lunedì 16 marzo 2015

Il ritorno alle monete nazionali favorirebbe il processo d’integrazione europea che oggi l’euro mette a repentaglio

Una semplice lettura dell’articolo scritto nel 1957 dal celebre economista premio nobel J.E.Meade e pubblicato dalla rivista scientifica The Economic Journal, vi renderà consapevoli di quanto sia superficiale, e ideologicamente orientato, l’odierno dibattito politico sul processo d’integrazione europea basato sulle cosiddette riforme.

L’articolo, dal titolo “The balance-of-payments problems of a European free-trade area”  è disponibile per la consultazione gratuita a questo link e tratta della possibilità, di cui si iniziava a parlare in quegli anni, di stabilire un’area di libero commercio fra alcuni paesi che oggi fanno parte dell’Unione Europea. Va come prima cosa notato che era perfettamente noto agli economisti, già prima degli anni cinquanta, il problema del rischio degli squilibri della bilancia commerciale fra paesi, in particolar modo all’interno di un’area di libero scambio internazionale (come quella rappresentata dall’Unione Europea, e soprattutto dall’eurozona). Tenendo conto di questo problema, Meade individuò almeno cinque possibilità di gestione di una futura area di libero scambio continentale (riferendosi, per ovvi motivi storici, a quella che allora veniva considerata l’Europa occidentale):
  1. approccio della liquidità
  2.  metodo del gold-standard
  3. criterio dell’integrazione
  4. sistema del controllo diretto
  5. struttura a cambi flessibili

Poiché non voglio rovinarvi il gusto della lettura, vi riepilogo brevemente  in cosa consistono i suddetti differenti sistemi.

Il primo, liquidity approach, consiste nella concessione di risorse finanziare da parte dei paesi con la bilancia commerciale in surplus, a quelli in deficit. In effetti, questo è ciò che è avvenuto nell’area euro dal momento della sua istituzione fino al blocco dei finanziamenti dovuto alla crisi finanziaria. Vicenda magistralmente illustrata dal vice presidente della Banca Centrale Europea nel suo discorso tenutosi ad Atene nel 2013.

La tabella di sinistra mostra la crescita progressiva dell'esposizione creditizia dei cosiddetti paesi virtuosi, che sono quelli con una posizione in surplus della bilancia commerciale, verso quelli in deficit. La tabella di destra mostra la stessa progressione in percentuale del PIL. Il calo è avvenuto in conseguenza del fatto che, quando è scoppiata la crisi, la fiducia dei creditori che aveva caratterizzato l'area euro fino a quel momento è venuta meno. La fonte sono le slide del discorso del vice presidente della BCE Vitor Constancio fatto ad Atene nel 2013 (qui)
Del resto, come osserva lo stesso Meade, questo approccio non può essere considerato che un accorgimento temporaneo, non adatto a risolvere gli squilibri persistenti della bilancia dei pagamenti.

Il gold-standard approach consiste nel ricorso alla svalutazione interna (a noi meglio nota come politica dell’austerità) da parte di quei paesi con la bilancia commerciale in deficit, e il contemporaneo ricorso a politiche opposte (inflazionistiche) da parte di quei paesi in surplus, con l'obiettivo di non far ricadere l’onere dell’aggiustamento commerciale solo sulle popolazioni in deficit. L'aspetto interessante sta nel fatto che Meade era convinto che questo sistema sarebbe saltato in quanto i governi (quelli di allora!) erano a suo dire giustamente devoti a perseguire politiche di pieno impiego, e non avrebbero mai accettato l’idea di perseguire l’obiettivo del libero scambio internazionale a scapito dell’occupazione.  

Questo mi ha fatto subito pensare alle parole di Romano Prodi nella sua ben nota intervista rilasciata al Financial Times nel 2001, in cui affermava che l’euro avrebbe permesso ai governi di fare delle riforme fino a quel momento impensabili, ma che sarebbero state possibili sull’onda delle conseguenze di una crisi economica.


Parole forse poco chiare ai più ma che diventarono molto più comprensibili, col senno di poi, a seguito di una successiva dichiarazione resa dieci anni più tardi da un altro dei padri nobili dell'euro, il Senatore Mario Monti, durante una trasmissione televisiva italiana poco prima di essere nominato Presidente del Consiglio: <<La Grecia è il più grande successo dell'euro>>.

Il terzo sistema, integration approach, si basa su un’autorità sovranazionale europea in grado di governare gli squilibri della bilancia commerciale tramite trasferimenti e politiche d’investimento nelle zone più arretrate d’Europa (Meade cita come esempio il meridione italiano). Pur essendo favorevole a tale soluzione Meade constata come essa sia di fatto irrealizzabile, in quanto comporterebbe il forte ridimensionamento del potere dei governi nazionali a scapito di un’autorità, che per quanto indipendente, avrebbe comunque il compito di affrontare scelte con  importanti conseguenze politiche (quali aree sostenere e quali no?). Non a caso quando la Banca Centrale Europea venne costituita le fu permesso di finanziare le banche private ma, al contempo, le fu impedito di porre in atto trasferimenti alle singole autorità nazionali.

La cura agli squilibri commerciali proposta nel direct-control approach è quella di limitare un certo tipo di importazioni/esportazioni in modo coordinato fra i paesi europei. Ovviamente, questo tipo di soluzione preclude la creazione di una vera area di libero scambio.

