venerdì 22 gennaio 2021

Il lockdown salva vite umane? Parte seconda: "Credere alla scienza"

Come prima cosa desidero ringraziarvi per le numerose visualizzazioni e condivisioni del mio post precedente che, qualora non aveste ancora letto, potete trovare qui.

Un ringraziamento particolare va a @EntropicBazaar e @the_brumby per avermi suggerito una serie di studi che mi hanno consentito di approfondire il giudizio della comunità scientifica sulle conseguenze del lockdown come strumento per salvare vite umane durante la pandemia da Covid-19 attualmente in corso. Un argomento che, a quanto pare, non appassiona solamente il sottoscritto.

 


Nella narrazione di massa esiste una contrapposizione fra chi "Crede alla scienza" e chi no. L'argomento assume la connotazione tipica della fallacia dell'uomo di paglia perché, in effetti, chi lo utilizza intende porre il discorso, a suo favore, dando per scontato qualche passaggio logico, di non lieve entità, che meriterebbe di essere approfondito. 

Intanto, la scienza non andrebbe "Creduta", cioè bisognerebbe studiarla invece che accettarla con un atto di fede; e poi si pone anche il problema di accertare cosa dica veramente la scienza.

Anche ammettendo che fidarsi di quello che dicono le persone autorevoli come gli scienziati può essere accettabile, non bisogna fare sempre troppo affidamento sulle altrui capacità di intercettare correttamente il pensiero della comunità scientifica. Non è detto, infatti, che i mezzi di comunicazione che ci informano non si rivelino superficiali, o tendano a trasmettere una divulgazione molto orientata, alterando così la nostra percezione di ciò che sostiene realmente la scienza.

In questo post vi propongo, senza l'ambizione di poter esaurire l'argomento, una serie di lavori scientifici a favore, o critici, verso le più restrittive misure di contenimento introdotte dai governi di mezzo mondo a seguito della pandemia di Covid-19. 

Ho trovato tre studi che asseriscono, in accordo con la narrazione prevalente, che le misure di distanziamento sociale abbiamo salvato molte vite umane. Questi documenti, si basano sul confronto fra i modelli matematici che stimano l'andamento curva dei contagi in assenza di politiche di contenimento, e i dati reali. Il loro giudizio positivo sul lockdown è dato dal minor numero di vittime nella realtà, in cui è stato implementato il distanziamento sociale, rispetto a quelli delle stime calcolate dal modello previsionale, eseguito nell'ipotesi di assenza di misure contenimento. La loro validità è pertanto strettamente connessa alla correttezza dei modelli matematici applicati che rappresentano uno scenario ipotetico, non verificabile.

Ovviamente, in questi casi, un'esagerata previsione dei contagi che si sarebbero sviluppati in assenza di misure di contenimento altera il giudizio sull'efficacia delle stesse. Pertanto, si pone la questione se i modelli matematici utilizzati rappresentino un controfattuale attendibile. 

Per esempio, l'attendibilità di queste previsioni contrasta con la mancanza di correlazione fra severità delle misure di contenimento e tasso di mortalità da Covid-19 suggerita dalla mia analisi del post precedente a questo. Cioè, se in mancanza di adeguate politiche di lockdown il prezzo di vite umane pagato fosse stato maggiore, avrei dovuto riscontrare più decessi, per milione d'abitanti, nei paesi che le hanno implementate con meno severità degli altri. Tuttavia, come abbiamo visto, così non è. Il controfattuale ipotetico (il modello matematico previsionale) contrasta con il controfattuale reale (gli esempi in cui il lockdown non è stato eseguito).

Inoltre, lo stesso studio di Flaxman "Estimating the effects of non-pharmaceutical interventions on COVID-19 in Europe" si pone la questione se le stime eseguite siano congruenti e ammette potrebbero essere sovrastimate, anche se poi aggiunge che nella conta andrebbe considerato anche l'aumento di mortalità dovuto all'impossibilità delle strutture ricettive sanitarie di accogliere tutti i malati presupponendo però, ancora una volta, che vi sia una relazione tra misure restrittive e contagi; il che è precisamente quello che lo studio si propone, o si dovrebbe proporre, di dimostrare. 

