Ma gli europeisti (che sono solo una parte degli europei, ricordatevelo!) si rendono conto, oppure no, di essere un pochino snob e aristocratici? Temo che la risposta sia affermativa. Ne sono anche un po' orgogliosi. Forse perché ambiscono ad appartenere ad un élite che tuttavia è così esclusiva che lascerà fuori dalla porta molti dei suoi adepti, al momento giusto. Non voglio generalizzare, non credo che siano tutti così, ma dai commenti di questi giorni sul risultato del referendum britannico questa mia sensazione esce rafforzata. Sento dire che i vecchi hanno rubato il futuro ai giovani e chi ha votato Brexit viene dipinto come un bifolco razzista. Sarà pure vero che durante la campagna sul referendum i britannici sono stati influenzati dalle argomentazioni discutibili, e per altro tipiche, di qualche politico di destra. Ma non sono forse egualmente discutibili anche le salvifiche virtù europee? E, soprattutto, i voti degli anziani e degli abitanti delle periferie, per le sinistre moderne, non valgono quanto quelli dei cosmopoliti, e ricchi, giovani della city londinese?
Il fatto è che dall'origine del processo d'integrazione prevale tra gli europeisti la mentalità che questo sia un disegno da portare avanti, anche contro la volontà popolare, a qualunque costo. Dal celebre Manifesto di Ventotene "per un'Europa unita e libera" redatto da: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann leggiamo come il rivoluzionario europeo <<attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non da una preventiva inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle informi masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e, intorno ad esso la nuova democrazia>>.
E vabbè direte voi, erano gli anni quaranta del novecento, c'era la guerra, altri tempi. Invece no. Anche in tempi più recenti l'atteggiamento degli europeisti verso chi bloccava, o rallentava, il loro divino progetto non è stato accettato con molto fair play. Basti ricordare, ad esempio, il prepotente ribaltone del referendum greco di appena un anno fa, o l'attuale petizione on-line per ripetere il referendum inglese di pochi giorni fa. Petizione che, tra l'altro, potete firmare anche voi semplicemente dando un codice postale britannico e dichiarando di essere cittadini del Regno Unito. Io l'ho fatto. Perché non dargli una seconda possibilità? Come successe con il referendum Irlandese che rifiutava il trattato europeo di Lisbona nel 2008 ripetuto appena l'anno successivo, ovviamente, con un risultato gradito agli europeisti.
D'altronde è risaputo il fatto che i funzionari europei non abbiano molto a cuore l'opinione dell'elettorato. Come dimenticarsi le simpatiche dichiarazioni dell'ex presidente del consiglio europeo Edward Von Rompuy <<L'intero territorio europeo, a parte la Russia, verrà inglobato nell'Ue. Non so se c'è il sostegno dell'opinione pubblica, ma lo faremo lo stesso>>
Oppure, tra le altre, la celebre frase dell'attuale presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker <<Noi prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere cosa succede. Se non protesta nessuno, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto in cui non si può più tornare indietro>>.
E che dire invece del meraviglioso libro di Mario Monti "Intervista sull'Italia in Europa", curato dal giornalista Federico Rampini nel 1998. Nel testo si possono leggere tante perle riguardo all'atteggiamento democratico del nostro ex Presidente del Consiglio. Ad esempio, il fatto che le paure siano il motore dell'integrazione europea (e in questi giorni di Brexit ce ne siamo accorti una volta di più, grazie al delirio catastrofico europeista di giornali e TV). Ma c'è anche l'impagabile chiarezza sull'intenzione di mantenere le istituzioni europee <<al riparo dal processo elettorale>> (non sto scherzando, leggete qui).
Per finire, ecco un altro esempio di democraticità che ci viene proprio da un federalista europeo, erede di Spinelli, sessantanni dopo Ventotene: Roberto Castaldi, professore dell'Università Roma III. In "La moneta unica e l'unione politica" l'autore scrive che <<L'euro è nato anche per mettere l'Europa a un bivio, o meglio su un piano inclinato verso la statualità europea. Una moneta unica senza un governo dell'economia non può reggere a lungo>>. Niente di nuovo per chi si ricorda l'intervista di Romano Prodi del 2001 al FT (il famoso, <<un giorno ci sarà una crisi...>>).
Avete capito, oppure no, che il vostro dissenso per loro non conta? Ogni cosa si risolve con il "Più Europa!". Crescita? "Ci vuole più Europa!". Lavoro? "Ci vuole più Europa!". Reazioni al Brexit? "Ora ci vuole più Europa!"? Non hanno pane? Che mangino "Più Europa!".
Questo blog è nato per divulgare il mio lavoro di autoinformazione che consiste nel pubblicare: dati, opinioni, e testimonianze sugli argomenti che approfondisco. Lo stile sarà sempre quello che, secondo me, distingue una sana informazione dalla propaganda, e cioè separare i fatti dalle teorie e dai giudizi. Seguitemi anche su Twitter. Wendell Gee @WendellGee1985
lunedì 27 giugno 2016
lunedì 6 giugno 2016
Economisti che avevano previsto il disastro dell'euro: quinto episodio (Frank Hahn)
Con questo post si arricchisce il ciclo sugli economisti che, in tempi non sospetti, avevano previsto le amare conseguenze dell'euro. Per leggere le precedenti quattro puntate cliccate sui seguenti collegamenti: I - II - III - IV.
Lo scopo di queste testimonianze è, come sempre, quello di dimostrare che la crisi in cui ci troviamo, causata dall'euro, non è affatto imprevista, o provocata da eventi eccezionali, ma che gli effetti dell'adozione di una moneta unica erano ben noti agli addetti ai lavori già prima che questo progetto vedesse la luce.