Per ultimo viene illustrato il metodo exchange-rate approach che poi è quello che fu realmente utilizzato fino alla costituzione di fatto della moneta unica nel 1996, quando vennero stabiliti i cambi irrevocabili tra le monete aderenti alla zona euro che poi entrarono in vigore a partire dal primo gennaio 1999. Meade sostiene, parafrasando Churchill, che questo tipo di approccio è semplicemente il peggiore possibile escludendo tutti gli altri. Esso non risolve affatto tutti i problemi ma fornisce un’arma, la svalutazione, a tutti quei paesi che si sperimentano persistenti deficit della bilancia dei pagamenti , funzionando da deterrente verso quei paesi che, al contrario, sfruttano  i vantaggi della loro posizione di surplus. Questa situazione metterebbe sullo stesso piano paesi creditori e debitori favorendo una maggiore cooperazione europea che permetterebbe, nel lungo periodo, la convergenza dei cambi delle singole monete europee senza dover incorrere in traumatici periodi forte disoccupazione (come quello che stiamo vivendo oggi). Io aggiungo che se ciò non avvenisse sarebbe un sintomo del fatto che non tutti i popoli europei sono disposti a intraprendere un vero percorso d'integrazione. E se così fosse, perché farglielo digerire per forza tramite l'euro?

Concludo questo post con un'altra mia personale considerazione. Se, come affermato da Meade, la via dell’integrazione europea sarebbe possibile solo attraverso l’uso di monete nazionali con cambi flessibili (proprio quelli che sono stati aboliti dall'introduzione della moneta unica) con quale diritto alcuni sostenitori dell’euro definiscono gli euro-scettici con l’appellativo di anti europeisti?   

lunedì 9 marzo 2015

La decrescita felice

In questi anni ho sentito spesso parlare della decrescita felice. Da quello che mi è stato spiegato, se ho capito bene, per realizzarla occorrerebbe ridurre l'orario di lavoro e di conseguenza il proprio stipendio avendo però il vantaggio di poter produrre da se alcuni beni, quindi risparmiare sull'acquisto di articoli che prima invece si doveva acquistare per mancanza di tempo (es. il pane, lo yogurt, vari prodotti agricoli, etc. etc).

Così come l'ho capita io non penso che questa strada possa essere considerata una politica economica, ma le mie opinioni non valgono, ovviamente, più di quelle di tanti altri e non posso escludere il fatto che l'autoconsumo possa un giorno diventare una realtà diffusa della nostra società. Intendiamoci, sono sensibile anch'io ai temi ecologici, e non penso affatto che questo pianeta vada distrutto in nome del consumo. Tuttavia, chi si lamenta della crescita senza fine del PIL, forse dimentica che la produzione non è solo quella industriale. Il PIL non è composto solo da macchine inquinanti, o dal disboscamento delle foreste, esistono anche i servizi. Inoltre, l'avanzamento tecnologico dovrebbe servire proprio a rendere meno dannosi per l'ambiente alcuni processi produttivi.

Niente di male a fare delle leggi che in qualche modo orientino le scelte degli investitori, e degli imprenditori, verso un'economia più sostenibile nel lungo periodo. Ma nonostante tutte le giuste critiche che il nostro sistema economico merita, anche a causa dell'eccessiva specializzazione del lavoro, credo che la volontà di sostituirlo con un sistema improntato sull'autoproduzione non sia un'idea lungimirante. Escludendo dal giudizio, ovviamente, qualsiasi tipo di sacrosanta scelta personale. e quindi per sua natura non sistemica.

C'è poi una certa somiglianza tra il concetto di  decrescita felice e quello di austerità. Infatti, quello che essa propone in concreto è il risparmio, cioè la stessa cosa che accomuna qualsiasi politica di riduzione dei consumi (come quella in atto). E' per questo che una parte di coloro i quali sono a favore della decrescita felice non capiscono il problema dell'euro, e ammoniscono contro l'uscita dalla moneta unica, in quanto renderebbe più facile l'aumento della spesa pubblica ai nostri governanti (e quindi l'aumento della domanda interna).

Queste persone sostengono che l'uscita dall'euro provocherebbe l'aumento spropositato dell'indebitamento, pubblico naturalmente, perché essi concentrano le loro analisi solo su quello, dimenticando che esiste anche il debito privato (che in questi anni è cresciuto parecchio). A loro dire il politico, nel tentativo di accaparrarsi voti, sarebbe portato a spendere, e gli elettori gli andrebbero dietro perché penserebbero solo al loro vantaggio nel breve periodo. Perché, secondo loro, la gente comune (cioè io, o tu che stai leggendo) non siamo in grado di comprendere le conseguenze dello spreco in un orizzonte temporale più ampio.

Ora, a parte il fatto che per tutto il tempo in cui il popolo italiano si è governato da solo, senza il guinzaglio imposto dall'euro, il debito pubblico è esploso solo perché un ministro ha deciso dal 1981 di vendere i titoli dello stato ai tassi più alti, decisi dal mercato (vedi divorzio della Banca d'Italia). Poi, la spesa pubblica sarebbe sotto controllo almeno dal 1991, anno in cui abbiamo realizzato per la prima volta l'avanzo primario, ovvero le entrate meno spese, senza considerare i costi per gli interessi sul debito pubblico che purtroppo erano alti proprio a causa di quanto detto sopra riguardo al "Divorzio". Quindi, non è che queste previsioni catastrofiche sulla spesa pubblica siano poi così fondate.

Tutto questo ci porta al nocciolo della questione.