Lo studio di Hsiang parrebbe considerare, in assenza d'interventi, semplicemente una curva dei contagi esponenziale del 38% giornaliera.

L'applicazione di questo approccio basato su modelli matematici è risultato particolarmente infelice nel rapporto del CTS di fine aprile 2020, quello diventato popolare per le 150.000 terapie intensive entro metà giugno 2020 che, ovviamente, non si sono verificate. Non so quanto il modello matematico del CTS assomigli ai precedenti, ma il fatto di aver proposto una stima sui contagi futuri, anziché su un passato ipotetico, ha messo alla luce tutti i rischi di questo tipo di approccio alla valutazione dell'efficacia del lockdown, dato che, a differenza dei altri casi, in questo è risultato evidente a tutti che quanto previsto non è realmente accaduto.

Se volete dare un'occhiata a queste ricerche scientifiche, le trovate qui sotto:

Oltre ai tre suddetti studi favorevoli al lockdown ne esistono una trentina piuttosto critici. Questi, di norma, misurano l'efficacia delle politiche di contenimento sulla base dei dati storici, cioè sull'andamento delle curve dei contagi e dei decessi realmente avvenuti. 

La maggior parte di essi sostengono che non ci sia alcuna evidenza dell'efficacia del lockdown, o comunque di severe restrinzioni al movimento personale. 

Oltre al già citato (nel post precedente) "Assessing Mandatory Stay-at-Home and Business Closure Effects on the Spread of Covid-19" che può vantare tra gli autori John P.A. Ioannidis (che possiede un indice bibliometrico "H-Index" di 162 contro, ad esempio, il 27 del nostro stimatissimo Roberto Burioni), su Lancet è stato pubblicato "A country level analysis measuring the impact of government actions, country preparedness and socioeconomics factors on COVID-19 mortality and related health outcomes" in cui si afferma che il lockdown non è statisticamente associato a una riduzione della mortalità da Covid-19.


Alcuni, come Homburg "The illusory effects of non-pharmaceutical interventions on COVID-19 in Europe", sostengono che i modelli matematici utilizzati negli studi favorevoli al lockdown, che sono in funzione, ad esempio, di curve dall'andamento esponenziale, tendono a sovrastimare i suoi benefici, perché non tengono conto del fatto che l'epidemia ha un suo andamento naturale che prima o poi si attenua, indipendentemente dall'applicazione o meno di misure di contenimento. 

L'elenco completo degli articoli lo trovate qui. Potete consultarlo anche senza un account Twitter. Oltre al collegamento ad ogni documento, nei tweet, è incluso anche un breve estratto per ognuno di esso.


Concludendo, sarebbe utile essere consapevoli del fatto che, nonostante la narrativa mainstream continui a sostenere acriticamente le misure fino ad oggi adottate, adducendo come motivazione la loro (presunta) provata efficacia scientifica, in realtà, esiste una vivace discussione nell'ambito della stessa comunità scientifica in merito all'utilità di severe misure di contenimento della pandemia, quali ad esempio il lockdown.

Pertanto, alla luce dei fatti, la dialettica convenzionale basata sulla contrapposizione tra chi "Crede alla scienza" e il "Negazionista" è decisamente fuorviante e appare quanto mai caricaturale. 


giovedì 14 gennaio 2021

Il lockdown salva vite umane?

Un'anziana signora che, a una conferenza, stava ascoltando una lezione di un fisico si rivolse a lui dicendogli che tutto quanto aveva detto sui pianeti e sul sistema solare era falso e che, in realtà, la Terra poggiava su un'enorme tartaruga. Lo scienziato, con un ghigno di superiorità, le chiese cosa ci fosse sotto quella tartaruga e l'anziana rispose con sicurezza: "un'altra tartaruga!". Il grandissimo fisico teorico Stephen Hawking, dal cui libro "Dal Big Bang ai Buchi Neri" è tratto questo aneddoto, si domandava cosa conferisse alle opinioni degli scienziati più credibilità rispetto a quelle dell'uomo della strada. Sono le prove con cui ognuno di noi sostiene le proprie tesi a rendere una teoria più ragionevole di altre. La verità non deve essere data per scontata, ed è proprio il dubbio a portare avanti la scienza. Può capitare che nuove evidenze contraddicano quelle del passato facendo progredire l'umanità un errore dopo l'altro. 

