lunedì 6 aprile 2026

Nel lungo periodo saremo tutti morti

"Monetarism is a little like snake oil, widely touted as a cure for all afflictions that may affect man or beast, but of dubious efficacy"

"Il monetarismo è un po' come l'olio di serpente, ampiamente reclamizzato come cura per ogni malanno che possa affliggere l'uomo o la bestia, ma di dubbia efficacia"

Charles Kindleberger - Marshall Plan Days


L'aumento dei prezzi, cioè l'inflazione, dipende da quanta moneta viene "stampata"?Probabilmente, molti di voi darebbero una risposta affermativa a questa domanda, in accordo (più o meno consapevolmente), con quanto afferma la teoria quantitativa della moneta. Come vedremo di seguito però, tale conclusione, oltre che precipitosa, è tutt'altro che scevra da influenze politiche e ideologiche.

L'economista Irving Fisher, che visse a cavallo tra i secoli XIX e XX, elaborò una formula, definita equazione degli scambi, in cui si afferma che: se vendi 5 mele al prezzo di 2 l'una (parte destra della formula) chi le compra dovrà avere 10 banconote (parte sinistra della formula). Entrambi i lati hanno lo stesso valore: 2 * 5 = 10.

In realtà, la formula aggiunge qualcosa in più e cioè che, in fondo, non è proprio necessario che la "massa monetaria" di un'economia sia uguale al valore della produzione, infatti la stessa moneta potrebbe essere posseduta più volte. Quindi, basteranno anche solo 5 banconote che passano 2 volte dalla stessa mano (ad esempio due stipendi) per comprare 5 mele al prezzo di 2.


Questo semplice concetto viene formalizzato matematicamente con quest'identità:

M * V = P * Q

dove "M" sono tutti i soldi presenti in un'economia (la massa monetaria), "V" è il numero di volte che quei soldi passano di mano, "P" sono i prezzi e "Q" la quantità prodotta e venduta. 

La stessa equazione può essere presentata anche in modo diverso. "Q" può essere scritto come "Y", che invece di rappresentare la quantità prodotta diventa il valore dei beni venduti ai prezzi dell'anno base di riferimento. Così facendo "P" non sarà più il prezzo ma l'indice dei prezzi; e sarà uguale a 1, il primo anno, e magari a 1,1 il secondo anno (se avremo avuto un'inflazione, cioè una variazione dei prezzi, pari al 10%). Quindi, troverete scritta quella formula anche così:

M * V = P * Y

Infine, potrei dividere per "V" sia la parte sinistra che quella destra della formula. Il risultato sarà:

M = Y/V * P. 

Questa si chiama equazione di Cambridge, che però si scrive nel modo seguente: 

n = k * p

perché "n" in inglese significa notes (banconote). "Y / V" invece è espresso come un unico fattore, detto "k". Chi lo desidera troverà la spiegazione e il funzionamento di questa formula in Tract on Monetary Reform (J. M. Keynes, 1923) recentemente tradotto in italiano dal professor Giorgio La Malfa con il titolo "La riforma monetaria", edito da Mondadori.

Tornando alla nostra analisi è bene sapere che, in qualunque modo voi la scriviate, l'equazione degli scambi non dice nulla sulle cause, e sugli effetti, che muovono le variabili in essa contenute. Ad esempio, la variazione di "P" potrebbe essere provocata da quella di "M" o viceversa. Entrambe le ipotesi sono teoricamente accettabili e non inficiano la validità della formula.

Tuttavia, la scuola di pensiero monetarista propende per la seguente interpretazione: che le variazioni di "M" siano sempre l'unica causa di quelle di "P". Afferma pertanto che l'inflazione, cioè l'aumento di "P", sia la semplice conseguenza dell'incremento della massa monetaria "M". Le altre variabili dell'equazione, "V" e "Q", sono considerate valori stabili, in virtù del fatto che le abitudini delle persone cambiano solo lentamente nel tempo.

Tanto per capirci, nel nostro esempio, se le banconote aumentassero da 5 a 10 (10 * 2 = 20) l'incremento si scaricherebbe solo su"P",  che passerebbe da 2 a 4 (4 * 5 = 20) lasciando"V" e "Q" invariate.

Per questo motivo gli economisti della scuola monetarista, che già a suo tempo Keynes chiamava "Old-fashioned advocates sound money" (perché, ironia della sorte, le idee che possono apparire di moda oggi erano già considerate vetuste un centinaio di anni fa) prediligono politiche monetarie che limitano la crescita del denaro disponibile, al fine di mantenere stabili i prezzi. La fede che ripongono nei loro argomenti si basa su due condizioni, che si devono verificare entrambe:

1. che l'inflazione sia un semplice fenomeno monetario, che dipende appunto dalla quantità di moneta in circolazione ("V" e "Q" sono stabili)

2. che la quantità di moneta di un'economia sia sotto il completo controllo dell'autorità monetaria (la banca centrale).

Le suddette ipotesi però possono essere oggetto di ampio dibattito. Intanto perché la banca centrale non controlla la quantità di moneta in circolazione ma il suo prezzo, rappresentato dal tasso d'interesse (il costo del denaro). Sono le banche commerciali a immettere autonomamente moneta nel sistema, tramite i prestiti, il cui ammontare è sì influenzato dalla politica dell'autorità monetaria ma è determinato dalle condizioni economiche. Poi perché l'aumento dei prezzi può avvenire anche a causa di processi che nulla hanno a che vedere con la massa monetaria in circolazione. Pensate ad esempio agli shock petroliferi, essi non dipendono da quanta moneta si "stampa" ma dell'instabilità politica di alcune zone del mondo. 

Inoltre, ci si può riferire alla produzione "Q" come una costante solo se si crede i fattori produttivi siano sempre pienamente utilizzati (legge di Say). Tuttavia, soprattutto nei periodi di alta disoccupazione, diventa difficile affermare che un maggior numero di lavoratori occupati non possa generare un aumento di produzione e vendite. Purtroppo però, per gli economisti ortodossi anche la disoccupazione, almeno quella involontaria, non viene considerata come una variabile influente (anzi, per loro non esiste affatto). 

Nell'approccio della scuola monetarista il denaro ha valore esclusivamente in relazione alla sua scarsità e non per la sua diffusione come mezzo di scambio. Questo anche perché negli ambienti in cui si originarono le loro idee, la questione di vedere il valore dei propri capitali erosi dall'inflazione era di certo più sentita rispetto a quella di poter sbarcare il lunario. Più che di scienza, si tratta di una narrativa volta alla (legittima) difesa politica del proprio interesse di classe, quello dei capitalisti. In un periodo abbastanza lungo può darsi che un'economia dove si "stampa" maggior denaro abbia più inflazione di una in cui "M" viene mantenuto più stabile. Tuttavia, nel breve periodo altri fattori, egualmente importanti, possono incidere sui prezzi e sulla produzione. Nei numerosi brevi periodi che portano al lungo periodo possono capitare tante cose alla vita della gente, non tutte positive, che i monetaristi non considerano perché, semplicemente, non gli interessa.