La strada della decrescita felice sarebbe preclusa tornando alla lira? Se così fosse, non sto implicitamente ammettendo che non sarebbe la scelta della maggioranza degli italiani? E allora, se io gliela impongo tramite l'euro, non sto adoperando esattamente lo stesso sistema di chi è convinto di fare il nostro bene solo quando è lui a scegliere per noi? Non sto pertanto affermando che gli italiani non sono in grado di decidere da soli e che debbano perciò essere indirizzati da un'élite di illuminati? Allora, mi spiegate che differenza c'è tra questa gente e quella del Bilderberg, della Trilateral Commission, del Council of Foreign Relations, e della Troika?
 


lunedì 2 marzo 2015

La riunificazione delle due Germanie spiegata dal Prof. Vladimiro Giacché

La caduta del muro di Berlino ha lasciato un ricordo indelebile nella mente di chi era già abbastanza grande da rendersi conto di cosa stava succedendo quel giorno di novembre del 1989. Ma cosa sappiamo dei giorni successivi, soprattutto quelli che seguirono la riunificazione della Germania?

Il Professore Vladimiro Giacché, nel suo libro "Anschluss l’Annessione", ci fa tornare indietro negli anni novanta, e ci racconta la riunificazione tedesca mediante una sequenza di fatti, testimonianze, e dati davvero impressionanti per chi fosse rimasto fermo al luogo comune della generosità dell’ovest verso i fratelli dell’est.

Infatti, i perni della riunificazione, secondo l’autore, sono stati: l’unione monetaria, l’istituzione dell’ente a cui venne dato il compito di privatizzare l’economia della ex DDR ( laTreuhandanstalt), e la pretesa da parte delle banche di ottenere il pagamento dei “vecchi debiti” che le imprese dell’est avevano nei confronti dell’ex stato socialista.

Ma andiamo con ordine.

Con la “concessione” del marco ai tedeschi dell’est, e la conseguente spropositata rivalutazione dei prezzi interni, dal tramonto all'alba, le imprese orientali perdettero gran parte delle esportazioni verso gli altri paesi del blocco comunista. Inoltre, la quasi totalità dei prodotti della ex DDR finirono fuori mercato a causa della maggiore competitività di quelli dell’ovest che, essendo rimasti con la loro moneta, non avevano subito nessuna perdita di competitività. Questo ha causato nei lander orientali il collasso dell’intero sistema produttivo, e una disoccupazione che ancora oggi è più di quella dell’Ovest.

La Treuhandanstalt, ovvero l’ente che si è occupato della privatizzazione dell’intera economia di uno stato (la ex Repubblica Democratica Tedesca) ha rappresentato un buco nero di spreco di denaro pubblico, truffe ai danni dei lavoratori, scandali, svendite di imprese e terreni. Un vero e proprio saccheggio che mal si coniuga con la presunta efficienza teutonica, e che fa impallidire persino le peggiori vicende economico giudiziarie italiane.

Dopo la loro privatizzazione, le banche dell’est (acquisite a prezzi ridicoli da quelle dell’ovest) hanno aumentato i tassi d’interesse e preteso il pagamento, da parte delle imprese della ex DDR, dei debiti maturati durante il periodo socialista. Queste somme, pur essendo erogate dalle banche, erano di fatto sempre state considerate alla stregua di partite di giro, ovvero dei finanziamenti a fondo perduto da parte dello stato, che nel sistema socialista deteneva la proprietà di tutti i mezzi di produzione, comprese le banche.

Il libro racconta come le politiche imposte ai lander orientali abbiamo trasformato quelle regioni che, per quanto più arretrate dell'ovest, erano comunque sede di importanti complessi industriali, in un'area depressa, abitata da mano d'opera a basso costo funzionale al consumo di prodotti dell'ovest, il cui acquisto è ampiamente finanziato tramite la spesa pubblica. Una vicenda non molto differente da quella raccontata in un altro libro che consiglio vivamente di leggere, “Terroni” di Pino Aprile che racconta la questione meridionale nel nostro paese.

Infine, Vladimiro Giacché mostra come vi sia un parallelismo inquietante tra le politiche imposte all'ex Germania Est e quelle che oggi vengono “suggerite” ai paesi mediterranei in crisi dopo un’altra unione monetaria, quella dell’euro

Quanto sopra riportato, ovviamente, non è che una piccola parte di una storia in cui si racconta come i vincitori dell'ovest, sulla base del loro senso di superiorità, si siano ostinati nel voler cancellare ogni minima traccia della cultura dei vinti dell'est. E’ il racconto di come un’intera popolazione sia stata prima illusa, poi derubata, e in molti casi anche umiliata e punita, sulla base della propria appartenenza ad un regime ormai sconfitto. Di fatto, un’annessione. Come vi sentireste infatti voi, se oltre al lavoro, vi togliessero anche il vostro titolo di studio, o se veniste condannati per fatti precedenti la seconda guerra mondiale? 

Buona lettura.



lunedì 23 febbraio 2015

Più Europa e più mercato, ma per carità, meno democrazia.

Non so se voi avete avuto la stessa impressione, ma io sto notando, da parte di alcune mie conoscenze, una tendenza a considerare sempre più negativamente la partecipazione democratica. Quella dal basso, come la democrazia diretta, ma non solo, ogni forma di allargare i dibattiti è considerata da costoro alla stregua di una perdita di tempo dannosa per l'inevitabile ritardo che essi causano al processo decisionale. Credo che quest'opinione si stia radicando, col passare del tempo, a causa del fastidio che molti provano nel vedere i politici litigare senza che questo porti ad alcun miglioramento della nostra condizione.

Credo che  sia un'opinione diffusa quella che sostiene che bisogna fare qualcosa, quale che sia, purché si faccia presto. E per questo bisogna affidarci a governi forti e maggioranze sicure. Perché altrimenti ci facciamo bloccare da quelli che dicono sempre no a tutto. Ma, il mantra del governo forte che ci viene raccontato da tempo è giustificato dai fatti?