Anche se nella vita di ogni giorno non ci comportiamo come scienziati, ed è naturale ripetere tante cose per sentito dire perché sarebbe impossibile trovare il tempo per approfondire tutto personalmente, occasionalmente, quello del dubbio può essere un esercizio istruttivo. Ad esempio, io mi sono chiesto quali evidenze avessi per sostenere che il distanziamento sociale diminuisse le vittime da Covid-19. 

Ovviamente, è nell'esperienza di ognuno di noi il fatto che negli ambienti affollati proliferino maggiormente i virus influenzali, e che pertanto sia meglio evitarli di questi tempi. L'esperienza però ci suggerisce anche che vedere le cose dal proprio punto di vista non sempre aiuta a comprendere i fenomeni, quando la scala d'osservazione aumenta enormemente. Ritornando per un momento alla fisica, grazie ad Einstein oggi sappiamo che il tempo è relativo. Nella vita di tutti i giorni, un minuto è sempre tale misurato a Parigi o a Pechino ma se non conoscessimo l'effetto della relatività del tempo avremmo problemi nella geolocalizzazione satellitare. Lo stesso discorso si applica in economia. Quando Keynes ha illustrato il suo paradosso della parsimonia ha spiegato che il risparmio può essere considerata una virtù del singolo ma la medesima condotta a livello nazionale causa una diminuzione dei redditi e quindi, in definitiva, anche del risparmio. La scienza si riferisce a questo concetto come la fallacia di composizione, cioè quando si inferisce erroneamente la qualità complessiva di un oggetto sulla base della sue componenti (definizione di Wikipedia). Dunque, non è sempre una buona idea proiettare i risultati del proprio comportamento, o di pochi, sull'intera collettività.

Riprendiamo ora il discorso iniziale. Ipotizzando che crescenti misure volte a limitare il movimento delle persone influiscano in senso positivo sulla mortalità da Covid-19 dovremmo concludere che i governi che abbiano imposto ai loro popoli le limitazioni più severe siano anche quelli ad aver ottenuto una minore mortalità. C'è un modo per verificarlo? Per fortuna sì. Oggi internet permette di reperire comodamente dalla poltrona di casa tutti i dati necessari a questa ricerca. Quindi, mettetevi comodi.

L'indicatore elaborato dell'università di Oxford "Restringency Index" nell'ambito del progetto "Coronavirus Government Response Tracker" è suddiviso in indici tematici. Quello che interessa a noi è la misura del distanziamento sociale e cioè il "Containment Health Index". L'altro dato che ci serve è l'indice di mortalità. Io ho utilizzato quelli disponibili sul sito statista.com. Dato che confronteremo questi due indicatori, per paese, tramite un grafico a dispersione, quello che ci aspettiamo di vedere è una serie di pallini azzurri (le coppie di valori indice di distanziamento/morti, per nazione) che tendono a spostarsi vicino all'asse delle ascisse (la parte bassa del grafico) via via che sale l'indice che misura il distanziamento sociale e, in conseguenza di ciò, scende quello della mortalità. Purtroppo però, come potete vedere dal successivo grafico, questo non accade. L'indice "R quadro" mostra una leggera correlazione (0,04 su 1), non so quanto statisticamente rilevante, tuttavia sembrerebbe che l'andamento proceda al contrario rispetto a quanto sperato; cioè che a un aumento del distanziamento sociale corrisponda un leggero incremento dell'indice di mortalità anziché il contrario. A pensarci bene, è piuttosto sconfortante.

Nell'ipotesi in cui alcuni valori anomali, definiti "outliers" possano compromettere l'andamento del grafico, portandomi a conclusioni errate, ho eseguito una procedura volta a eliminarli. In sostanza, ho tolto dal grafico tutte le coppie (i pallini azzurri) che non rientravano nell'intervallo dato dalla somma della deviazione standard più la mediana della serie di valori (questo corrisponde alla soglia massima); e anche quelli corrispondenti alla differenza fra la mediana e la deviazione standard (questo corrisponde alla soglia minima). Purtroppo però, neanche così otteniamo il risultato sperato. La correlazione fra misure di distanziamento sociale e l'indice di mortalità continua a sembrare molto debole, forse insignificante, e  addirittura risulta che tali misure provochino una mortalità leggermente maggiore. 