Se sei talmente ricco da poter sopportare abbastanza a lungo i rovesci del ciclo economico, la tua sensibilità sarà tutta verso la conservazione del valore del tuo patrimonio, e non accetterai ben volentieri di vederlo inflazionato solo per dare ossigeno a chi avrebbe invece urgente bisogno di una rapida iniezione di capitali nell'economia, che aumenti la produzione, per poter trovare lavoro e campare dignitosamente.

Nel testo già citato in precedenza, il Keynes esprime magistralmente questo delicato concetto con le seguenti parole:

"Ma questo lungo periodo è una guida ingannatrice negli affari correnti. Nel lungo periodo saremo tutto morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile, se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l'uragano sarà lontano l'oceano tornerà tranquillo".

In conclusione, la solita avvertenza: questo post non vuole essere una disamina completa di una diatriba, lunga secoli, sulla corretta quantità di moneta che debba essere immessa in un'economia, ma spero sia utile a farsi un'idea delle rilevanti implicazioni politiche che condizionano quest'annosa questione.

lunedì 2 febbraio 2026

Mercosur e India: gli accordi che non ci salveranno

È di pochi giorni fa la notizia che, dopo il trattato con il Mercosur, la UE ha raggiunto un altro accordo commerciale con l'India. Sappiamo, da fonti ufficiali, che il primo trattato, temporaneamente bloccato dal parlamento europeo, rappresenterebbe un frazione insignificante della nostra economia (zero virgola percento, vedi immagine qui sotto). Nulla saprei dire del secondo.


Tuttavia, lo scopo di questo post non è di entrare nel merito dei singoli accordi ma è quello di analizzare una tesi, espressa dall'On. Alberto Bagnai, che si può riassumere come segue: andiamo alla ricerca di mercati di sbocco esteri perché non siamo riusciti a fare della UE un mercato di sbocco (qui dal minuto 5:45).


Come prima cosa vorrei precisare, per chi è meno avvezzo a simili argomenti, che lo scopo di un accordo di commercio internazionale è quello di aumentare il flusso di scambio fra le nazioni aderenti (importazioni ed esportazioni).

Per misurare il grado di apertura al commercio internazionale di un mercato si utilizza un indice che si calcola come rapporto fra: la somma di importazioni (M) ed esportazioni (X) a numeratore e il PIL a denominatore.

Grado di apertura di un mercato = (M+X) / PIL

Prendendo a riferimento i valori 2024 (scaricati dal database World Economic Indicators) si osserva come la UE abbia già un livello di apertura al commercio internazionale molto elevato, sia rispetto alla media mondiale, che è del 57%, sia rispetto ad altri grandi partner internazionali.


Come sempre, all'interno della UE la situazione è più variegata con: Italia, Francia e Spagna che hanno indici d'apertura relativamente minori (ma comunque elevati) e paesi come: Malta, Irlanda e Lussemburgo che hanno valori tra i più alti al mondo.


Già questo dovrebbe farci intuire che, tutto sommato, non ci sarebbe tanta necessità di aprire ulteriormente il nostro mercato. 

Oltretutto, la UE possiede anche una bilancia commerciale in persistente attivo. Ciò significa che presenta costantemente flussi d'esportazione più alti di quelli d'importazione. Pertanto, considerando che già vendiamo al resto del mondo più di quanto acquistiamo, non parrebbe esserci nemmeno la necessità di aumentare le nostre esportazioni.


Si osservi infine che, negli anni che vanno dal 2002 al 2024, i flussi commerciali interni (che sono le importazioni e le esportazioni intra UE, cioè tra paesi UE) sono cresciuti molto meno rispetto alle importazioni ed esportazioni con il resto del mondo (extra UE). Come potete vedere dal grafico successivo la crescita del mercato UE, nel periodo indicato, risulta essere di soli 4 punti percentuali (dal 18% al 22% del PIL) contro i 10 punti percentuali (dal 18% fino al 28% del PIL) di quella extra UE. Questo significa che commerciamo sempre di più con partner che si trovano al di fuori del mercato unico europeo. 


Alla luce di questi dati verrebbe da chiedersi per quale ragione dovremmo alimentare ulteriormente uno squilibrio già grande, con nuovi accordi di commercio internazionale, invece di puntare a una maggiore crescita del mercato interno. D'altronde, lo scopo di avere un mercato comune europeo sarebbe proprio quello ad assorbire internamente, senza doverci rivolgere all'esterno, un maggior volume commerciale, grazie alla numerosa e ricca popolazione europea. Per quale motivo, ad un certo punto, le cose sono andate diversamente? La risposta è piuttosto semplice e la si può intuire anche dall'andamento delle esportazioni extra UE del grafico precedente. 

Il meccanismo della moneta unica che aveva finanziato le importazioni dei paesi debitori, permettendo ai paesi esportatori di vendere, e di accumulare tanti (troppi) crediti esteri, è saltato con la crisi dell'eurozona. I dettagli di questa storia ci furono raccontati con estrema chiarezza sia dall'allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che dal suo vice Vitor Constancio. Se non la conoscete, vi suggerisco di leggere i miei precedenti contenuti in merito (qui e qui).

Dal momento in cui i paesi debitori sono stati obbligati, da quelli creditori, a distruggere la propria domanda interna per provare a rientrare dal debito estero, i paesi esportatori (Germania in testa) hanno dovuto sostituire gli acquirenti interni alla UE con quelli esterni ad essa. Infatti, l'esplosione delle esportazioni extra UE avviene a partire dal 2011, proprio in concomitanza con la crisi dell'eurozona.

Sempre Mario Draghi, nel discorso a La Hulpe di aprile 2024, ci ha spiegato come tutto questo è avvenuto, e cioè con economie che, per essere competitive, devono ridurre il più possibile la crescita degli stipendi, fino a mettere addirittura a rischio il nostro stile di vita, il nostro welfare e perfino la coesione sociale.

"We pursued a deliberate strategy of trying to lower wage costs relative to each other – and combined this together with a procyclical fiscal policy - the net effect was only to weaken our own domestic demand and undermine our social model". 

Che, in italiano, si traduce: 

"Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali reciprocamente, combinandola con una politica fiscale prociclica: l'effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale".