Sarà che riforme come quelle della giustizia che dovrebbero avere il compito di diminuire la lunghezza dei processi, o una legge contro la corruzione sono rallentate dai dissidi, di volta in volta, presenti nelle varie maggioranze. Ma cosa rende tanto sicuri i nostri amici decisionisti che accentrare le decisioni nelle mani di pochi renderebbe queste riforme possibili e soprattutto efficaci? Già, perché coloro i quali invocano una maggiore concentrazione del potere nelle mani di pochi, di solito, sono proprio gli stessi che poi votano proprio quelle persone (e quei partiti) che fino ad oggi, nonostante maggioranze forti come quelle del governo Monti (o dell'ultimo governo Berlusconi) non si sono dimostrate efficaci nelle cosiddette "riforme".

C'è poi una questione non da poco. Ma siamo sicuri che i problemi di cui ci lamentiamo quotidianamente siano dovuti all'immobilismo? O sono piuttosto causati da una serie di pessime decisioni prese nel tempo mentre noi ci facevamo, giustamente, i fatti nostri?

Chi mi segue sa che la Banca Centrale Europea ha spiegato che la crisi in cui ci troviamo non sia stata causata dalle mancate riforme, ma piuttosto dalle conseguenze della nostra adesione all'euro, per altro avvenuta senza chiedere il parere della popolazione ma affidandoci solo al giudizio dei suoi rappresentanti. Il governo e tutta la maggioranza ovviamente negano, e rilanciano con lo slogan degli stati uniti d'Europa. Tra l'altro, in modo molto riservato, quasi segreto, per mezzo della Commissione Europea, i nostri governi stanno trattando proprio in questo periodo un nuovo accordo con gli USA per un'area di libero commercio transatlantica, il TTIP. E' per il nostro bene, ma per ora non dobbiamo saperne niente.

Il problema del debito pubblico, che teneva banco fino a qualche tempo fa e, stranamente, ora che è aumentato nessuno ne parla più, si è originato da una decisione presa nel 1981 dall'allora ministro Andreatta insieme al governatore della Banca d'Italia Ciampi. I due conclusero che, per il nostro bene, i tassi d'interesse dei titoli pubblici dovevano essere decisi dal mercato. Il fatto storico è noto come il divorzio tra Ministero e Banca d'Italia, e nessun italiano è mai stato interpellato a riguardo.

Potete osservare da questo grafico come il rapporto debito pubblico PIL esploda in due momenti storici, nel 1981 a causa del "divorzio" e in conseguenza delle politiche di austerità seguita alla crisi attuale.
Negli ultimi 20-30 anni, i governi che si sono succeduti hanno fatto ristagnare i redditi da lavoro e fatto crollare la quota salari sul PIL a favore dei redditi da capitale, senza trovare opposizione in parlamento, e nel silenzio generale dei media. Il tutto tramite provvedimenti come la precarizzazione del posto di lavoro, salvo poi causare una crisi di domanda senza precedenti. Chissà se a posteriori, qualche imprenditore iscritto a Confindustria, che era così contento dei suoi co.co.pro. a 500 euri, ora si è fatto venire il dubbio che, forse, se tutti guadagnano meno è più difficile far crescere il fatturato della fabbrichetta. Il jobs act di recente approvazione è la seconda riforma del lavoro in tre anni, e la quarta in meno di venti, sempre a svantaggio dei nostri redditi. Ma è per il nostro bene.

Notate come il reddito medio pro capite degli italiani a confronto di quelli degli altri paesi europei inizia a crollare fin nel 1996, ovvero dalla nostra adesione ai cambi irrevocabili poi entrati in vigore nel 1999 con l'euro che ha reso sempre più necessaria la svalutazione del fattore lavoro: legge Treu 1997, Biagi 2003, Fornero 2012, Jobs Act 2014.
Ora, il chiodo fisso dei nostri governanti è la riforma costituzionale, dato che in questi ultimi anni abbiamo avuto troppa democrazia, e si sono fatte troppe discussioni per nulla (quali?). Essa dovrà velocizzare l'approvazione delle leggi ponendo fine al bicameralismo perfetto e, tra le altre cose, triplicare le firme da raccogliere per le leggi d'iniziativa popolare. Inoltre, la nuova legge elettorale dovrà consentire a chi vince di governare da solo con un bel premio di maggioranza, e con dei deputati, in larga parte, scelti dalle segreterie di partito. Un po' come dire: "lasciateci lavorare in pace, è per il vostro bene".

Che situazione paradossale, no? I diritti le tutele di chi sta alla base della piramide vengono tagliati nonostante la maggiore debolezza ed esposizione ai cambiamenti repentini, e nello stesso tempo il vertice pretende sempre maggiore stabilità e potere. Ma è sempre tutto per il nostro bene. 


lunedì 16 febbraio 2015

Il diritto alla verità: breve riassunto delle vere cause della crisi economica

In un divertente film di qualche tempo fa, il personaggio interpretato da Michele Placido, un ex politico corrotto, nelle ultime scene del  film esprime un interessante concetto, quello del diritto alla verità per i cittadini.

Io non so se quello che vi racconterò di seguito è, o meno, tutta la verità. Lo spero, forse lo penso anche ma più semplicemente vorrei solo divulgare i fatti che, per ignoranza, dolo, o colpa grave, vengono omessi nel quotidiano dibattito sulla crisi economica.

Pertanto, se avrete la pazienza di leggere questo post fino alla fine, forse non verrete a conoscenza di tutta la verità, ma potrete certamente chiedere conto della semplice omissione dei seguenti fatti a tutti coloro i quali vi affidate giornalmente per il consueto racconto delle informazioni economiche e politiche.