Infine, ho escluso dal campione le nazioni in cui la mortalità è risultata essere molto bassa, nel caso in cui i dati di questi paesi possano essere in qualche modo poco credibili. 

Escludendo gli indici di mortalità inferiori a 100 per milione di abitante


Inferiori a 300


Inferiori a 600

Purtroppo però, sebbene in questo modo la linea di tendenza tenda ad appiattirsi, neanche così si verifica una correlazione negativa.  

Passiamo a un'ulteriore analisi. Prendiamo due paesi che abbiano adottato contro il Covid-19 strategie differenti. Ad esempio, l'Italia, con un indice di contenimento di 56,60, e la Svezia con 41,84. La media di tutti i paesi corrisponde a un indice di 47. Dal grafico qui sotto possiamo vedere l'andamento dei decessi giornalieri. Quelli italiani sono misurati nella scala di valori delle ordinate a sinistra e quelli svedesi a destra. Questo perché, essendo i morti svedesi molto inferiori a quelli italiani (per fortuna, dato che la Svezia ha meno abitanti) una scala unica avrebbe appiattito i valori di quest'ultimi impedendo di osservare bene una cosa interessante; che l'andamento dei decessi giornalieri nelle due ondate è molto simile nonostante l'opposta politica sanitaria adottata dai rispettivi governi. Considerate anche che, ovviamente, l'indice che misura il trend di mobilità della popolazione (ho usato quello calcolato da Apple) è molto più basso in Italia che in Svezia. Infatti il governo italiano, a differenza di quello svedese, ha praticamente fermato il paese facendo rimanere tutti a casa.

Ma allora davvero dobbiamo credere, contro tutte le aspettative, che il lockdown sia inutile o persino dannoso? Premesso che, secondo me, ciò che uno pensa non deve sempre essere giustificato scientificamente. Se così fosse, non sarebbe possibile credere in molte cose belle. Ognuno è libero di pensarla come vuole ed è raro che qualcuno possa affermare con certezza di essere completamente nel giusto. Comunque,  anche se le evidenze che vi ho proposto non sono in accordo con la tesi mainstream, se corrisponde al vero quello che mostra un'indagine eseguita dall'Arpa Piemonte, secondo cui il virus non è stato rilevato all'aperto ma in ospedali e soprattutto in ambiente domestico, forse non è poi così strano che, tutto sommato, possa accadere che il vantaggio del mancata mobilità delle persone venga compensato da una maggiore facilità di contagio in ambienti chiusi. Soprattutto se si considera che la mobilità non è mai del tutto azzerata.

Concludendo, se devo fare un discorso basandomi sui dati disponibili, e non sulla fede, non posso semplicemente dire che la Terra è sostenuta da una pila infinita di tartarughe. Conseguentemente, non posso neanche sostenere di aver trovato alcuna prova del fatto che un maggior distanziamento sociale salvi più vite umane. Inoltre, la mia personale opinione sembra condivisa anche da alcuni professionisti che, adottando metodi molto più raffinati dei miei, sono giunti alle medesime conclusioni. Lo studio scientifico a cui mi riferisco si intitola "Assessing Mandatory Stay-at-Home and Business Closure Effects on the Spread of COVID-19". La conclusione è che, sebbene piccoli benefici non possano essere esclusi, lo studio non riscontra significativi risultati nei casi in cui sono state adottate misure più severe di distanziamento sociale [more restrictive non pharmaceutical intervention (NPIs)]. Lo stesso rallentamento del contagio potrebbe essere ottenuto con misure meno restrittive. 

E voi, che prove avete del fatto che il lockdown salvi vite umane?

Potete trovare qui la seconda parte di questo post. 


martedì 24 novembre 2020

I soldi non si stampano e altri luoghi comuni

"I soldi non si stampano!" diceva Pierluigi Bersani durante una trasmissione televisiva.

https://twitter.com/SocialistaIl/status/1326842520324747264?s=20

Qualunque cosa intendesse il simpatico politico, forse avrete anche voi assimilato il concetto tale per cui "Non esiste l'albero dei soldi" o, detto in termini più tecnici "Non ci sono pasti gratis". Ma siamo proprio sicuri che sia così?