Oggi non è possibile alimentare ulteriormente il nostro mercato interno, cioè la domanda di beni e servizi interni, anche perché questo causerebbe, di nuovo, la spirale debiti/crediti fra le economie UE che fu all'origine della crisi dell'eurozona (mai risolta) e provocata dalla moneta unica. La volontà di aprire nuovi mercati di sbocco si può interpretare come un tentativo, da parte della Commissione europea, di controbilanciare l'eventuale progressiva chiusura di altri mercati, come ad esempio quello degli Stati Uniti, e, nel contempo, permettere, tramite le importazioni, l'accesso a beni di consumo a basso costo a quelle fasce della popolazione i cui stipendi diventano sempre più miseri.

In conclusione, ciò che sostiene l'On. Bagnai appare ragionevole e coerente con l'analisi che vi ho presentato in questo breve post. L'ostinazione a voler mantenere a tutti i costi l'euro ha comportato la crisi dei paesi debitori dell'eurozona e con essa quella dell'intero mercato comune europeo.

lunedì 6 ottobre 2025

Sull'indipendenza della banca centrale

L'indipendenza della banca centrale è quel sistema mediante il quale, a tale istituzione, viene concesso il potere di decidere la politica monetaria della nazione senza intromissioni da parte del governo. In questo modo, essa non è obbligata a finanziare le istituzioni pubbliche del paese a cui appartiene, il ché ha come conseguenza spiacevole, ma desiderata, che il governo sia obbligato a piazzare interamente sul mercato privato i titoli pubblici con cui finanzia la spesa in eccesso rispetto alle entrate tributarie, anche se il tasso richiesto dagli investitori dovesse risultare particolarmente elevato e il corrispondente onere per gli interessi molto gravoso. 

Questo principio stabilisce la superiorità di giudizio economico da parte del settore privato su quello pubblico e impone che le decisioni di spesa prese dal parlamento secondo il metodo di "una testa-un voto" debbano sottostare alle convenienze degli investitori, che invece condizionano le scelte del mercato secondo il principio, assai meno democratico, di "un euro-un voto". Praticamente, ci vorrà sempre la maggioranza dei parlamentari per approvare una spesa, ma basteranno pochi investitori (i quali però rappresentano la maggioranza dei potenziali acquirenti dei titoli di stato) per far aumentare, anche  di molto, il costo dell'indebitamento necessario a finanziare la suddetta spesa. Ed è così che le scelte democratiche vengono sottoposte al giudizio del mercato, il quale tuttavia ha come fine il lucro privato e non il benessere pubblico.

Tuttavia, nonostante la propria indipendenza, la banca centrale non può esimersi del tutto dal comprare i titoli del debito pubblico. Il motivo è tecnico e ce lo spiega il Prof. Cesaratto nel suo bellissimo manuale "Sei lezioni sulla moneta" (Quinta lezione - Come lo stato spende). 


Quando le banche commerciali acquistano titoli pubblici dal Ministero del Tesoro li iscrivono all'attivo del proprio bilancio e, per lo stesso ammontare, contabilizzano al passivo il deposito bancario nelle disponibilità del Ministero (che rappresenta un debito per la banca). Il governo però non lascia lì i propri soldi ma li trasferisce subito sul conto deposito presso Banca d'Italia, perché la banca centrale non può fallire ma quelle commerciali invece sì. 

Conto disponibilità del Ministero del Tesoro presso Banca d'Italia (qui)


Qui arriva la parte importante. Considerate che stiamo parlando di miliardi di euro, e che questo trasferimento, che avviene tramite l'addebitamento del conto deposito degli istituti finanziari presso la banca centrale, fa diminuire le riserve bancarie degli stessi provocando una carenza di risorse nel sistema dei pagamenti interbancari. Già, perché tali riserve costituiscono il mezzo di pagamento per le transazioni fra banche, e tra esse e la banca centrale. 

Quindi, se la banca centrale non intervenisse per rimpinguare le casse del sistema finanziario acquistando dalle banche commerciali, sul mercato secondario, parte di quei titoli che esse avevano precedentemente comprato su quello primario, la scarsità di riserve causerebbe un aumento non desiderato, in primis, del tasso d'interesse interbancario e poi, a cascata, di tutti gli altri. Naturalmente, questi titoli saranno poi rivenduti sul mercato quando, al contrario, si verificherà un'abbondanza di riserve rispetto agli obiettivi di politica monetaria che la banca centrale stessa si è autoimposta. Normalmente, questo avviene quando il governo spende i soldi per cui si è indebitato ed essi si trasformano nuovamente in depositi bancari, nelle disponibilità dei beneficiari della spesa pubblica.

La questione, ben nota, emerse anche durante i negoziati per la redazione dello statuto della Banca Centrale Europea. Il comitato dei governatori delle banche centrali (CoG) stabilì che alla BCE fosse vietato di acquistare all'emissione (mercato primario) i titoli pubblici dei paesi aderenti all'euro, per evitare che essa finanziasse in modo diretto uno stato membro. Tuttavia, non le fu impedito di comprarli su quello secondario. Ovviamente, si sapeva che questo limite si poteva eludere ma non fu possibile fare altrimenti, proprio per evitare i problemi precedentemente descritti dal Prof. Cesaratto. I resoconti di quelle riunioni sono raccontati dallo storico dell'economia Harold James, nel suo prezioso lavoro "Making the European Monetary Union" (Capitolo 8: Designing a Central Bank).

“alla BCE e alle BCN [banche centrali nazionali] non verrebbe impedito di acquistare titoli di Stato sul mercato secondario, ma solo nel contesto di operazioni di politica monetaria.”


"In questa fase, sebbene vi fosse un sostanziale consenso, tra i governatori, sulla formulazione senza salvataggio dell'articolo 21.1, che proibisce gli acquisti di titoli di Stato da parte delle banche centrali sul mercato primario ma non su quello secondario, lo staff del Comitato dei Governatori delle banche centrali era scettico sull'impatto di tale restrizione sulle future politiche fiscali nazionali nell'unione monetaria"


Abbiamo visto che il concetto d'indipendenza dalla banca centrale, in teoria, dovrebbe disincentivare il deficit pubblico, perché il tasso d'intesse richiesto dal mercato per l'indebitamento dello Stato sarà più alto di quello a cui una banca centrale potrebbe acquistare i titoli se fosse obbligata a farlo (cioè se fosse dipendente dal governo). Quindi se il principio dell'indipendenza avesse funzionato come ci viene normalmente raccontato, e cioè come un modo per impedire il finanziamento a costo zero della spesa pubblica, dovremmo riscontrare che, da quando è stato implementato (in Italia, dal "Divorzio" tra banca centrale e il Ministero del Tesoro del 1981) i titoli pubblici detenuti dalla banca centrale siano, in proporzione, molto meno rispetto a quando le allegre spese del governo venivano finanziate monetizzando il debito. 