Cominciamo da una cosa fondamentale. Chi vi racconta che la crisi italiana è colpa della troppa spesa pubblica (per la verità sono rimasti in pochi) si sbaglia, o vi sta mentendo. Attenzione alla scelta delle parole, non vi ho detto che ha un'opinione diversa da quella di altri, cosa che capita spesso agli economisti, ma che i dati dei grafici che seguono smentiscono la possibilità che la crisi economica italiana si sia originata nel settore pubblico. A livello accademico, nessun economista serio direbbe il contrario perché verrebbe deriso dai suoi colleghi. Del resto, anche la Banca Centrale Europea ha ammesso che la spesa pubblica ha avuto molto poco a che fare con la crisi (qui).

Come potete vedere, la spesa pubblica italiana è stata di soli tre punti percentuali scarsi sopra la media UE durante il periodo precrisi. Che la crisi non è stato un problema di spesa pubblica, inoltre, lo dimostra il fatto che tutti gli altri paesi sotto stress per la crisi (i PIIGS, in rosso) hanno avuto nel periodo 1999-2007 una spesa inferiore alla media UE.
La linea azzurra mostra il saldo primario del bilancio pubblico dal 1991 al 2012. Potete osservare come le entrate pubbliche, non considerando gli interessi passivi, hanno sempre superato le uscite, con la sola eccezione del 2008.
Questo grafico mostra l'andamento decrescente del debito pubblico in rapporto al PIL per tutto il periodo di preparazione della crisi.
Nel periodo precedente la crisi, l'Italia non ha avuto una spesa pubblica particolarmente alta rispetto ai partner europei. Inoltre ha conseguito un avanzo primario tra i più alti. Infine, il rapporto fra debito pubblico e PIL negli anni che hanno preceduto la crisi ha continuato a migliorare.

Ma allora quali sono le cause della crisi?

Il problema è che, per diversi anni, dall'Italia sono usciti più soldi di quanti ne sono entrati dall'estero. Se volete le prove, sarà sufficiente dare un'occhiata al grafico successivo che mostra il saldo annuale (in rapporto al PIL) delle partite correnti che, grosso modo, qui non siamo professori d'economia, corrisponde alla differenza fra esportazioni (entrate di risorse finanziarie) e importazioni (uscite di risorse finanziarie). Questo ha causato un debito con l'estero (originatosi per lo più nel settore privato, non in quello pubblico) che potete vedere nel grafico successivo a quello delle partite correnti. A finanziarci erano le banche dei paesi del nord Europa, Germania in testa, perché grazie all'impossibilità di svalutare, e dato che i nostri tassi d'interesse sono più alti di quelli tedeschi, gli investimenti verso il nostro paese erano diventati molto più convenienti di quelli del loro.

Il grafico delle partite correnti qui sopra evidenzia come a partire dal 1997 il surplus della bilancia commerciale italiana diminuisca fino a andare in deficit a partire dagli anni 2000 per poi tornare in attivo a causa dell'austerità.
La linea blu mostra il saldo delle partite correnti già riportato nel grafico precedente, mentre la linea rossa è il debito estero italiano che peggiora drammaticamente negli anni dell'euro.
Questo grafico mostra l'aumento dell'indebitamento del settore bancario dei paesi definiti PIIGS nei confronti di quelli "virtuosi" avvenuto dalla nascita dell'euro fino alla crisi. Per quanto riguarda il nostro paese è praticamente raddoppiato nel periodo antecedente la crisi. La fonte di questa slide è il discorso del vice Presidente della BCE Vitor Constancio ad Tene nel maggio 2013 (qui).

Ora, osservate meglio cosa succede al grafico delle partite correnti a partire dalla seconda metà degli anni novanta. Il surplus finanziario italiano si abbassa, anno dopo anno, fino a diventare un deficit a partire dagli anni duemila, e tornare in attivo solo a partire dal 2013.

Volete sapere cos'è successo?

A partire dalla seconda parte degli anni novanta la lira italiana si rivaluta su tutte le monete che a partire dal primo gennaio 1999 sarebbero entrate a far parte dell'euro. Seguono alcuni esempi (la fonte dei grafici è la Banca d'Italia).

Il cambio lira marco raggiunge il suo massimo punto di svalutazione (della lira) nel 1995 per poi rivalutarsi fino alla sua definitiva stabilizzazione avvenuta con l'avvento dell'euro
Il cambio della lira sul franco francese segue lo stesso andamento di quello già visto relativamente al marco
Anche la peseta spagnola segue lo stesso andamento precedentemente osservato per il marco e il franco francese
L'andamento del cambio con il fiorino olandese è in linea con i precedenti
Questi sono fatti storici, non opinioni. Nel novembre del 1996 furono fissate le parità di cambio fra le valute aderenti alla moneta unica che sarebbero poi entrate in vigore con l'euro. Voi capirete bene che, a una rivalutazione della propria moneta corrisponde un vantaggio nelle importazioni dato da una valuta più forte, e un conseguente svantaggio dovuto al fatto che per i residenti esteri (quelli nei confronti i quali hai rivalutato) i tuoi prodotti diventano più cari. Il punto è che per un paese che esporta manufatti, e l'Italia è infatti ancora la seconda economia manifatturiera d'europa dopo la Germania, una rivalutazione è più dannosa di una svalutazione. L'argomento può essere approfondito da chiunque ne abbia voglia, ma la realtà dei fatti è esposta chiaramente nella curva al ribasso del nostro saldo delle partite correnti tra il 1997 e il 2011.

Voi però direte che, a partire dal 1999 è arrivato l'euro, il cambio si è stabilizzato perché tutti avevano la stessa moneta, ma il saldo delle partite correnti italiane ha continuato a peggiorare. Il motivo per cui questo è accaduto è abbastanza semplice. Il cambio nominale con l'euro è rimasto sì fisso, e uguale per tutti i paese dell'area, ma quello reale, che incorpora il dato d'inflazione ha continuato a divergere fra i singoli paesi. Qui sotto potete vedere cos'è successo all'inflazione italiana rispetto a quella della Germania.