In questo post vi propongo le seguenti dichiarazioni in proposito, da parte di alcune persone informate sui fatti.

Alan Greenspan

"The United States can pay any debt it has because we can always print money to do that. So, there is zero probability of default".

Gli Stati Uniti possono pagare qualsiasi debito perché possono sempre stampare la moneta per farlo. Quindi, la probabilità di fallire equivale a zero. 


https://twitter.com/dottorbarbieri/status/1315638113927081984?s=20

Mario Draghi

"Technically, no. We cannot run out of money. We have ample resources for coping with all our emergencies. So, I think this is the only answer I can give you."

Tecnicamente non possiamo finire i soldi. Abbiamo ampie risorse per far fronte a tutte le emergenze.

Christine Lagarde

La BCE può creare tanta moneta quanta ne serve. Tecnicamente non può andare in bancarotta.

https://twitter.com/counterchoir/status/1329355845499490304?s=20

Il professor Cottarelli (noto economista) aggiunge anche un dettaglio molto interessante. Il finanziamento della banca centrale è gratuito, perché gli interessi pagati sui titoli emessi e incassati dalla banca centrale ritornano al governo.

https://twitter.com/Fantaliz837/status/1326777761231409152?s=20

Chi come me frequenta, da turista, il dibattito economico non troverà per niente sorprendenti le dichiarazioni sopra riportate. È piuttosto ovvio che una banca centrale possa sempre immettere nel sistema tanta moneta quanta ne serve. Ne di più, ne di meno. 

Una banca centrale emette moneta, che nel suo bilancio corrisponde a una passività (come lo è un debito) a fronte di attività, come ad esempio i titoli di stato. Ed essendo un'istituzione di diritto pubblico non può fallire. Nemmeno se il governo decide di non rimborsargli i titoli.

Poi si può discutere del fatto che il finanziamento della spesa pubblica da parte della banca centrale possa, in alcuni casi, comportare inflazione (la vetusta ma sempre amata "teoria quatitativa della moneta"). Sempre che si riesca a capire se è l'aumento di moneta a causare l'aumento dei prezzi, o viceversa l'incremento dei prezzi a provocare quello della moneta. A proposito di questa relazione tra quantità di moneta e inflazione, ammesso che la si voglia dare per scontata (e così non è), ai professionisti piace ricordare che "correlazione non significa causalità". Avete presente il dilemma: "è nato prima l'uovo o la gallina?". Gli economisti sono decenni che discutono del problema, senza averlo risolto. E chissà per quanto tempo ancora andranno avanti. Se avete mai dato credito alla prima teoria è bene che sappiate che la seconda è ugualmente probabile. E, a meno che non abbiate qualcosa di veramente straordinario da aggiungere,  qualcosa che sia davvero sfuggito a tutti, è molto difficile che riusciate a fare pendere definitivamente la bilancia della ragione da una parte o dall'altra. 

Infine, consentitemi di osservare che la banca centrale non è l'unica istituzione che "stampa moneta", cioè che immette moneta nel sistema. Anzi, le banche "commerciali" (nel senso di private) ne creano molta di più. Soprattutto in tempi buoni, che sono anche quelli dove si registra un'inflazione maggiore. Che poi, come avete letto nel post precedente a questo, non è neanche il peggiore dei mali. 

È mai possibile che nessun giornalista, intellettuale (magari di sinistra), presentatore tv, sappia contestare affermazioni come queste di Bersani, Marattin, Calenda, De Romanis e compagnia bella? Forse, ci sarà un motivo per cui le persone a cui gli editori affidano l'informazione e la divulgazione sono i primi ad essere prigionieri di dogmi e luoghi comuni, in economia o anche in altre scienze? 

Perché non ce n'è uno che si domandi per quale motivo il governo debba fronteggiare una pesante crisi economica chiedendo i soldi "a strozzo" ai mercati, o andando con il cappello in mano dalla UE? Se la BCE può disporre gratuitamente di tutta la liquidità necessaria, perché non la concede a tutti? E se i trattati non lo consentono, perché non facciamo da soli?

