lunedì 8 dicembre 2014

TTIP, vi dice nulla?

TTIP sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership. E' un accordo tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America che ha lo scopo di ridurre le barriere commerciali tra i due continenti. In discussione non ci sono i dazi doganali ma le barriere di tipo non economico. Alcuni esempi potrebbero riguardare: l'abolizione del divieto d'importazione di alcuni prodotti non commerciabili nella UE (come la carne con gli ormoni, organismi geneticamente modificati, etc. etc.), e la libera partecipazione di aziende americane ai bandi pubblici (sanità, rifiuti, risorse idriche, etc. etc.). Si sta discutendo anche la possibilità che avrebbero le imprese di rivolgersi a un tribunale, per ottenere il risarcimento dei danni subiti da parte di quei governi che non fanno rispettare le regole del trattato.

Nonostante questo accordo sia di portata epocale, ed è in preparazione da tempo, fino ad oggi non ha ricevuto grande attenzione da parte dei media mainstream. Pertanto, allo stato attuale delle cose, se ne sente parlare solo in rete.

Sugli effetti macroeconomici attesi dall'applicazione del TTIP sono state eseguite diverse ricerche. Voglio soffermarmi in particolare su quella del Centre for Economic Policy Research (CEPR).

Come prima cosa, lo studio del CEPR: Reducing Transatlantic Barriers to Trade and Investment è stato pagato direttamente dalla Commissione Europea, la quale viene citata come cliente nel colophon della ricerca. Non si può considerare quindi alla stregua di uno studio indipendente, in quanto commissionato da una delle parti proponenti il TTIP (la UE).

Inoltre, a dispetto della sua non indipendenza, il suddetto studio riporta due dati piuttosto preoccupanti: il primo è che, nella migliore ipotesi (quella di un trattato che elimini gran parte delle barriere commerciali tra UE e USA) la maggior crescita del PIL della UE prevista sarebbe di appena dello 0,48% spalmato su ben 13 anni (entro il 2027); e il secondo, se possibile ancora più preoccupante, è che l'applicazione di queste misure avrebbe l'effetto di ridurre il commercio intraeuropeo a favore di quello con gli  USA. Queste informazioni le trovate rispettivamente nelle tabelle numero 16 a pagina 46, e numero 24 a pagina 55.

Insomma, quello che ci sta dicendo il CEPR è che: non solo i vantaggi del TTIP sarebbero irrisori in termini di crescita economica, ma anche che farebbe aumentare gli scambi transatlantici a svantaggio di quelli del mercato comune europeo.

Apro solo una piccola parentesi per porre l'accento su un fatto noto a livello accademico. Infatti, anche il mio manuale di macroeconomia (il Mankiw) osserva che il libero commercio tra aree diverse del mondo, permette ai diversi paesi di specializzarsi nelle produzioni nei quali essi sono più competitivi (eliminando quelle che invece non sono all'altezza di sopravvivere al mercato). Di fatto, questo è il risultato della globalizzazione (la specializzazione del lavoro). Tuttavia, il risvolto della medaglia è una maggiore vulnerabilità, delle singole nazioni, a quelli che in economia vengono chiamati shock asimmetrici (o idiosincratici) che sono quelli che colpiscono la domanda di alcuni prodotti più di altri. Il mercato comune europeo, in origine (prima dell'euro), era stato progettato proprio per assorbire le conseguenze di tali eventi. L'idea era che, mediante la svalutazione delle monete dei paesi maggiormente colpiti dallo shock, questi avrebbero potuto beneficiare, almeno in parte, della ricollocazione verso il mercato europeo delle mancate esportazioni in USA. Oggi questo, non solo non è più possibile a causa dell'euro, e la crisi che stiamo vivendo ne è la prova più evidente, ma il TTIP, integrando maggiormente il nostro commercio con quello degli USA, ci espone ancora di più a tale rischio. In fondo, da oltre oceano sono arrivate le due peggiori crisi economiche della nostra storia: quella del 1929, e quella del 2008.

Purtroppo però le brutte notizie non finiscono qui.

