lunedì 6 aprile 2026

Nel lungo periodo saremo tutti morti

"Monetarism is a little like snake oil, widely touted as a cure for all afflictions that may affect man or beast, but of dubious efficacy"

"Il monetarismo è un po' come l'olio di serpente, ampiamente reclamizzato come cura per ogni malanno che possa affliggere l'uomo o la bestia, ma di dubbia efficacia"

Charles Kindleberger - Marshall Plan Days


L'aumento dei prezzi, cioè l'inflazione, dipende da quanta moneta viene "stampata"?Probabilmente, molti di voi darebbero una risposta affermativa a questa domanda, in accordo (più o meno consapevolmente), con quanto afferma la teoria quantitativa della moneta. Come vedremo di seguito però, tale conclusione, oltre che precipitosa, è tutt'altro che scevra da influenze politiche e ideologiche.

L'economista Irving Fisher, che visse a cavallo tra i secoli XIX e XX, elaborò una formula, definita equazione degli scambi, in cui si afferma che: se vendi 5 mele al prezzo di 2 l'una (parte destra della formula) chi le compra dovrà avere 10 banconote (parte sinistra della formula). Entrambi i lati hanno lo stesso valore: 2 * 5 = 10.

In realtà, la formula aggiunge qualcosa in più e cioè che, in fondo, non è proprio necessario che la "massa monetaria" di un'economia sia uguale al valore della produzione, infatti la stessa moneta potrebbe essere posseduta più volte. Quindi, basteranno anche solo 5 banconote che passano 2 volte dalla stessa mano (ad esempio due stipendi) per comprare 5 mele al prezzo di 2.


Questo semplice concetto viene formalizzato matematicamente con quest'identità:

M * V = P * Q

dove "M" sono tutti i soldi presenti in un'economia (la massa monetaria), "V" è il numero di volte che quei soldi passano di mano, "P" sono i prezzi e "Q" la quantità prodotta e venduta. 

La stessa equazione può essere presentata anche in modo diverso. "Q" può essere scritto come "Y", che invece di rappresentare la quantità prodotta diventa il valore dei beni venduti ai prezzi dell'anno base di riferimento. Così facendo "P" non sarà più il prezzo ma l'indice dei prezzi; e sarà uguale a 1, il primo anno, e magari a 1,1 il secondo anno (se avremo avuto un'inflazione, cioè una variazione dei prezzi, pari al 10%). Quindi, troverete scritta quella formula anche così:

M * V = P * Y

Infine, potrei dividere per "V" sia la parte sinistra che quella destra della formula. Il risultato sarà:

M = Y/V * P. 

Questa si chiama equazione di Cambridge, che però si scrive nel modo seguente: 

n = k * p

perché "n" in inglese significa notes (banconote). "Y / V" invece è espresso come un unico fattore, detto "k". Chi lo desidera troverà la spiegazione e il funzionamento di questa formula in Tract on Monetary Reform (J. M. Keynes, 1923) recentemente tradotto in italiano con il titolo "La riforma monetaria", edito da Mondadori.

Tornando alla nostra analisi è bene sapere che, in qualunque modo voi la scriviate, l'equazione degli scambi non dice nulla sulle cause, e sugli effetti, che muovono le variabili in essa contenute. Ad esempio, la variazione di "P" potrebbe essere provocata da quella di "M" o viceversa. Entrambe le ipotesi sono teoricamente accettabili e non inficiano la validità della formula.

Tuttavia, la scuola di pensiero monetarista propende per la seguente interpretazione: che le variazioni di "M" siano sempre l'unica causa di quelle di "P". Afferma pertanto che l'inflazione, cioè l'aumento di "P", sia la semplice conseguenza dell'incremento della massa monetaria "M". Le altre variabili dell'equazione, "V" e "Q", sono considerate valori stabili, in virtù del fatto che le abitudini delle persone cambiano solo lentamente nel tempo.

Tanto per capirci, nel nostro esempio, se le banconote aumentassero da 5 a 10 (10 * 2 = 20) l'incremento si scaricherebbe solo su"P",  che passerebbe da 2 a 4 (4 * 5 = 20) lasciando"V" e "Q" invariate.

Per questo motivo gli economisti della scuola monetarista, che già a suo tempo Keynes chiamava "Old-fashioned advocates sound money" (perché, ironia della sorte, le idee che possono apparire di moda oggi erano già considerate vetuste un centinaio di anni fa) prediligono politiche monetarie che limitano la crescita del denaro disponibile, al fine di mantenere stabili i prezzi. La fede che ripongono nei loro argomenti si basa su due condizioni, che si devono verificare entrambe:

1. che l'inflazione sia un semplice fenomeno monetario, che dipende appunto dalla quantità di moneta in circolazione ("V" e "Q" sono stabili)

2. che la quantità di moneta di un'economia sia sotto il completo controllo dell'autorità monetaria (la banca centrale).