Dopotutto però, forse è inutile porsi queste domande. È sufficiente prendere atto del fatto che la parte più in vista della nostra classe intellettuale è composta principalmente da individui pigri, superficiali e che comunque non meritano molto credito. 


lunedì 2 novembre 2020

Luoghi comuni sull'inflazione

Einaudi definiva l'inflazione "la più iniqua delle tasse" perché colpisce maggiormente le classi più deboli, in modo simile a una tassa.
Effettivamente, è facile convincersi che un aumento dei prezzi sia dannoso per coloro i quali vivono di un reddito fisso. Tuttavia, siamo sicuri che le cose vadano sempre così? 

I grafici sottostanti mostrano un confronto fra inflazione, salari reali e risparmi in Italia. Forse, chi è convinto che l'aumento dei prezzi danneggi soprattutto i lavoratori sarà sorpreso nel constatare che i dati mostrano il contrario. Infatti, fu proprio nel periodo di maggiore inflazione, gli anni settanta e ottanta, che gli stipendi crebbero di più e i risparmi furono più alti. Ed è proprio con la diminuzione di essa (disinflazione) che la suddetta crescita è venuta meno. Come mai?

 

È ovvio che se noi presumiamo che il produttore decida autonomamente di farsi pagare di più, quanto risulta dai grafici qui sopra apparirebbe un po' strano. Se domani aumentasse il prezzo di un bene, e il mio stipendio no, sarei più povero. Ma se ipotizziamo che i prezzi crescano quando la produzione (cioè l'offerta) insegue una domanda crescente, a sua volta causata dall'aumento dei redditi dei lavoratori, tutto sembra molto più coerente. Questo è quello che credono gli economisti postkeynesiani. 

Ma allora chi danneggia veramente l'inflazione? Ovviamente chi in sua presenza ha un reddito davvero fisso al variare dei prezzi. Ad esempio, chi vive di investimenti a tassi d'interesse fissi. Che poi è anche la ragione per cui chi va in banca a chiedere un mutuo si accorge immediatamente che il tasso fisso è più alto di quello variabile (perché incorpora l'inflazione prevista negli anni avvenire). 

Naturalmente, ognuno di noi può trovarsi svantaggiato o meno da un aumento dei prezzi. È la situazione complessiva, e non quella personale, ad essere discussa in questo post. Non serve neanche che io vi ricordi, anche se a me preme farlo, che quanto da me scritto non conclude l'argomento che è oggetto di discussione, da lungo tempo, fra professionisti di opposte fazioni. Il mio scopo è solo quello di mettere in guardia il lettore dai pricipali luoghi comuni sull'inflazione e dargli uno spunto di riflessione basato su dati reali, e non sui dogmi teorici. 

domenica 25 ottobre 2020

I buoni


Tanto tempo fa, in un remoto angolo del nostro amato pianeta esisteva una terra, nota come Regno dei Buoni. Su di essa governava il Re Buono che aveva nominato così se stesso, e il suo reame, per differenziarsi da tutti gli altri che erano cattivi.

Un brutto giorno un terreno poco fuori dalle mura della città, che i sudditi usavano per fiere e mercati, prese fuoco. Il Re chiamò subito gli Esperti del Regno, che si erano scelti questo nome perché, all'infuori di loro, tutti erano ignoranti. Essi ordinarono che sull'incendio si buttasse immediatamente della benzina. Le fiamme divamparono ancora più forte.

Allora, gli Esperti, dissero che non era abbastanza, e disposero che si trovasse altra benzina. Purtroppo, le fiamme si estesero ancora di più.

Quindi, gli Esperti ordinarono che si radunasse tutta la benzina disponibile e che la si desse alle fiamme. Quando, alla fine, il fuoco si spense, gran parte del Regno era stato devastato dall'incendio.

Gli Esperti annunciarono con orgoglio al Re il loro successo. "Immagini, sua Maestà, cosa sarebbe potuto accadere se non fossimo intervenuti in tempo!". 

Re Buono annunció ai suoi sudditi che, grazie al lavoro degli Esperti, l'incendio era stato finalmente spento. Sebbene nessuno seppe spiegargli le cause dell'incendio, egli ritenne il popolo responsabile, e decise che il terreno da dove il fuoco era divampato fosse regalato alla società, di proprietà degli Esperti, che aveva fornito a un giusto prezzo la benzina con cui si era spento l'incendio. Ai sudditi sarebbe stato richiesto solo qualche piccolo sacrificio per il bene comune, come il pagamento di un affitto a titolo di risarcimento per le spese di gestione.