Invece, dai dati di Bankitalia, scopriamo che, non solo nei periodi tranquilli c'è stata poca differenza tra la percentuale di titoli pubblici detenuti dalla banca centrale dipendente e quella indipendente, ma nemmeno in tempi di crisi economica troviamo una sostanziale differenza di questo parametro. Se guardate il grafico qui sotto vedrete che il picco rappresentato dagli anni settanta, quello della crisi petrolifera (e della presunta spesa pubblica incontrollata) è del tutto simile a quello del periodo seguito al "What ever it takes" di Draghi e al Covidquando Madame Lagarde dichiarò che non era lì per chiudere gli spread salvo poi annunciare il programma di acquisto di titoli pubblici eseguito durante la pandemia (PEEP - Pandemic Emergency Purchase Programme).


Quindi, dai dati sembrerebbe che non faccia poi così tanta differenza l'indipendenza della banca centrale. In realtà la fa perché, normalmente, per poter vendere i titoli sul mercato primario, il governo dovrà comunque offrire tassi più alti (che, come abbiamo visto qui, provocano la crescita del debito pubblico). Tra l'altro, gli interessi pagati dallo Stato alla banca centrale ritornano al governo sottoforma di utili d'esercizio (come abbiamo visto qui) rendendo il finanziamento un prestito a tasso zero. 

C'è, infine, un'altra questione. In un paese democratico, una banca centrale dipendente da noi interviene quando glielo diciamo noi, per gli scopi che decidiamo noi. Magari per sostenere la domanda aggregata e l'occupazione in tempi di crisi. Invece, una banca centrale indipendente interviene quando vuole lei e per gli scopi che decide lei. Mentre la BCE indipendente decideva se intervenire sul mercato secondario per sostenere i nostri titoli pubblici, il famoso spread aumentava. E solo a un certo punto Draghi decise che era abbastanza. Al momento dello scoppio della pandemia la situazione richiese un intervento immediato della BCE solo perché, in un momento così grave, l'eventualità che le cose potessero sfuggire di mano metteva a repentaglio l'esistenza stessa del loro prodotto, l'euro. 

Quindi, in estrema sintesi, in questo post abbiamo visto che, dai dati storici di Banca d'Italia, non sembra suffragata l'ipotesi che un sistema in cui la banca centrale è dipendente dal governo provoca l'acquisto sconsiderato di titoli per finanziare una spesa pubblica a costo zero, né che, viceversa, una banca centrale indipendente si rifiuti in modo assoluto di intervenire in aiuto del governo in caso di bisogno estremo. Quello che cambia sono i motivi dell'intervento e la sua tempistica. Essi possono essere più favorevoli agli obiettivi della politica quando la banca centrale è espressione della volontà della maggioranza numerica della popolazione, o più conformi alle preferenze degli investitori quando le scelte della banca centrale sono influenzate chi può mobilitare la maggioranza dei capitali.     

lunedì 28 luglio 2025

Il costo dei dazi di Trump

Premessa: avevo appena completato la stima dei costi dei dazi al 30% che USA e UE si sono accordati al 15%. Pazienza, la metodologia di calcolo rimane la stessa e se i costi non sembravano rilevanti prima a maggior ragione non lo saranno ora, a meno di un'ulteriore importante svalutazione del dollaro sull'euro.


Oggi vedremo qualche numero sulle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti nel 2024, e proveremo a fare qualche rudimentale stima, per il 2025, sui possibili impatti dei dazi che dovrebbero essere attivi da agosto, nel caso in cui la parti non trovassero un accordo prima di quella scadenza. 

La tabella qui sotto riporta, secondo uno schema top-down (che parte dai valori aggregati per poi scendere nel particolare): il PIL italiano del 2024, le esportazioni complessive (che sono una componente del PIL) e quelle verso gli USA (che sono una parte di quelle totali). La fonte dei dati sono il portale Istat e quello specifico per il commercio internazionale Coeweb. Le esportazioni verso gli USA sono divise anche per settore merceologico (il manifatturiero la fa da padrona) e per regione (la Lombardia è quella che ha esportato di più nel 2024).


Sulla base di questi dati (che sono quelli dell'anno scorso) ho calcolato una stima dei costi dei dazi per l'anno in corso. L'idea applicata è molto semplice: i dazi vengono considerati come qualsiasi altro fattore che aumenta il prezzo di un bene. Pertanto ho calcolato una perdita del 30% sulle esportazioni per i 5 mesi del 2025 in cui si suppone che essi saranno attivi (da agosto a dicembre). Naturalmente, se dovessero essere più bassi, o più alti, questa percentuale andrà adattata. Inoltre, ho aggiunto un 6% che corrisponde alla svalutazione del dollaro sull'euro avvenuta fino a giugno 2025, rispetto al 2024. Anche per questa variabile vale lo stesso discorso di quella precedente. Il senso di questo metodo di calcolo è quello per cui se mi alzi il prezzo di 36 io comprerò 36 di meno. Non è molto complicato ma è comprensibile. Tra l 'altro, questa stima è piuttosto pessimistica perché implica che gli esportatori non intendano farsi carico, nemmeno in parte, degli aumenti di prezzo causati da dazi e svalutazioni.

Tuttavia, come potete vedere dalla tabella qui sotto, se consideriamo il quadrimestre gennaio-aprile, le nostre esportazioni verso gli USA sono state più alte di quelle dello stesso periodo 2024. Questa variazione positiva è in controtendenza con la svalutazione del dollaro e potrebbe essere imputabile alle scorte accumulate in previsione dell'arrivo dei dazi. Comunque sia, sottraendo la perdita già calcolata precedentemente (13,6 miliardi di euro), al valore delle esportazioni previste per il 2025 (71,6 miliardi di euro), ottenuto tramite la proiezione dei dati del primo quadrimestre, viene fuori un calo di 6,7 miliardi rispetto al 2024.


Questo valore di 6,7 miliardi di euro può, a sua volta, oscillare di un 35% circa, perché la correlazione media tra variazione del cambio e quella delle esportazioni, da me ricavata a partire dai dati 2008 è del 65%. Nel calcolo della correlazione ho eliminato gli anni 2009 e 2020 in quanto non rappresentativi, per ovvie ragioni. Pertanto, la mia stima finale è che la perdita 2025 potrebbe oscillare tra i 4 e i 9 miliardi di euro. Una variazione media negativa del 10% rispetto alle esportazioni 2024, che su base storica è di certo significativa, ma che rappresenta solamente un valore che va dallo 0,2% allo 0,4% del nostro PIL nominale previsto per il 2025. Tutto sommato, non mi sembra un dramma. Non voglio sminuirne l'importanza, o sostenere che nessuno perderà il lavoro (questo non lo so), ma stiamo parlando di valori che, apparentemente, non giustificano il clamore mediatico che scatenano.