Il grafico mostra il differenziale d'inflazione tra Italia e Germania nel periodo 1996-2013 (in verde) che arriva a circa 13 punti percentuali. Il tasso d'inflazione della Germania è la linea blu mentre quello dell'Italia corrisponde alla linea rossa. Avendo un'inflazione minore, e non dovendo rivalutare, le stesse banconote in Germania oggi valgono il 13% in più rispetto all'Italia. Questa divergenza fra il cambio nominale (1 a 1) e quello reale, di fatto, corrisponde a una svalutazione competitiva dell'economia tedesca.
Quindi, riassumendo, ad una rivalutazione del cambio nominale avvenuta negli anni novanta si è sommata un'altra rivalutazione, del cambio reale, negli anni duemila. Praticamente, noi stiamo rivalutando da vent'anni mentre il commercio internazionale dei paesi come la Germania, da allora, sta godendo dei vantaggi connessi una svalutazione competitiva. Già, proprio quella svalutazione competitiva che noi non dovremmo fare perché sarebbe immorale.

Cos'è successo a partire dal 2011?

Vi ricordate quella conferenza stampo in cui Sarkozy e la Merkel risero di Berlusconi (e di tutti noi) in risposta alla domanda di un giornalista che chiedeva se il governo italiano avrebbe preso le contromisure necessarie per affrontare la crisi finanziaria in atto in quel periodo? Bene, il problema è stato risolto con un accordo politico che ha fatto comodo sia a Berlusconi che all'allora opposizione (il PD). Il Cavaliere presentò le sue dimissioni e il Presidente Napolitano nominò un ex commissario europeo, un tecnico, che si fece carico di fare quella macelleria sociale, necessaria a risollevare il nostro saldo delle partite correnti, appoggiato da una maggioranza composta sia l'ex maggioranza che dall'ex opposizione. Quel tecnico, lo conoscete tutti, si chiama Mario Monti.

Il primo governo Monti ha semplicemente spianato la strada per un Monti bis (Enrico Letta) e un ter (Matteo Renzi). Il suo compito è stato quello di attuare politiche il cui scopo era (ed è) quello di diminuire i consumi degli italiani. Questo ha distrutto il mercato interno (e quindi il PIL), e fatto aumentare la disoccupazione a livelli mai visti nel nostro paese, ma ha ridotto le importazioni, e riportato in attivo il saldo della bilancia commerciale.

In questo grafico potete vedere la crescita reale del PIL italiano su base annuale. Notate come dopo la crisi nel 2008-2009 l'economia si fosse ripresa e come a partire dal 2011, con l'austerità ripiomba nel baratro. Nel 2013, due anni dopo, la crescita era ancora negativa (-2%).
Questo grafico, preparato dal Prof. Alberto Bagnai per il suo blog Goofynomics mostra l'andamento delle esportazioni e delle importazioni italiane a partire dal 2007. L'andamento delle importazioni (linea rossa) è decrescente fino al 2009 (a causa della crisi finanziaria proveniente dagli USA) poi si riprende fino al 2011, e poi crolla nuovamente a seguito alle politiche di austerità del governo Monti. Al contrario, le esportazioni, che non dipendono dai nostri redditi ma da quelli degli acquirenti esteri non subiscono alcun crollo. L'austerità bilanciato così il nostro saldo delle partite correnti.
Notate come aumenta la disoccupazione in corrispondenza dell'inizio delle politiche di austerità iniziate dal governo Berlusconi e poi rafforzate da quello Monti. Il dato dell'ultimo trimestre 2014 ha raggiunto quota 13%.
Apro solo una breve parentesi. Ho letto su alcuni blog che l'austerità del governo non ci sarebbe stata in quanto le spese pubbliche sono comunque cresciute anche dopo il 2011. Sinceramente, questo è un dato a cui non va dato alcun peso. I fatti mostrano quanto, in Italia, siano diminuiti i consumi a partire dal 2011 e, sempre i dati statistici, mostrano che in questi anni il saldo primario pubblico è sempre stato mantenuto in attivo, e quello secondario, dentro i parametri di Maastricht (salvo in alcuni anni in cui però siamo subito rientrati). Il fatto che la spesa pubblica possa essere aumentata è del tutto indifferente (e prevedibile in anni di crisi). Il punto è che quella privata è sicuramente diminuita, e quella totale pure, e che quindi, il governo non ha fatto alcuna politica attiva per sostenerla. Se non vi piace chiamarla austerità usate pure un'altra parola, non so, Pippo. Dite che il governo ha fatto Pippo, per me è lo stesso.

E il debito pubblico, quello che era accusato di essere la fonte di tutti i nostri mali, grazie alla cura Monti com'è andato? Male, ovviamente. Rispetto al 2007, nel 2013 era già aumentato di quasi trenta punti percentuali. 

L'austerità serve a bilanciare il saldo delle partite correnti ma fa ovviamente incrementare il debito pubblico a causa della recessione, e quindi della caduta del PIL.
Rispondo subito a chi di voi si starà chiedendo cosa avrebbe potuto fare di diverso il governo italiano?