Le suddette ipotesi però possono essere oggetto di ampio dibattito. Intanto perché la banca centrale non controlla la quantità di moneta in circolazione ma il suo prezzo, rappresentato dal tasso d'interesse (il costo del denaro). Sono le banche commerciali a immettere autonomamente moneta nel sistema, tramite i prestiti, il cui ammontare è sì influenzato dalla politica dell'autorità monetaria ma è determinato dalle condizioni economiche. Poi perché l'aumento dei prezzi può avvenire anche a causa di processi che nulla hanno a che vedere con la massa monetaria in circolazione. Pensate ad esempio agli shock petroliferi, essi non dipendono da quanta moneta si "stampa" ma dell'instabilità politica di alcune zone del mondo. 

Inoltre, ci si può riferire alla produzione "Q" come una costante solo se si crede i fattori produttivi siano sempre pienamente utilizzati (legge di Say). Tuttavia, soprattutto nei periodi di alta disoccupazione, diventa difficile affermare che un maggior numero di lavoratori occupati non possa generare un aumento di produzione e vendite. Purtroppo però, per gli economisti ortodossi anche la disoccupazione, almeno quella involontaria, non viene considerata come una variabile influente (anzi, per loro non esiste affatto). 

Nell'approccio della scuola monetarista il denaro ha valore esclusivamente in relazione alla sua scarsità e non per la sua diffusione come mezzo di scambio. Questo anche perché negli ambienti in cui si originarono le loro idee, la questione di vedere il valore dei propri capitali erosi dall'inflazione era di certo più sentita rispetto a quella di poter sbarcare il lunario. Più che di scienza, si tratta di una narrativa volta alla (legittima) difesa politica del proprio interesse di classe, quello dei capitalisti. In un periodo abbastanza lungo può darsi che un'economia dove si "stampa" maggior denaro abbia più inflazione di una in cui "M" viene mantenuto più stabile. Tuttavia, nel breve periodo altri fattori, egualmente importanti, possono incidere sui prezzi e sulla produzione. Nei numerosi brevi periodi che portano al lungo periodo possono capitare tante cose alla vita della gente, non tutte positive, che i monetaristi non considerano perché, semplicemente, non gli interessa.

Se sei talmente ricco da poter sopportare abbastanza a lungo i rovesci del ciclo economico, la tua sensibilità sarà tutta verso la conservazione del valore del tuo patrimonio, e non accetterai ben volentieri di vederlo inflazionato solo per dare ossigeno a chi avrebbe invece urgente bisogno di una rapida iniezione di capitali nell'economia, che aumenti la produzione, per poter trovare lavoro e campare dignitosamente.

Nel testo già citato in precedenza, il Keynes esprime magistralmente questo delicato concetto con le seguenti parole:

"Ma questo lungo periodo è una guida ingannatrice negli affari correnti. Nel lungo periodo saremo tutto morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile, se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l'uragano sarà lontano l'oceano tornerà tranquillo".

In conclusione, la solita avvertenza: questo post non vuole essere una disamina completa di una diatriba, lunga secoli, sulla corretta quantità di moneta che debba essere immessa in un'economia, ma spero sia utile a farsi un'idea delle rilevanti implicazioni politiche che condizionano quest'annosa questione.

lunedì 2 febbraio 2026

Mercosur e India: gli accordi che non ci salveranno

È di pochi giorni fa la notizia che, dopo il trattato con il Mercosur, la UE ha raggiunto un altro accordo commerciale con l'India. Sappiamo, da fonti ufficiali, che il primo trattato, temporaneamente bloccato dal parlamento europeo, rappresenterebbe un frazione insignificante della nostra economia (zero virgola percento, vedi immagine qui sotto). Nulla saprei dire del secondo.


Tuttavia, lo scopo di questo post non è di entrare nel merito dei singoli accordi ma è quello di analizzare una tesi, espressa dall'On. Alberto Bagnai, che si può riassumere come segue: andiamo alla ricerca di mercati di sbocco esteri perché non siamo riusciti a fare della UE un mercato di sbocco (qui dal minuto 5:45).


Come prima cosa vorrei precisare, per chi è meno avvezzo a simili argomenti, che lo scopo di un accordo di commercio internazionale è quello di aumentare il flusso di scambio fra le nazioni aderenti (importazioni ed esportazioni).

Per misurare il grado di apertura al commercio internazionale di un mercato si utilizza un indice che si calcola come rapporto fra: la somma di importazioni (M) ed esportazioni (X) a numeratore e il PIL a denominatore.