Ovviamente, quest'analisi è un divertissement e non ha pretese scientifiche. Tra l'altro, pure se le avesse rimarrebbe una mera ipotesi dal momento che nessuno ha la sfera di cristallo. Comunque sia questo gioco è utile per capire i valori in campo. 

Perdonatemi se apro una parentesi che è più uno sfogo. Giuste o sbagliate che siano, queste stime rappresentano il risultato di un metodo applicato a dei dati statistici. Se ne può sempre discutere, purché gli argomenti utilizzati siano razionali e non proposti esclusivamente per stimolare le emozioni, o le paure, magari raccontando singoli episodi ininfluenti, cioè col tipico metodo utilizzato della disinformazione mainstream.

Tra l'altro, la questione dei dazi si accompagna a un altro discorso su cui però le responsabilità sono tutte interne. Come mai ci lamentiamo così tanto di un probabile shock economico esterno, di massimo 11 miliardi di euro, se possiamo contare su un mercato unico europeo di quasi 20 mila miliardi e 300 milioni di consumatori? Certo, io ho calcolato solo gli effetti diretti dei dazi e solo sulle merci (anche se sui servizi non mi pare che siamo fortissimi in USA). Ci sarebbe da considerare anche gli effetti indiretti, dati ad esempio dal fatto che il nostro maggior partner commerciale, la Germania, ha anch'esso un forte surplus commerciale verso gli Stati Uniti. Tuttavia il punto rimane, perché non approfittare di questa immensa area di scambio per assorbire un calo delle esportazioni verso altre aree del mondo, nemmeno quando si rivela relativamente modesto? Dopotutto, il senso originario della globalizzazione europea era proprio quello di avere a portata di mano un mercato più ampio a cui vendere i nostri prodotti. Pur rimanendo quella auspicabile, questa strada è resa molto più difficile da percorrere a causa un fattore limitante, e cioè la rigidità a cui l'euro sottopone il nostro sistema monetario. È il prezzo di aver rinunciato all'effetto stabilizzate della flessibilità dei cambi delle valute nazionali, che sarebbero state uno strumento essenziale in questo caso. Proprio l'imponente svalutazione dell'euro sul dollaro (il 30% dopo la crisi del 2008) ci ha consentito di ottenere quell'enorme surplus commerciale che ora Trump mette in discussione. 


Per lo stesso motivo ci è precluso il mercato interno (quello italiano). Infatti, come abbiamo già sperimentato nella crisi del 2011, non sarebbe una buona idea, in un'area di mercato con una moneta unica, consentire l'aumento dei consumi interni. Questo perché, in mancanza della flessibilità del cambio, la crescita dei consumi andrebbe ad alimentare soprattutto le importazioni e il debito estero che, come abbiamo visto (qui) è la causa principale dell'instabilità finanziaria di un paese.

La conclusione amara è che anche quando un mercato europeo sarebbe utile non riusciamo a farlo funzionare a causa dell'euro, che è poi lo stesso motivo per cui il mercato italiano è stato distrutto dalla più lunga crisi economica della storia del paese. Questo dovrebbe dirla lunga sulla disfunzionalità del progetto d'integrazione propinatoci dalla UE.

In questo grafico ho inserito, in blu, l'andamento storico del PIL procapite italiano in euro, a prezzi costanti, dal 1980 fino al 2008 e, in rosso, una retta con una crescita costante del 2%, pari alla crescita media del PIL avvenuta nel periodo precedente, fino alla crisi (1980-2007). La differenza tra i valori 2024, € 44.509 contro 32.803 (che, dopo 17 anni, è un valore in linea con quello del 2007 di € 32.705) risulta di € 11.706. Quindi, senza la crisi causata dal salvataggio dell'euro, oggi guadagneremmo il 36% in più a testa. Ovviamente, nessuno può assicurare sarebbe andata proprio così ma è difficile pensare che sarebbe andata peggio.








lunedì 30 giugno 2025

Come un debito privato diventa un guaio pubblico

"La crisi dell'eurozona non è stata, in fondo, una crisi di debito pubblico. La causa principale sono stati gli ingenti flussi di capitali intra-eurozona emersi prima della crisi"

Francesco Giavazzi, Richard Baldwin - The Eurozone crisis: A consensus view of the causes and few possible solutions (qui)

"il rischio per la stabilità non proveniva dall'eccesso del debito pubblico, bensì dall'eccesso del debito privato reso possibile da una espansione insostenibile del credito bancario"

Paul De Grauwe - Economia dell'unione monetaria (dodicesima edizione, cap.10 par.3.5)


I paesi che falliscono hanno quasi tutti un parametro economico in comune, che non è l'alto debito pubblico bensì un debito estero netto (vedi articolo precedente, qui) il quale è, in genere, un problema del settore privato. Oggi vedremo come esso si trasformi un guaio pubblico.

In estrema sintesi mostrerò un esempio pratico del ciclo di Frenkel, dall'economista Roberto Frenkel e dal suo articolo pubblicato nel 2009, insieme al suo coautore Martin Rapetti, sul Cambridge Journal of Economics. Se lo troverete interessante potrete leggere una spiegazione più dettagliata di questo fenomeno su "Il tramonto dell'euro" di Alberto Bagnai (testo caldamente raccomandato).

Quando un governo con una moneta debole fissa un cambio con una più forte acquista credibilità. Da quel momento gli investitori esteri iniziano a far affluire verso il paese soggetto all'aggancio valutario un ingente ammontare di capitali che provocano un deciso aumento del debito estero (sono quelli che Draghi chiamò gigantic transfers, qui). Questo perché sono sollevati dal rischio di cambio e attirati da tassi d'interesse nominali più bassi (grazie appunto alla credibilità) ma comunque più alti di quelli che riceverebbero a casa loro, perché nelle economie meno avanzate, direbbero gli esperti, l'utilità marginale del capitale è più alta. In parole povere gli investimenti rendono di più. Vediamo la conferma di ciò nel grafico qui sotto che mostra il peggioramento della posizione passiva verso l'estero, prima della crisi del 2008, dei cosiddetti PIIGS, cioè dei paesi più deboli che entrarono a far parte nell'area euro.