In primo luogo, illustrare la situazione agli elettori con sincerità. Non com'è stato fatto anche con l'ausilio dei media collusi, dicendo che andavano fatte le riforme. Perché, se il problema è che cadono i soldi dalla tasca, questo non si risolve mettendoci dentro altre monete, ma casomai ricucendo i pantaloni. Paradossalmente quindi, disporre nell'immediato di maggiori risorse finanziarie dovute al recupero dall'evasione, dagli sprechi, e dalla corruzione (pur essendo doveroso combattere questi fenomeni) non sarebbe stato molto d'aiuto per la nostra economia, dato che nella nostra situazione questo farebbe aumentare i consumi di beni esteri. Infatti, di tutte le riforme sopra elencate è stato fatto, per il momento, solo il jobs act, la riforma del lavoro che punta a far abbassare gli stipendi dei nuovi assunti, appunto per diminuirne i consumi. Tra l'altro, chi vi racconta che il costo del lavoro in italia è troppo alto, o è ignorante, o mente. I dati sull'argomento sono consultabili da tutti (qui) e quello italiano è nella media UE.

In secondo luogo, la soluzione più ovvia sarebbe stata quella di uscire dall'euro. Questo avrebbe comportato sicuramente una svalutazione del cambio della lira, che come abbiamo visto è di gran lunga sopravvalutato all'interno dell'area euro. Ma questa svalutazione (esterna) non va assolutamente confusa con quella interna, data dall'aumento dei prezzi, ovvero dall'inflazione. Dire che a una svalutazione, per esempio del 20%, corrisponderebbe un aumento dei prezzi di pari percentuale è una menzogna dal punto di vista tecnico (oltre che un atto di vile terrorismo psicologico per chi conosce la verità!). Molti studi economici, che chi vuole può cercarsi, lo dimostrano. Ma poi, voi la spesa andate a farla a Berlino, o al supermercato sotto casa? Se la risposta è la seconda, allora dovreste preoccuparvi di più del fatto che ad un cambio sopravvalutato corrisponda un aumento spropositato delle importazioni, e quindi una flessione della produzione nostrana (che Confindustria stima in un 25% dall'inizio della crisi) e del conseguente aumento della disoccupazione (infatti, se non si vende le aziende mandano a casa i dipendenti) che della probabile svalutazione della lira.

Siamo giunti alla fine di questo post. Vi ringrazio per averlo letto tutto. Come avete potuto constatare dai dati e dalle fonti relative, io vi ho semplicemente mostrato i fatti. Nello specifico, quelli che ho ritenuto fossero più importanti per spiegarvi la questione. Non vi ho preso in giro, ne raccontato falsità. Ora lascio alla vostra voglia di approfondire il tema ogni successiva considerazione. E pensateci bene prima di fidarvi di quello che si sente dire in giro, perché voi avete diritto di conoscere la verità.

lunedì 9 febbraio 2015

Il discorso d'insediamento poco originale del Presidente Mattarella

Alle ore dieci del 3 febbraio 2015 il Presidente della Repubblica Mattarella ha giurato e, come di consueto, letto il suo discorso d'insediamento.


Già dal ringraziamento ai suoi due predecessori Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, a cui andrebbe l'affettuosa riconoscenza degli italiani si capisce che le speranze di un cambiamento potrebbero essere mal riposte.

Lungi dall'essere ingrato verso due eminenti personalità del recente passato ma a Ciampi io associo tutto un certo modo di vedere la politica economica che va dal divorzio tra Ministero e Banca d'Italia all'euro, e di Napolitano non posso non ricordare le sue lacrime di coccodrillo mentre nel discorso di capodanno del 2013 leggeva le lettere dei poveri disoccupati, come se l'austerità da lui voluta non fosse la principale causa della sofferenza di quei cittadini. Ma va bene, non mi aspettavo certo che il nuovo Presidente ripudiasse la stessa maggioranza che lo ha eletto e che, nel corso degli anni, si è resa responsabile di tutto quanto sopra accennato.

Il Presidente ha poi ripetuto più o meno il concetto espresso con le sue prime parole il giorno dell'elezione relativamente alle attese (o le difficoltà) e le speranze degli italiani. Il riferimento era d'obbligo visto che la frase era piaciuta parecchio un po' a tutti.

I problemi, a mio avviso, più importanti emergono su due aspetti non di poco conto.

Il primo è che il Presidente, dopo aver elencato le conseguenze infauste della crisi (ingiustizie, povertà, emarginazione, etc. etc.) dichiara che:

E' indispensabile che al consolidamento finanziario si accompagni una robusta iniziativa di crescita, da articolare innanzitutto a livello europeo.

Pertanto, non ci discostiamo dal solito discorso: "austerità brutta e cattiva ma necessaria, e dalla crisi ci porterà fuori l'Europa".

A tal proposito va osservato che l'austerità (come già argomentato fino alla nausea anche su questo inutile blog) è figlia della volontà di causare una recessione per salvare l'euro. Ad oggi, i problemi per cui questa politica cinica è stata eseguita sono ancora tutti lì. Mi riferisco agli squilibri macroeconomici europei, cioè ai debiti e ai crediti maturati tra i vari paesi a seguito dell'unione monetaria. Pertanto, dell'austerità non se ne può fare a meno (se si resta nell'euro) e  oggi l'economia può ripartire solo a debito, riportandoci però esattamente alle condizioni per cui l'austerità si è resa necessaria. E' insomma un circolo vizioso che a livello europeo solo i paesi creditori sono in grado di spezzare, eliminando loro per primi l'austerità, alimentando in questo modo il nostro commercio verso di loro. Ma non lo faranno, perché questo non è nell'interesse di chi questo sistema l'ha voluto, e in cui si è arricchito, a danno dei suoi stessi concittadini e delle popolazioni del sud Europa.

Come se non fosse già abbastanza, Mattarella aggiunge:

Nel corso del semestre di Presidenza dell'Unione Europea appena conclusosi, il Governo - cui rivolgo un saluto e un augurio di buon lavoro - ha opportunamente perseguito questa strategia.

