È di pochi giorni fa la notizia che, dopo il trattato con il Mercosur, la UE ha raggiunto un altro accordo commerciale con l'India. Sappiamo, da fonti ufficiali, che il primo trattato, temporaneamente bloccato dal parlamento europeo, rappresenterebbe un frazione insignificante della nostra economia (zero virgola percento, vedi immagine qui sotto). Nulla saprei dire del secondo.
Tuttavia, lo scopo di questo post non è di entrare nel merito dei singoli accordi ma è quello di analizzare una tesi, espressa dall'On. Alberto Bagnai, che si può riassumere come segue: andiamo alla ricerca di mercati di sbocco esteri perché non siamo riusciti a fare della UE un mercato di sbocco (qui dal minuto 5:45).
Come prima cosa vorrei precisare, per chi è meno avvezzo a simili argomenti, che lo scopo di un accordo di commercio internazionale è quello di aumentare il flusso di scambio fra le nazioni aderenti (importazioni ed esportazioni).
Per misurare il grado di apertura al commercio internazionale di un mercato si utilizza un indice che si calcola come rapporto fra: la somma di importazioni (M) ed esportazioni (X) a numeratore e il PIL a denominatore.
Grado di apertura di un mercato = (M+X) / PIL
Prendendo a riferimento i valori 2024 (scaricati dal database World Economic Indicators) si osserva come la UE abbia già un livello di apertura al commercio internazionale molto elevato, sia rispetto alla media mondiale, che è del 57%, sia rispetto ad altri grandi partner internazionali.
Come sempre, all'interno della UE la situazione è più variegata con: Italia, Francia e Spagna che hanno indici d'apertura relativamente minori (ma comunque elevati) e paesi come: Malta, Irlanda e Lussemburgo che hanno valori tra i più alti al mondo.
Già questo dovrebbe farci intuire che, tutto sommato, non ci sarebbe tanta necessità di aprire ulteriormente il nostro mercato.
Oltretutto, la UE possiede anche una bilancia commerciale in persistente attivo. Ciò significa che presenta costantemente flussi d'esportazione più alti di quelli d'importazione. Pertanto, considerando che già vendiamo al resto del mondo più di quanto acquistiamo, non parrebbe esserci nemmeno la necessità di aumentare le nostre esportazioni.
Si osservi infine che, negli anni che vanno dal 2002 al 2024, i flussi commerciali interni (che sono le importazioni e le esportazioni intra UE, cioè tra paesi UE) sono cresciuti molto meno rispetto alle importazioni ed esportazioni con il resto del mondo (extra UE). Come potete vedere dal grafico successivo la crescita del mercato UE, nel periodo indicato, risulta essere di soli 4 punti percentuali (dal 18% al 22% del PIL) contro i 10 punti percentuali (dal 18% fino al 28% del PIL) di quella extra UE. Questo significa che commerciamo sempre di più con partner che si trovano al di fuori del mercato unico europeo.
Alla luce di questi dati verrebbe da chiedersi per quale ragione dovremmo alimentare ulteriormente uno squilibrio già grande, con nuovi accordi di commercio internazionale, invece di puntare a una maggiore crescita del mercato interno. D'altronde, lo scopo di avere un mercato comune europeo sarebbe proprio quello ad assorbire internamente, senza doverci rivolgere all'esterno, un maggior volume commerciale, grazie alla numerosa e ricca popolazione europea. Per quale motivo, ad un certo punto, le cose sono andate diversamente? La risposta è piuttosto semplice e la si può intuire anche dall'andamento delle esportazioni extra UE del grafico precedente.
Il meccanismo della moneta unica che aveva finanziato le importazioni dei paesi debitori, permettendo ai paesi esportatori di vendere, e di accumulare tanti (troppi) crediti esteri, è saltato con la crisi dell'eurozona. I dettagli di questa storia ci furono raccontati con estrema chiarezza sia dall'allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che dal suo vice Vitor Constancio. Se non la conoscete, vi suggerisco di leggere i miei precedenti contenuti in merito (qui e qui).
Dal momento in cui i paesi debitori sono stati obbligati, da quelli creditori, a distruggere la propria domanda interna per provare a rientrare dal debito estero, i paesi esportatori (Germania in testa) hanno dovuto sostituire gli acquirenti interni alla UE con quelli esterni ad essa. Infatti, l'esplosione delle esportazioni extra UE avviene a partire dal 2011, proprio in concomitanza con la crisi dell'eurozona.
Sempre Mario Draghi, nel discorso a La Hulpe di aprile 2024, ci ha spiegato come tutto questo è avvenuto, e cioè con economie che, per essere competitive, devono ridurre il più possibile la crescita degli stipendi, fino a mettere addirittura a rischio il nostro stile di vita, il nostro welfare e perfino la coesione sociale.
"We pursued a deliberate strategy of trying to lower wage costs relative to each other – and combined this together with a procyclical fiscal policy - the net effect was only to weaken our own domestic demand and undermine our social model".
Che, in italiano, si traduce:
"Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali reciprocamente, combinandola con una politica fiscale prociclica: l'effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale".
Oggi non è possibile alimentare ulteriormente il nostro mercato interno, cioè la domanda di beni e servizi interni, anche perché questo causerebbe, di nuovo, la spirale debiti/crediti fra le economie UE che fu all'origine della crisi dell'eurozona (mai risolta) e provocata dalla moneta unica. La volontà di aprire nuovi mercati di sbocco si può interpretare come un tentativo, da parte della Commissione europea, di controbilanciare l'eventuale progressiva chiusura di altri mercati, come ad esempio quello degli Stati Uniti, e, nel contempo, permettere, tramite le importazioni, l'accesso a beni di consumo a basso costo a quelle fasce della popolazione i cui stipendi diventano sempre più miseri.
In conclusione, ciò che sostiene l'On. Bagnai appare ragionevole e coerente con l'analisi che vi ho presentato in questo breve post. L'ostinazione a voler mantenere a tutti i costi l'euro ha comportato la crisi dei paesi debitori dell'eurozona e con essa quella dell'intero mercato comune europeo.