L'economista Jeronim Capaldo della Tufts University di Medford, Massachussets (USA) ha prodotto una ricerca intitolata The Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership: European disintegration, Unemployment and Instability i cui risultati mettono in luce ulteriori aspetti negativi del TTIP.

Tanto per cominciare la bilancia commerciale dei paesi UE tenderebbe a peggiorare. Poi, a differenza di quanto previsto dal CEPR, la crescita del PIL sarebbe negativa. Infine, il TTIP avrebbe un pessimo effetto anche sulla quota dei salari sul PIL che è già in caduta libera da diversi anni, e che in questo caso subirebbe un ulteriore impulso negativo.

Come si spiegano questi risultati, così diversi dallo studio del CEPR?

Capaldo utilizza nel suo lavoro il modello economico delle Nazioni Unite. La più importante differenza rispetto a quello impiegato dalla ricerca del CEPR è che si tratta di un modello basato sul principio keynesiano della domanda effettiva, piuttosto che sull'efficienza della funzione di produzione classica.

I modelli economici basati sull'economia classica presuppongono che gli effetti causati dall'apertura dei mercati, quindi la chiusura delle imprese meno competitive sulla spinta di quelle estere più efficienti, e viceversa, la crescita di quelle imprese nazionali più competitive (che trovano nella globalizzazione nuovi mercati di sbocco), comportino automaticamente la ricollocazione dei lavoratori licenziati dalle realtà in difficoltà verso quelle più floride. Purtroppo però è facile immaginare quanto tutto questo sia in realtà abbastanza illusorio. Infatti, affinché questa previsione si verifichi un operaio che, per esempio, lavora nel settore automobilistico dovrebbe convertirsi in tempo zero (e senza costi) in un campo più specializzato come quello della meccanica di precisione. Oppure, un dentista, si dovrebbe riciclarsi nel campo della finanza, etc. etc., il tutto in base agli effetti causati dall'apertura del mercato.

In termini macroeconomici, pertanto, questo comporta che, non sempre, ad una maggiore efficienza produttiva corrisponda un'adeguata domanda di consumi tale da assorbire il nuovo, e maggiore, livello di produzione. Quindi, non è difficile capire perché una crescita economica prevista secondo le stime di un modello economico classico, possano trasformarsi in una recessione secondo le attese di uno keynesiano.

Purtroppo, fino ad oggi, la negoziazione del TTIP non è stata sottoposta al vaglio dell'opinione pubblica, che verrà probabilmente informata solo a cose fatte, tramite la solita pressante campagna propagandistica dei governi nazionali, ormai ridotti a semplici ratificatori delle decisioni prese ad un livello superiore.

La cittadina eletta al Parlamento Europeo con il Movimento 5 Stelle Tiziana Beghin in questo video (il suo intervento inizia al minuto 57:20, dura circa un quarto d'ora ed è molto interessante) racconta che i negoziati sono segreti, e nemmeno lei, che fa parte della commissione parlamentare competente ha a disposizione tutti i documenti oggetto della trattativa. Come se non bastasse, sempre Beghin commenta che, in una discussione informale con dei funzionari di una multinazionale americana, ha appreso che loro avevano già a loro disposizione delle carte a cui le stessa non ha accesso (vedi da 1:08:16).

In conclusione, il TTIP è un trattato che, nella migliore delle ipotesi, e secondo lo stesso studio richiesto dalla Commissione Europea, porterà esigui benefici alla popolazione del vecchio continente, a fronte di rischi tutt'altro che insignificanti. E' chiaro che lo scopo di questo trattato va ricercato altrove, rispetto ad un'analisi strettamente macroeconomica. Ma, a che cosa ci troviamo di fronte? A nuovo assetto geopolitico, o più semplicemente, ad un'altra liberalizzazione selvaggia che avvantaggerà le solite poche multinazionali a scapito delle tante piccole e medie imprese?




2 commenti:

  1. Il video ha dei grossi "buchi audio" meglio questo al minuto 1:30:50
    http://youtu.be/Wmb2aiXHA1k
    Buon ascolto

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  2. Hai ragione. Grazie per il link.

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