Grado di apertura di un mercato = (M+X) / PIL

Prendendo a riferimento i valori 2024 (scaricati dal database World Economic Indicators) si osserva come la UE abbia già un livello di apertura al commercio internazionale molto elevato, sia rispetto alla media mondiale, che è del 57%, sia rispetto ad altri grandi partner internazionali.


Come sempre, all'interno della UE la situazione è più variegata con: Italia, Francia e Spagna che hanno indici d'apertura relativamente minori (ma comunque elevati) e paesi come: Malta, Irlanda e Lussemburgo che hanno valori tra i più alti al mondo.


Già questo dovrebbe farci intuire che, tutto sommato, non ci sarebbe tanta necessità di aprire ulteriormente il nostro mercato. 

Oltretutto, la UE possiede anche una bilancia commerciale in persistente attivo. Ciò significa che presenta costantemente flussi d'esportazione più alti di quelli d'importazione. Pertanto, considerando che già vendiamo al resto del mondo più di quanto acquistiamo, non parrebbe esserci nemmeno la necessità di aumentare le nostre esportazioni.


Si osservi infine che, negli anni che vanno dal 2002 al 2024, i flussi commerciali interni (che sono le importazioni e le esportazioni intra UE, cioè tra paesi UE) sono cresciuti molto meno rispetto alle importazioni ed esportazioni con il resto del mondo (extra UE). Come potete vedere dal grafico successivo la crescita del mercato UE, nel periodo indicato, risulta essere di soli 4 punti percentuali (dal 18% al 22% del PIL) contro i 10 punti percentuali (dal 18% fino al 28% del PIL) di quella extra UE. Questo significa che commerciamo sempre di più con partner che si trovano al di fuori del mercato unico europeo. 


Alla luce di questi dati verrebbe da chiedersi per quale ragione dovremmo alimentare ulteriormente uno squilibrio già grande, con nuovi accordi di commercio internazionale, invece di puntare a una maggiore crescita del mercato interno. D'altronde, lo scopo di avere un mercato comune europeo sarebbe proprio quello ad assorbire internamente, senza doverci rivolgere all'esterno, un maggior volume commerciale, grazie alla numerosa e ricca popolazione europea. Per quale motivo, ad un certo punto, le cose sono andate diversamente? La risposta è piuttosto semplice e la si può intuire anche dall'andamento delle esportazioni extra UE del grafico precedente. 

Il meccanismo della moneta unica che aveva finanziato le importazioni dei paesi debitori, permettendo ai paesi esportatori di vendere, e di accumulare tanti (troppi) crediti esteri, è saltato con la crisi dell'eurozona. I dettagli di questa storia ci furono raccontati con estrema chiarezza sia dall'allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che dal suo vice Vitor Constancio. Se non la conoscete, vi suggerisco di leggere i miei precedenti contenuti in merito (qui e qui).

Dal momento in cui i paesi debitori sono stati obbligati, da quelli creditori, a distruggere la propria domanda interna per provare a rientrare dal debito estero, i paesi esportatori (Germania in testa) hanno dovuto sostituire gli acquirenti interni alla UE con quelli esterni ad essa. Infatti, l'esplosione delle esportazioni extra UE avviene a partire dal 2011, proprio in concomitanza con la crisi dell'eurozona.

Sempre Mario Draghi, nel discorso a La Hulpe di aprile 2024, ci ha spiegato come tutto questo è avvenuto, e cioè con economie che, per essere competitive, devono ridurre il più possibile la crescita degli stipendi, fino a mettere addirittura a rischio il nostro stile di vita, il nostro welfare e perfino la coesione sociale.

"We pursued a deliberate strategy of trying to lower wage costs relative to each other – and combined this together with a procyclical fiscal policy - the net effect was only to weaken our own domestic demand and undermine our social model". 

Che, in italiano, si traduce: 

"Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali reciprocamente, combinandola con una politica fiscale prociclica: l'effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale".

Oggi non è possibile alimentare ulteriormente il nostro mercato interno, cioè la domanda di beni e servizi interni, anche perché questo causerebbe, di nuovo, la spirale debiti/crediti fra le economie UE che fu all'origine della crisi dell'eurozona (mai risolta) e provocata dalla moneta unica. La volontà di aprire nuovi mercati di sbocco si può interpretare come un tentativo, da parte della Commissione europea, di controbilanciare l'eventuale progressiva chiusura di altri mercati, come ad esempio quello degli Stati Uniti, e, nel contempo, permettere, tramite le importazioni, l'accesso a beni di consumo a basso costo a quelle fasce della popolazione i cui stipendi diventano sempre più miseri.

In conclusione, ciò che sostiene l'On. Bagnai appare ragionevole e coerente con l'analisi che vi ho presentato in questo breve post. L'ostinazione a voler mantenere a tutti i costi l'euro ha comportato la crisi dei paesi debitori dell'eurozona e con essa quella dell'intero mercato comune europeo.