lunedì 28 settembre 2026

Le svalutazioni competitive...della Germania

Alla fine di questo capoverso troverete un grafico con l'andamento del tasso di cambio nominale fra lira italiana e marco tedesco a partire dal 1960 fino al 2001. Dal 2002 l'euro sostituì le monete nazionali, nei paesi aderenti all'unione monetaria europea, e il cambio nominale diventò fisso (990 lire per un marco e 1.936,27 lire per un euro), questo non cambia la sostanza dei ragionamenti che seguiranno.

Dai valori indicati nel grafico si nota che, nel corso degli anni, la quantità di lire italiane scambiate per un marco è aumentata notevolmente. Quindi è vero, il cambio nominale della lira si svalutava. Questo fatto storico fa la felicità dei sostenitori dell'euro che, in questo modo, possono spaventarci spiegandoci quale tragedia rappresenterebbe, per noi, un ritorno alla lira: svalutazione, inflazione, fallimento, carriole piene di banconote che non valgono niente, ecc. ecc.

Tuttavia, in quella versione della storia manca un dettaglio non proprio insignificante e cioè, che nelle serie storiche di lungo periodo, per analizzare il livello di competitività, e del potere d'acquisto, fra paesi con diverse valute, più che il tasso di nominale di cambio (visto sopra) converrebbe utilizzare il tasso di cambio reale, poiché esso incorpora i differenziali d'inflazione fra le diverse economie. 

Questo grafico che ho ricostruito con i dati della Commissione (database AMECO) si trova nel capitolo 2 (radiografia di un errore) del testo Eurosuicidio del professore Gabriele Guzzi. Da lì l'idea di riproporvelo.

Il grafico sopra esposto mostra l'andamento del cambio reale di lira (linea azzurra) e marco (linea rossa), e racconta una storia non proprio identica a quello del cambio nominale. Secondo questi dati, la lira ha attraversato diverse fasi di svalutazione e di rivalutazione. Vale lo stesso discorso anche per il marco.

La lira visse un periodo di grande svalutazione durante gli anni settanta. Lo vediamo dal crollo verso il basso della linea azzurra (al contrario del grafico precedente, in questo, la svalutazione è indicata con una linea verso il basso e la rivalutazione con una verso l'alto). Poi seguì un periodo di forte rivalutazione che durò fino ai primi anni novanta (linea azzurra sale). Successivamente, sperimentammo ancora una svalutazione fino al 1995 e poi un'altra rivalutazione fino al 2011. L'ultimo periodo, che continua grosso modo fino ad oggi, rappresenta un'altra epoca di svalutazione. Proverò a illustrare brevemente ognuna di queste fasi storiche.

Prima fase (1960-1979): fino all'ingresso nel Sistema monetario europeo (SME, l'antesignano dell'euro, in cui i cambi erano variabili ma potevano muoversi solo all'interno di una banda di oscillazione, salvo riallineamenti) la lira si svaluta e il marco invece, pur attraversando fasi alterne, si rivaluta rispetto al 1960. 

Nel grafico qui sotto, che riporta l'andamento delle partite correnti con l'estero, potete osservare come sia l'Italia che la Germania, tra il 1960 e il 1979, oscillavano tra l'attivo (sopra lo zero) e il passivo (sotto lo zero).  

Guardate ora il grafico succesivo. Rappresenta l'andamento dei salari reali (quelli depurati dall'effetto dell'inflazione). Nonostante ciò che racconta la vulgata mainstream a proposito degli effetti dell'inflazione sugli stipendi (la più iniqua delle tasse!) gli anni 60 e 70, in Italia, furono due decenni di grande crescita salariale. L'aumento dei redditi ebbe come contropartita quello delle importazioni (più si guadagna, più si spende, più si importa beni dall'estero). In pratica, la svalutazione della lira, rendendo più care le importazioni e più convenienti le esportazioni fungeva da riequilibratore del saldo commerciale con l'estero che, a sua volta, risentiva negativamente della crescente capacità di spesa degli italiani.