Salvo rare eccezioni (ad esempio il Portogallo), nella prima fase, l'aggancio valutario fa diminuire il rapporto debito pubblico PIL perché i titoli pubblici beneficiano di tassi d'interesse più bassi e di una certa crescita dei redditi, cioè del PIL, trainata dal debito. Nel settore privato, dove i capitali affluiscono in abbondanza, il debito esplode. Nel magico mondo degli economisti mainstream questi soldi dovrebbero allocarsi in maniera efficiente verso i migliori investimenti offerti dal mercato, che sono quelli che hanno più probabilità di successo. Nella realtà, come insegnava Keynes, vanno semplicemente dove rendono di più in quel momento; spesso a sostegno della spesa corrente. Chi coglie l'occasione di farsi il mutuo per la casa, chi si compra la macchina nuova, chi cambia gli elettrodomestici...Le aziende investono, cioè si indebitano, per stare dietro alla domanda di beni che cresce, anche quella a debito. Come si vede dal grafico qui sotto, in questa fase, il debito pubblico cala e quello privato (estero) cresce.



Ovviamente, presto o tardi, a causa di un evento interno o esterno al paese, il mercato inizia ad allarmarsi osservando la bolla che si gonfia e a preoccuparsi della sua imminente esplosione. Capita quindi che i tassi d'interesse richiesti dai creditori esteri aumentino, che avvenga un improvviso blocco dei finanziamenti (sudden stop) e infine il ritiro dei capitali investiti (reversal). Come evidenzia il grafico qui sotto, il debito privato diminuisce per l'effetto combinato del blocco e ritiro degli investimenti, dei rimborsi e dei fallimenti.
 

La bolla è scoppiata. Il governo può fronteggiare la crisi salvando qualche banca, o delle importanti società dal fallimento, e in generale sostenendo la domanda interna con politiche anticicliche. Tuttavia la fuga dei capitali esteri coinvolge anche i titoli pubblici, i cui tassi d'interesse aumentano vertiginosamente provocando l'innalzamento del debito pubblico (vedi grafico sopra) ma, cosa di gran lunga più importante, incomincia una corsa sempre più disperata alla valuta estera (scarsa) per pagare i debiti e finanziare le importazioni. 

Se la dinamica complessiva dei flussi finanziari del paese è negativa, cioè escono più capitali di quanti ne entrano, e finanziarie il passivo a debito è sempre più costoso a causa dei tassi d'interesse crescenti (ciò perché gli investitori esteri si fidano sempre meno e vogliono un premio sempre maggiore per il rischio), il governo, prima o poi, è costretto intervenire. 

La prima cosa che può fare è abbandonare il cambio fisso, lasciando svalutare la propria moneta per rendere più competitivi i beni esportati. Questo dovrebbe ripristinare i flussi in entrata di capitali esteri persi a causa della crisi che, a loro volta, servono a finanziare le importazioni. Ma se non dovesse bastare, il governo può scegliere di fallire cioè di non rimborsare una certa quantità di titoli di stato, o di farlo solo parzialmente. Così comprometterà, temporaneamente, la fiducia degli investitori ma, almeno per la parte relativa ai titoli pubblici, libererà l'economia da una parte del fardello causato dagli interessi passivi che vanno a remunerare i creditori esteri uscendo dal paese. Lo scopo è, ancora una volta, quello di migliorare la dinamica dei flussi finanziari diminuendo quelli della valuta estera in uscita, rallentando, o bloccando, una svalutazione monetaria eccessiva per quegli operatori privati indebitati tramite contratti che prevedono il rimborso dei prestiti, e il pagamento degli interessi in valuta straniera. Chi vuole approfondire questo meccanismo troverà soddisfazione nella seguente lettura: Sovereign Risk, Currency Risk, and Corporate Balance Sheets di Wenxin Du e Jesse Schreger (qui).

Nella zona euro, dove per svalutare occorrerebbe prima emettere una nuova moneta, la crisi di liquidità è stata risolta dalla Banca Centrale Europea che ha concesso alle banche centrali nazionali i fondi necessari a comprare il proprio debito pubblico sul mercato secondario (su quello primario la BCE non può intervenire). Diventando esse, di fatto, acquirenti di ultima istanza dei titoli pubblici hanno indotto la diminuzione dei tassi d'interesse (e degli spread). Grecia a parte, nessun altro paese in difficoltà è fallito. Al contrario dei sistemi dove la banca centrale del paese a moneta debole è costretta ad accumulare moneta estera (valuta pregiata) per mantenere la promessa del cambio fisso, nel nostro le banche centrali non hanno bisogno di avere riserve valutarie in euro per finanziare le proprie operazioni. Il meccanismo denominato Target2 prevede una sorta di camera di compensazione di tutte le transazioni fra i paesi dell'area euro, in cui la BCE matura posizioni a debito, o a credito, verso ogni singola banca centrale nazionale, senza che questi saldi siano soggetti a regolamento periodico. Rimangono lì. I debitori non li devono pagare e i creditori non li ricevono.

Putroppo però, fallimento o meno, quando la svalutazione non è sufficiente a rimettere in pari il flusso monetario, da e verso il resto del mondo (o non è più praticabile) queste situazioni sono accompagnate da aggiustamenti macroeconomici molto dolorosi che causano disoccupazione e impoverimento, soprattutto alle fasce più deboli della popolazione. Il tutto è reso politicamente accettabile da una retorica ipocrita, e paternalista, che individua l'origine del problema negli sprechi del settore pubblico (quando invece sarebbe da cercare nella menzogna del cambio fisso insostenibile, o nella moneta unica) con cui il governo impone i "sacrifici necessari" come i tagli di spesa e gli aumenti delle tasse alle solite categorie di contribuenti ignari delle vere ragioni del disastro.

In conclusione di queste due puntate conviene fare un breve riepilogo di quello che abbiamo visto. Come prima cosa, non è vero che un alto debito pubblico in sé aumenti la probabilità di fallimento. Di solito è la forte dipendenza di un'economia dai capitali esteri a provocare il default. Infine, abbiamo imparato che i semi da cui germogliano più facilmente le crisi finanziarie, e l'insolvenza, sono gli accordi di cambio fisso e le unioni monetarie come l'euro.


lunedì 23 giugno 2025

Avere un alto debito pubblico non significa automaticamente rischiare di più il fallimento


 "Debt-output ratios, are of little value per se for assessing the probability of default"

Fonte : "Rules of Thumb" for Sovereing Debt Crises - Paolo Manasse e Nouriel Roubini (2005) (qui)

Il fatto che il rischio di fallimento di un paese aumenti con il crescere del debito pubblico, cioè del rapporto debito pubblico PIL, è un'idea molto in voga nell'informazione di massa ma che, alla prova dei fatti, si dimostra inaffidabile.