Vi è poi il passaggio sulle riforme in pieno stile Napolitano sul quale non mi dilungo perché do per assunto il fatto che le mancate riforme non sono la causa della crisi, e il portarle a termine non ci salverà. Anzi, alcune riforme, come quella costituzionale e la legge elettorale, puntano solo a porre le basi per una maggiore repressione della democrazia e, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, per una rapida approvazione di una maggiore austerità.

A chi continua a ripetere le solite banalità sulla: corruzione, criminalità ed evasione fiscale, vorrei solo ricordare il ragionamento già fatto sopra. Se il problema è la mancanza di competitività dovuta all'introduzione dell'euro, se anche le riforme avessero successo, e disponessimo di immense risorse tolte alla mafia e agli evasori, la maggior spesa dovuta al loro utilizzo non farebbe che aggravare la nostra situazione debitoria con l'estero a causa dell'incremento delle importazioni che ne deriverebbe. Riportandoci esattamente alle condizioni in cui l'austerità (o l'uscita dall'euro) sarebbero di nuovo necessarie.

Il secondo problema è l'esplicito monito verso l'unione politica del continente europeo:

Nella nuova Europa l'Italia ha trovato l'affermazione della sua sovranità; un approdo sicuro ma soprattutto un luogo da cui ripartire per vincere le sfide globali. L'Unione Europea rappresenta oggi, ancora una volta, una frontiera di speranza e la prospettiva di una vera Unione politica va rilanciata, senza indugio.

Un'unione politica per cui il popolo italiano non si è mai espresso a favore (per la verità, non lo ha mai fatto nessun paese europeo) e che non è mai stata in agenda. Stiamo insomma parlando di fantascienza. Basterebbe solo voler vedere come l'Europa, soprattutto dall'introduzione dell'euro, si sia trasformata in qualcosa più simile a un ring nel quale i pugili se le danno senza esclusione di colpi che a un'area di effettiva cooperazione transnazionale. Insomma, più che sognare un'Europa unita politicamente (niente di più illusorio e lontano dalla realtà), tocca più che altro sperare che le conseguenze dell'unione monetaria non portino, come è accaduto fino ad ora, a un crescente antieuropeismo, al ritorno del nazionalismo, e perfino ad un'inversione di rotta sull'integrazione del vecchio continente. Fingere di non vedere questi problemi reali ed attuali, e girarsi dall'altra parte, non servirà di certo a farli scomparire.

E' appena il caso di accennare a tutti quegli applausi che hanno ricoperto con un indegno velo d'ipocrisia il discorso del neo Presidente. Applausi che venivano, come sempre, dai politici più inadempienti verso i cittadini. Quelli della maggioranza. Tanto per citare solo un episodio emblematico, il giorno dopo il giuramento di Mattarella, e il suo applaudito monito contro la corruzione, il Senato ha bocciato la calendarizzazione della legge anticorruzione presentata mesi fa dal Presidente del Senato Grasso (leggi qui).

Per quanto mi riguarda, l'unica parte del discorso del Presidente Mattarella che ho effettivamente gradito è stata la seguente:

Vi è anche la necessità di superare la logica della deroga costante alle forme ordinarie del processo legislativo, bilanciando l'esigenza di governo con il rispetto delle garanzie procedurali di una corretta dialettica parlamentare.

che sta a significare che i governi, d'ora in poi, non dovrebbero più tempestare il Parlamento di decreti legge anticostituzionali con il benestare del Presidente della Repubblica. Speriamo.















lunedì 2 febbraio 2015

Il costo del lavoro in Italia

Anche se l'economia non è una scienza esatta, e ci sono correnti di pensiero che arrivano molto spesso a conclusioni assai differenti, nessuno è giustificato a dare informazioni e dati completamente errati. Tuttavia questo è quello che accade continuamente.

Questo post è per coloro i quali continuano impunemente a mentire sul costo del lavoro in Italia, allo scopo di fare disinformazione strumentale ai propri fini.

Di seguito la tabella Eurostat del costo del lavoro orario (ho scritto Eurostat, ok? Se non vi piace andate in Lussemburgo a protestare). La tabella si ingrandisce cliccandoci sopra.


Chi avesse dubbi su cosa inserisce Eurostat nel costo del lavoro può controllare (qui). E sì, sono compresi anche i contributi sociali.

Pertanto, dice Eurostat, che nel 2013 il costo del lavoro orario medio dell'Eurozona EA-17 è stato pari a € 28,4 contro € 28,1 in Italia (EA non sta per Emporio Armani ma vuol dire Euro Area, e 17 è il numero dei paesi).

Chi prende in giro gli italiani con mirabolanti statistiche sull'alto costo del lavoro si riferisce al costo del lavoro per unità di prodotto (vi parla, in sostanza, di produttività). Tutti quelli che si sono voluti informare sulla crisi, anche su questo misero blog, sanno benissimo che il problema italiano è la produttività. E non potrebbe essere altro in un paese che ha agganciato la propria valuta a quella di paesi con tassi d'inflazione più bassi del suo.

Ma come ha deciso di risolvere questo problema il nostro governo? Con il Jobs Act. In sostanza, cercando di abbassare il costo del lavoro (orario), invece che sganciandosi dall'euro che poi è la principale causa dello spaventoso calo di produzione industriale registrato in questi anni (-25% secondo Confindustria) e pertanto dell'incremento del costo del lavoro unitario. Sapete com'è, se l'azienda è messa nella situazione di vendere meno è ovvio che gli stessi lavoratori, producendo di meno, fanno segnare un costo maggiore per unità prodotta, anche se il loro stipendio è rimasto invariato.

Nel frattempo, il messaggio del mainstream è sempre lo stesso: "le riforme ci rendono liberi".