"Evviva il Re!" Urlarono i sudditi. "Evviva gli Esperti!" "Evviva la benzina!". I pochi che dissentirono furono chiamati "cattivi e ignoranti" e vennero portati via, non si sa dove.

mercoledì 1 aprile 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (3di3)

Ho terminato il post precedente con una considerazione da cui vorrei ripartire. L'eccesso di offerta di titoli di stato sul mercato, anche se garantiti dalla BCE, potrebbe comunque causare qualche difficoltà di assorbimento da parte degli investitori (che rappresentano la domanda).

Quindi, il punto è che ogni soluzione diversa da quella che ho descritto nella prima puntata, cioè la "monetizzazione del debito" (che come abbiamo visto è vietata dai trattati UE), comporta dei costi maggiori. Essi vanno dal pagamento di un tasso di interesse più, o meno, conveniente come quello che dovrebbe assicurare il QE della BCE, o la mutualizzazione del debito tramite eurobond/coronabond, fino ad arrivare alle penalizzanti condizioni che imporrebbe l'intervento del MES, o comunque della cosiddetta Trojka: privatizzazioni, tagli alla spesa sociale e ulteriore perdita di diritti dei lavoratori. Per quanto riguarda il MES, c'è stato un tentativo del nostro governo finalizzato a ottenere dei finanziamenti non vincolati da un "Memorandum of Understanding" (MoU). Tuttavia, questo è vietato dai trattati.


A seguito di questo inconveniente ci è poi stato detto che si poteva ottenere un MoU senza condizioni troppo penalizzanti. Tuttavia, poi ci è stato fatto notare che questo accordo può cambiare in qualsiasi momento, in modo unilaterale (con maggioranza qualificata), senza che l'italia possa opporvisi.

Regolamento 472/2013

C'è infine da considerare che il MES da solo, non ha le risorse sufficienti a finanziarie tutti i paesi durante la crisi (parliamo di centinaia di miliardi di euro) e che quindi dovrebbe recuperarli dai paesi aderenti (che dovrebbero prima chiederli ai mercati e poi darli al MES, che li presterebbe nuovamente ai governi) o chiederli alla BCE (e anche questo sarebbe un assurdo, visto che allora tanto varrebbe che i governi li chiedessero direttamente alla BCE).


Nonostante tutto, un gruppo di importanti economisti internazionali hanno suggerito di ricorrere al MES. Essi (o meglio €ssi) sono appoggiati in Italia dai soliti noti.

Luigi Marattin: economista e onorevole ex PD e ora  Italia Viva 

Stefano Feltri: giornalista del Fatto Quotidiano

Giampaolo Galli: economista dell'Osservatorio Conti Pubblici

Considerando che, come abbiamo visto, esisterebbe un modo di avere un sostegno illimitato e gratuito, vale davvero la pena indebitarsi?

Credo che se lo chiedessimo a coloro i quali ci dovrebbero concedere tali prestiti, la risposta sarebbe senza dubbio affermativa. Ovviamente, per ragioni rigorosamente scientifiche. Non voglio certo insinuare che, in fondo, quello è il mestiere con cui si guadagnano da vivere. L'argomento più utilizzato è che la "monetizzazione del debito" favorirebbe l'emissione incontrollata di moneta da parte dello stato. Questo provocherebbe inflazione, che farebbe aumentare i prezzi e diminuire il valore reale degli stipendi (e dei nostri debiti, cioè dei loro crediti. Anche se, di soluto, quest'ultima parte è omessa, forse per senso del pudore).

Può darsi che abbiano ragione. D'altra parte, mi chiedo se un po' d'inflazione varrebbe la vita dei malati, dei disoccupati e degli imprenditori falliti. Io non sono uno scienziato, e allora vi riporto di seguito l'opinione si Sir John Maynard Keynes.


martedì 31 marzo 2020

La soluzione keynesiana alla crisi (2di3)

Nel post precedente (qui) ho provato a descrivere brevemente come potrebbe affrontare la crisi un paese "normale", cioè con una moneta propria e una banca centrale che sostenga la politica del governo.