Seconda fase (1979-1992): durante questo periodo la lira si rivalutò ampiamente, mentre il marco si svalutò. Se riprendete il grafico del cambio reale, infatti, noterete la linea azzurra dell'Italia salire e quella rossa della Germania (complessivamente) scendere. La rivalutazione italiana fu l'effetto delle prime politiche di moderazione salariale (riduzione della scala mobile, in seguito, definitivamente eliminata), limitazione delle spese pubbliche (il "Divorzio" che rese Banca d'Italia indipendente dal Ministero del Tesoro contribuì ad aumentare il costo degli interessi sul debito pubblico). Erano tutte misure necessarie a ridefinire la politica economica italiana in modo che la lira rientrasse nei limiti delle oscillazioni del cambio nominale previste dallo SME, diventate poi più rigorose con l'entrata della lira nella banda ristretta (+/- 2,25%). La crescita dei salari iniziò ad arenarsi (vedi grafico precedente) mentre il saldo delle partite correnti oscillava tra l'attivo e il passivo (più verso il passivo) segno della fatica che faceva l'Italia a mantenere i cambi fissi.

Terza fase (1992-2011): la lira esce dallo SME a settembre 1992 e si svaluta. Il marco, al contrario, si rivaluta. Poi, dopo un picco di svalutazione nel 1995 la lira ricomincia a rivalutarsi, nell'ambito del processo che porterà l'Italia nell'euro (i cui cambi fissi vennero decisi a novembre 1996), e continuò a rivalutarsi anche dopo, all'interno della moneta unica, fino alla crisi del 2010/2011. I salari iniziarono a diminuire ma non abbastanza da arrestare il progressivo peggioramento del saldo delle partite correnti con l'estero. Al contrario, negli stessi anni, il marco iniziò un processo di svalutazione. Andate a riprendere il grafico del saldo delle partite correnti e osservate quanto si impenna la linea rossa della Germania. Questo significa che il saldo commerciale tedesco verso l'estero, in quegli anni, cresceva sempre di più. Se si considera che un'economia già a credito non avrebbe bisogno di guadagnare ulteriore competitività, si comprende quanto fosse discutibile (tecnicamente mercantilista) la politica economica dei governi di Berlino in quegli anni e come, in realtà, la loro svalutazione degli anni novanta e duemila, più che la nostra degli anni settanta, fosse una svalutazione competitiva, perché (essa sì, non la nostra) fu eseguita in totale assenza della necessità di riportare in equilibrio i conti con l'estero. 

Quarta e ultima fase (2011-oggi): dal 2011 l'Italia ha ricominciato a svalutare ma, al contrario degli anni settanta, questa svalutazione non è dipesa dal tasso di cambio nominale della nostra valuta verso le altre (dollaro a parte) ma da un (relativamente) basso tasso d'inflazione ottenuto contenendo la domanda interna degli italiani, tramite l'aumento delle tasse e l'esecuzione di politiche procicliche di austerità che hanno fatto crescere la disoccupazione e tenuto sotto controllo i salari che, infatti, non sono più tornati al livello degli anni novanta. Nella seconda parte di questo periodo l'austerità è stata allentata (soprattutto nel post pandemia) ma l'alta pressione fiscale e il rapido rientro nei limiti di spesa previsti dal patto di Stabilità europeo hanno mitigato la crescita dei consumi e quindi, nonostante tutto, anche dei prezzi (almeno rispetto ai più importanti partner commerciali). Al contrario, la Germania ha finalmente rivalutato un po'.

Questa breve analisi storica mostra il fatto che la lira, almeno fino a un certo punto, fu gestita considerando gli obiettivi politici di piena occupazione e crescita dei salari. Cosa che non dovrebbe dispiacerci. Tuttavia, non appena questi obiettivi vennero sostituiti da quelli di stabilità monetaria e dai limiti di spesa dei trattati europei, i risultati si invertirono. 

Le responsabilità politiche di quanto è accaduto sono ovviamente molteplici e non si possono attribuire a una singola parte. Quasi sempre, i governi tecnici che hanno implementato le misure più dure sono stati sostenuti da ampie, ed eterogenee, maggioranze parlamentari. Tuttavia, quello che in questa storia può apparire paradossale non è tanto il fatto che delle politiche di destra siano state perseguite da politici di destra, ma che da sinistra non si siano sentite, e non si sentano neanche oggi, molte voci contrarie all'euro e, più in generale, agli accordi di cambio e di politica monetaria attuati negli ultimi quarant'anni. Eppure, il principio cardine della sinistra dovrebbe essere la difesa dei lavoratori.

Voler mantenere l'euro, anche di fronte alla crisi, alla disoccupazione di massa, alla stagnazione economica e al declino industriale, infatti, ha comportato il sostegno di quelle politiche liberiste, monetariste, classiste e paternalistiche che sono totalmente incompatibili con le tradizionali idee di sinistra. È probabilmente a causa di questo, e non dell'ignoranza, vera o presunta, di alcuni elettori, che la sinistra ha perso parte del consenso di cui godeva tra i ceti popolari. 



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