sia cresciuto pochissimo. Di seguito un grafico estratto dal database OECD.


Per completezza, di seguito, ho voluto proporvi una serie estratti (che non pretende di essere esaustivo) riferiti ad alcuni documenti tecnici che possono aiutare a comprendere meglio quello che è successo alla spesa pubblica sanitaria negli ultimi dieci anni.

Quarto rapporto sulla Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale dell'associazione GIMBE: "Nel periodo 2010-2019 sono stati sottratti al SSN poco più di € 37 miliardi, di cui circa € 25 miliardi nel 2010-2015 per la sommatoria di varie manovre finanziarie e € 12,11 miliardi nel 2015-2019 per la continua rideterminazione al ribasso dei livelli programmati di finanziamento"

Documento sulla stato della sanità in Italia, redatto dall'ufficio parlamentare di bilancio a dicembre 2019 (UPB): "Una delle voci di spesa che hanno risentito maggiormente delle restrizioni è stata quella per il personale, con una riduzione in valore assoluto di quasi 2 miliardi tra il 2010 e il 2018, malgrado il parziale recupero nell’ultimo anno grazie alla ripresa della contrattazione. A questo andamento ha corrisposto un ridimensionamento del numero di lavoratori, compresi medici e infermieri, in particolare nelle Regioni in piano di rientro, e un peggioramento delle condizioni di lavoro (orari, organizzazione, contenzioso, ecc.)"

Dal comunicato stampa SIAARTI (Società Italiana Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) sulle raccomandazioni di etica clinica da seguire per l'emergenza Covid-19. Si tratta dei professionisti ai quali ci affidiamo per le nostre cure, e per quelle delle persone a noi care, e sono anche coloro i quali, loro malgrado, potrebbero essere costretti a decidere chi salvare e chi no, se si dovesse arrivare al punto in cui i mezzi disponibili non fossero sufficienti per tutti: "La domanda che come SIAARTI ci sentiamo di fare in conclusione è dunque se l'insufficienza delle risorse poteva essere considerata, valutata e gestita in precedenza, ma la risposta a questo interrogativo (che si pone oggi di fronte ad un'epidemia che non ha eguali negli ultimi decenni) con ogni probabilità è nelle competenze e nelle disponibilità delle Istituzioni".

Resta da rispondere a una domanda che, immagino, alcuni di voi si stiano facendo: se dire che non sono stati fatti tagli alla sanità è così sbagliato come dici tu, allora come mai dei politici si esporrebbero a simili figuracce?

La risposta è semplice. Da tempo è in corso una battaglia per la privatizzazione del nostro sistema sanitario. La ragione è che questo settore, come direbbero gli economisti, è a domanda inelastica, cioè un malato cerca di curarsi a ogni costo. Questo è un ottimo incentivo per un privato che vuole investire. Purtroppo però, se il malato ha ciò di cui ha bisogno gratuitamente non deve rivolgersi a un privato.

Il fatto è che, come insegna il filosofo americano Noam Chomsky, il modo migliore per privatizzare è tagliare i fondi fino a quando una cosa smette di funzionare. A quel punto, non sarà difficile convincere gli elettori che il privato è meglio. Solo dopo gli elettori si accorgeranno di quanto costa il privato. Basti pensare che negli USA le spese sanitarie per persona solo, di gran lunga, le più alte del mondo e, secondo lo studio Bloomberg 2018, il loro sistema sanitario è agli ultimi posti in classifica, su cinquantina di paesi. Il nostro è quarto e il suo costo è nella media dei paesi OECD. 

Quello che ho ritenuto di dover scrivere su questo argomento termina qui. Spero di essere stato chiaro e il più possibile esaustivo. Ovviamente, quanto da me scritto non chiude l'argomento, perché tanto ancora si potrebbe aggiungere per chi volesse approfondire ulteriormente. Per il momento però vi saluto tutti con un grande in bocca al lupo.