L'entità della recessione in corso è, ovviamente, ancora ignota. Ciò non di meno sono già state fatte le prime previsioni. Ad esempio, Reuters riporta delle dichiarazioni in cui un ex capo economista del Tesoro parlava di un calo del 3% solo nel primo semestre dell'anno, sull'Huffigton Post l'On. Stefano Fassina scriveva di una caduta dell'economia reale superiore al 10%, il ministro Gualtieri ha dichiarato al Sole24ore che ci sarà una caduta del PIL di qualche punto. Nel grafico qui sotto ci sono invece le previsioni di Goldman Sachs.

Fonte: asimmetrie.org (Non possiamo più aspettare) 

Considerando sia le previsioni ottimistiche che quelle pessimistiche si può pensare a una recessione di almeno 5-6 punti percentuali, paragonabile a quella del 2009.

L'Italia, e tutti gli altri paesi della zona euro, non possiede una moneta nazionale. Inoltre, alla la Banca Centrale Europea non è permesso comprare titoli emessi dagli stati dei paesi aderenti all'euro. Lo può fare solo sul mercato secondario (come vedremo dopo). A chi volesse approfondire l'argomento, suggerisco la lettura di questo discorso fatto nel 2016 a Harvard dal membro del consiglio di amministrazione della BCE Benoît Cœuré (qui)
Art. 123 par.1 TFUE

L'idea che sta alla base di questo sistema (o sarebbe meglio dire l'ideologia) è quella di disincentivare le politiche incaute di quei governi che altrimenti si sentirebbero sicuri di non fallire perché la BCE correrebbe in loro soccorso in caso di bisogno. Si chiama clausola di "No Bailout". D'altro canto, si presume che i mercati siano capaci di maggior giudizio nella scelta degli investimenti (l'ideologia di riferimento, il liberismo, crede che il capitale si distribuisca in modo meritocratico).

Ora, purtroppo, le regole non distinguono tra le situazioni, e capita che esse si debbano applicare anche quando si tratta di salvare la vita delle persone, e quella delle imprese, da una situazione imprevista della quale nessuno è colpevole (fino a prova contraria) e non solo per finanziare le solite politiche populiste che, secondo i nostri ideologi, creano solo inflazione (tipo le spese per la sanità pubblica e quelle per le pensioni di noi fannuloni). L'ideologia liberista è democratica perché non guarda in faccia a niente e nessuno, e si applica indistintamente a esseri umani e bestie.

Per evitare che il gioco si rompesse, durante l'ultima crisi (ormai la penultima) si sono introdotti vari strumenti di sostegno economico. Sotto la presidenza Draghi, la BCE ha iniziato a comprare titoli di stato dei paesi dell'eurozona sul mercato secondario (non dal governo all'emissione, ma successivamente dagli investitori, in pratica le banche). Anche in questo modo (l'ormai famoso "Bazooka") Draghi ha mantenuto insieme i cocci dell'eurozona, che ora però vanno incontro ad un nuovo shock. Questo tipo di soluzione, il "Quantitative Easing", servirebbe per mantenere a un livello più basso i tassi d'interesse, dato che gli investitori si sentirebbero rassicurati dal fatto di non dover rimanere col cerino in mano (male che vada vendono i titoli alla BCE).

110 economisti italiani hanno firmato un appello affinché la BCE sostenga, in vari modi, i paesi dell'eurozona, e altri economisti internazionali, tra cui i più famosi sono Blanchard e de Grauwe hanno scritto quanto segue:



Se la BCE agisse come "creditore di ultima istanza" per i titoli di stato dell'area euro, non risolverebbe gli squilibri macroeconomici provocati dalla moneta unica, e ben noti dal 2011, ma potrebbe comunque alleviare il peso della crisi.

Se invece si limitasse a continuare il "Quantitative Easing" acquistando titoli sul mercato secondario (come finalmente dichiarato dalla Presidente Lagarde) tenendo conto del fatto tutti i paesi del mondo inonderanno di titoli di stato il mercato globale a causa di questa crisi, forse qualche problemino di eccesso di offerta sulla domanda si potrebbe comunque verificare, facendo aumentare i tassi in modo pericoloso.