Per dimostrarlo, prendiamo l'elenco degli episodi di fallimento a partire dal 1999 pubblicato da Standard & Poor's: Default, Transition, and Recovery 2024 (qui). Io ho usato l'edizione 2023 che però non è più on line. A fianco di ogni singolo default aggiungiamo una colonna con il rapporto debito pubblico PIL relativo all'ultimo dato annuale disponibile prima dell'evento. I valori sono quelli scaricabili dal WEO (qui). Il risultato è quello della tabella sottostante, dove troviamo paesi con un debito pubblico molto elevato, sopra il 100% del PIL, ma anche altri che stanno nell'intervallo tra il 60% e il 99% e altri ancora che rientrano addirittura nella soglia del 60% (quella prevista dal trattato Maastricht). 

Se fosse vero quello che ci raccontano i media, e anche alcuni economisti, cioè che la probabilità di default incrementa all'aumentare del parametro debito PIL, dovremmo riscontrare un numero maggiore di episodi di fallimento tra i paesi con un elevato valore di questo rapporto. Questa tesi non è suffragata dai dati, infatti il grafico sottostante non indica affatto questa tendenza. Il 31% del nostro campione ha un rapporto debito PIL inferiore al 60%, il 40% è compreso tra il 60 e il 99% e solo il 29% ha un valore maggiore del 100%.

Risulta pertanto confermata la citazione riportata al principio di questo post, tratta da un noto articolo scientifico in materia di fallimenti: "I rapporti debito prodotto hanno di per sé poco valore nel calcolo della stima della probabilità di fallimento".

Ora proviamo ad aggiungere al nostro campione un'altra colonna, con il valore del debito/credito estero netto in rapporto al PIL. Mi riferisco, ovviamente, alla posizione netta con l'estero (PNE) che in inglese viene chiamata Net International Investment Position (NIIP). La fonte è, come di consueto, la base dati External Wealth of the Nations di Milesi Ferretti scaricabile in rete (qui). Purtroppo dovremo fare a meno dei valori corrispondenti ad alcune posizioni che sono dentro al nostro elenco ma di cui mancano i dati relativi alla NIIP.

Notiamo una cosa interessante, mentre il rapporto debito PIL varia enormemente da caso a caso, quasi tutti i casi fallimento dell'elenco (82%) sono associati a posizioni di debito estero netto (NIIP negativa). Se poi eliminassimo dal campione la Russia del 2022, dichiarata fallita solo per una disputa politica provocata dalla guerra in Ucraina, e alcuni default argentini causati da mancati accordi sul rimborso di somme relativamente risibili, raggiungeremmo la quasi totalità dei casi.

Cosa abbiamo imparato? A fallire sono generalmente i paesi con una posizione debitoria netta con l'estero che non sono per forza quelli con un alto rapporto debito pubblico PIL. 

Se ciò che abbiamo appreso corrisponde al vero, allora è importante sottolineare il fatto che il debito estero netto, al contrario di quello pubblico, è il risultato di attività e passività che, di solito, si originano prevalentemente nel settore privato. Questa scoperta ci apre una finestra sul mondo reale, quello in cui non è detto che l'instabilità finanziaria di un paese sia causata dalle pazze spese di governi alla ricerca di consenso politico, come vorrebbe farci credere certa propaganda. Spesso e volentieri infatti è il settore privato che, dopo aver messo al sicuro i profitti maturati durante il percorso che porta alla crisi, ottiene dalla politica la socializzazione delle perdite accumulate al momento della tempesta. Ma com'è possibile che una crisi nata da un debito privato metta a repentaglio la solvibilità del settore pubblico? Questo lo scopriremo qui.

lunedì 2 giugno 2025

Trump, i dazi e l'elefante nella stanza

Sulla base dei concetti di debito estero e PIL, già brevemente illustrati (qui) e (qui) vorrei tentare qualche ulteriore riflessione su: USA, Cina e UE. Il periodo selezionato è quello che va dal 2008 al 2022. Ho scelto come termine della serie storica quell'anno semplicemente perché è l'ultimo presente nella base dati da me utilizzata per i valori relativi alla posizione netta con l'estero (PNE o, in inglese, NIIP). Ho usato come valore i dollari nominali allo scopo di facilitare il confronto internazionale.

Vediamo cosa dice il grafico sottostante, e la tabella corrispondente (che vi propongo per comodità). Negli Stati Uniti, durante il periodo 2008-2022 il PIL è cresciuto (valori nominali in miliardi di dollari), infatti il punto 2022 della linea azzurra si trova più in alto rispetto a quello 2008. Nello stesso tempo è peggiorata anche la posizione netta sull'estero, o debito estero netto (sempre in dollari nominali), infatti il punto 2022 si trova, tra i valori negativi, più a sinistra di quello 2008. Spero così di aver chiarito come funziona il grafico. Proseguiamo con la Cina (linea rossa) che dal 2008 al 2022 ha avuto una crescita esplosiva e, nello stesso tempo, ha visto aumentare il suo credito estero, a valori nominali. La UE, linea verde, ha sperimentato invece una crescita complessiva più debole ed è passata da una posizione di debito a una di credito estero netto.

Che cosa c'è d'interessante in tutto questo? Partiamo dagli USA. Si nota molto bene come la crescita del PIL sia correlata ad un debito estero in aumento. In questo modo gli americani riescono a finanziare i beni d'importazione, in eccesso rispetto a quelli esportati. Il motore di questo squilibrio è l'elevato livello di spesa (privata e pubblica).

La Cina, al contrario degli USA, ha uno squilibrio in senso opposto. La sua crescita trae impulso dalle esportazioni. C'è però un dettaglio abbastanza importante. Nel paese asiatico, diventato la fabbrica del mondo grazie alla sua manodopera a basso costo, da anni cresce la domanda interna. Questo è dovuto all'aumento dei redditi procapite. Più redditi uguale più importazioni e, se osservate bene la tabella del grafico precedente, noterete il dimezzamento del credito estero in percentuale al PIL, passato dal 30% al 14%. Significa che stanno progressivamente aprendo al mondo il proprio mercato. 

Per la UE, che è un'area economica e non un unico paese, è necessario impostare il discorso su due piani. Complessivamente siamo passati da una posizione di debito a una di credito estero limitando la crescita e, come potete vedere dal grafico successivo, svalutando l'euro sul dollaro quasi del 30%.

Da tempo i governi USA si lamentano di quello che, a loro dire, è una vera e propria manipolazione del cambio da parte alcuni di paesi. Questo è un problema che non riguarda solo la zona euro. Tuttavia bisogna ammettere che la nostra situazione è piuttosto particolare, infatti la moneta unica si è svalutata nei confronti del dollaro in un momento in cui era sempre più richiesta negli USA, a causa del nostro perenne surplus commerciale verso di loro. Quest'operazione ha consentito un minimo di respiro a quei paesi che, per rimanere nell'euro, hanno eseguito delle politiche di svalutazione interna e cioè hanno riequilibrato il saldo estero negativo tagliando i redditi interni per importare di meno.

Veniamo al secondo grafico che considera le quattro maggiori economie UE che, benché nel complesso abbia una posizione attiva verso l'estero, presenta una situazione eterogenea a livello nazionale. Osservate infatti come Italia e Spagna siano rientrate, o stiano rientrando, dal debito estero netto. La Spagna del 2022 era quasi a metà di una lunga strada mentre in Italia l'operazione era già perfettamente riuscita. La Francia invece, a causa delle mancate politiche d'austerità, ha avuto il percorso inverso e oggi ha un alto debito estero netto. Proseguendo su questa china, senza ulteriori politiche di taglio della spesa (sia privata che pubblica) che corregga il saldo estero, l'euro diverrà sempre più insostenibile per i cugini transalpini.

All'opposto della Francia, in Germania la posizione netta con l'estero ha continuato a migliorare. Nel 2022 sfiorava i 3 mila miliardi di dollari (un valore superiore anche a quello cinese) e in rapporto al PIL è passata dal 17% al 70%. Uno squilibrio da record che si è prodotto anche in conseguenza della svalutazione dell'euro che ha avuto un effetto più rilevante sull'economia tedesca, non avendo essa bisogno di un'ulteriore svalutazione per essere competitiva. 

Una politica alternativa alla svalutazione dell'euro sarebbe stata possibile se il governo tedesco avesse trainato la crescita delle zone periferiche del continente sostenendo la propria domanda interna, importando di più. Questo era proprio quello che auspicava l'ex presidente Monti nel 2011. In questa celebre intervista alla CNN esprimeva soddisfazione per aver recuperato competitività sui mercati internazionali, distruggendo la nostra domanda interna tramite il consolidamento fiscale, ma avvertiva che questa situazione sarebbe stata insostenibile senza l'impulso alla crescita fornito dalle esportazioni. 

(qui)

Oggi sappiamo che, a causa della sua impostazione mercantilista quell'apporto positivo alle esportazioni dei paesi in crisi non arrivò dalla Germania, ma dagli USA previa svalutazione dell'euro sul dollaro che, per chi vuole intendere, era proprio quello che raccontava Mario Draghi a Helsinki nel 2014 quando disse: "Non è che i paesi abbiano perso totalmente la flessibilità del cambio entrando nell'unione monetaria perché ad essi rimane la flessibilità del cambio dell'euro" (sul dollaro ovviamente. Qui). Quindi, in pratica, il salvataggio dell'euro ha determinato, tra le varie conseguenze, anche l'esportazione dei nostri squilibri interni verso gli USA e il resto del mondo. Squilibri interni maturati perseguendo intenzionalmente una strategia volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e combinando ciò con una politica fiscale prociclica, con l'effetto di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale (vedi discorso di Mario Draghi a La Hulpe l'anno scorso. Qui).

Quindi, forse, non dovrebbe sembrarci tanto strano che questo atteggiamento da scaricabarile abbia sollevato alcuni dissapori fra noi e Washington. Ad esempio, a molti non sarà sfuggita questa recente dichiarazione del presidente Trump che accusa Bruxelles di essere più cattiva di Pechino. Cosa penso io di quest'affermazione credo sia implicito in questo post, ma vorrei concludere con un'osservazione di metodo più che di merito. 


Una discussione costruttiva su questo argomento dovrebbe partire dalla presa di coscienza del fatto che la globalizzazione del commercio, e della movimentazione dei capitali, ha causato degli importanti squilibri a livello mondiale. Si può considerare la questione come meritevole d'attenzione oppure metterla da parte in attesa che si risolva, o esploda, da sola. Il governo del paese leader del globo, che è anche la nazione più indebitata, ha deciso di prendere in considerazione alcuni strumenti di riequilibrio. Ovviamente può non piacere come viene trattata tutta la vicenda dal suo presidente, rimane tuttavia un elementare fatto aritmetico: se un paese vuole correggere il suo saldo debitorio verso l'estero questa decisione coinvolgerà per forza di cose qualcun altro. Il mondo è un'economia chiusa e non abbiamo partite contabili terrestri compensabili con altri pianeti del sistema solare, o della galassia. In economia, come in ecologia, "There is no planet B". 

Trump può mettere i dazi e questo avrà ripercussioni negative verso altri paesi; può distruggere la domanda interna americana come ha fatto l'ex presidente Monti da noi e questo danneggerebbe le esportazioni di alcuni paesi verso gli USA; può svalutare il dollaro verso le altre valute, o una in particolare, e questo andrebbe a scapito dei produttori di altri paesi. Piaccia o non piaccia il suo presidente, niente di quello che può fare l'America per occuparsi del suo debito può avere un impatto esterno nullo verso l'esterno.

Rimane quindi da discutere come reagire alla necessità di un cliente, un debitore, di ridurre la sua esposizione verso di noi. Perché dovrebbe essere ormai chiaro che un creditore non può far finta che i guai del debitore non lo riguardino. Pertanto il problema è quello di reindirizzare le nostre vendite verso qualcun altro per evitare di perdere fatturato (cioè PIL). Abbiamo visto che la UE è complessivamente un'area in surplus che da anni convive con una bassa crescita, l'esatto contrario degli USA. Sostenere la domanda interna al nostro mercato sarebbe di certo una soluzione gradita anche ai nostri partner internazionali. Peccato che coordinarci per governare l'espansione nostre economie e tenere, nel contempo, a bada i nostri squilibri interni sia un'impresa resa molto più complicata dalla moneta unica. Lo abbiamo visto dopo la crisi del 2008, quando fu necessario il riaggiustamento degli squilibri causati dall'euro durante la precedente fase di crescita (vedi sempre Draghi 2014, citato prima).

Ecco che l'euro risulta essere, ancora una volta, un enorme convitato di pietra. Guai a nominarlo. Esattamente come si fa un gran parlare del surplus cinese senza badare a quello tedesco, più grande, che in tutta questa faccenda è il vero elefante nella stanza, e lo abbiamo proprio qui a casa nostra. 

Se siete interessanti a questo argomento troverete un'analisi più lunga, accurata e professionale della mia su Goofynomics (qui e qui)