La quinta evidenza che porto alla vostra attenzione per dimostrarvelo è l'intervista che, nel 1992, il giornalista Mario Pirani fece al prestigioso economista britannico dell'università di Cambridge Frank Hahn. L'articolo, intitolato "Con la moneta unica avremo più disoccupati"è ancora oggi disponibile on-line nell'archivio storico del giornale La Repubblica.
Il Prof. Hahn comincia affermando che, in effetti, non si può considerare l'economia come una vera scienza: "Ho sempre creduto che la teoria economica avesse molta strada da fare per arrivare soltanto a metà cammino verso la cosiddetta scientificità". Fino a questo punto nulla di particolarmente eccitante. Anzi, queste modeste parole di un importante uomo di scienza, estrapolate dal loro contesto, daranno sicuramente modo a chi, non provando alcun vero interesse per l'economia, vorrebbe semplicemente evitare di considerare seriamente le teorie degli economisti. In questo senso, poter dire che l'economia non è una scienza è la massima aspirazione per chi pretende di parlare liberamente di questo argomento, senza peraltro volerlo studiare.
Il punto interessante però è che, nonostante l'intervistato ammetta tranquillamente i limiti delle teorie economiche, alla domanda specifica sull'euro risponde così: "Ho tenuto qualche tempo fa una lezione alla Banca d'Italia dove ho spiegato, dal punto di vista teorico, perché l'unione monetaria va contro quasi tutto quello che sappiamo di economia".
Il professore di Cambridge, che aveva già allora le idee chiarissime sull'argomento, prosegue: "C'è una teoria dell'area monetaria ottimale in cui si dice che la mobilità dei fattori della produzione è cruciale per il raggiungimento degli equilibri [...]. Ora, la mobilità del lavoro è abbastanza elevata tra Inghilterra e Scozia, ma non altrettanto in Europa, per differenze culturali, di lingua, di costumi sociali e, quindi, fissare i tassi di cambio non è una buona idea".
La previsione dell'economista di Cambridge è la seguente: "Con l'unione monetaria, invece delle fluttuazioni del cambio si avranno fluttuazioni nel tasso di disoccupazione".
A questo punto, la domanda che mi sento rivolgere spesso è: "perché hanno fatto tutto questo pur sapendo che non avrebbe funzionato?". Non è che io non voglia rispondere a questa legittima curiosità. Il punto però è che, molto spesso, chi me la rivolge pensa di poter mettere in dubbio il fatto stesso che l'euro abbia causato la crisi in Europa, solo sulla base del proprio giudizio sul mio parere personale, riguardo al motivo per cui esso sia stato comunque adottato. In breve, se quello che rispondo alla sua "domanda a trabocchetto" gli sembra lievemente "complottista" o "politicamente orientato" lui (o lei) si sentono legittimati, nonostante tutto, ad archiviare la questione. Questo è il classico "salvagente" che aiuta la psiche umana a rimanere nella propria area di comfort. Quello che invece una discussione seria dovrebbe evidenziare è che, qualunque sia il giudizio storico sui motivi politici che hanno portato all'euro, rimane indubbio il fatto che si sapesse già da prima che esso avrebbe provocato le conseguenze che oggi viviamo sulla nostra pelle. Vi ricordate la profezia di Prodi? "Sono sicuro che l'euro ci obbligherà a introdurre un nuovo set di strumenti di politica economica. E' politicamente impossibile proporre ciò ora. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati" (Romano Prodi, The Wall Street Journal 31 ottobre 2001")
Comunque, se proprio volete una risposta alla vostra domanda sul perché tutto questo è stato fatto, nella stessa intervista Frank Hahn fornisce il suo parere: "Il vero motivo per sostenere i cambi fissi è, in effetti, il controllo della classe lavoratrice. Infatti, fintanto che i governi non creano un meccanismo che leghi loro le mani, non è possibile contenere l'inflazione salariale. Credo che i sostenitori del cambio fisso vogliano introdurlo solamente per la paura dell'inflazione e, poiché di questi tempi siamo nelle mani dei banchieri centrali, per i quali il grande nemico è l'inflazione più che la disoccupazione, questa scelta si spiega".
Lo scopo di queste testimonianze è, come sempre, quello di dimostrare che la crisi in cui ci troviamo, causata dall'euro, non è affatto imprevista, o provocata da eventi eccezionali, ma che gli effetti dell'adozione di una moneta unica erano ben noti agli addetti ai lavori già prima che questo progetto vedesse la luce.
La quinta evidenza che porto alla vostra attenzione per dimostrarvelo è l'intervista che, nel 1992, il giornalista Mario Pirani fece al prestigioso economista britannico dell'università di Cambridge Frank Hahn. L'articolo, intitolato "Con la moneta unica avremo più disoccupati"è ancora oggi disponibile on-line nell'archivio storico del giornale La Repubblica.
Il Prof. Hahn comincia affermando che, in effetti, non si può considerare l'economia come una vera scienza: "Ho sempre creduto che la teoria economica avesse molta strada da fare per arrivare soltanto a metà cammino verso la cosiddetta scientificità". Fino a questo punto nulla di particolarmente eccitante. Anzi, queste modeste parole di un importante uomo di scienza, estrapolate dal loro contesto, daranno sicuramente modo a chi, non provando alcun vero interesse per l'economia, vorrebbe semplicemente evitare di considerare seriamente le teorie degli economisti. In questo senso, poter dire che l'economia non è una scienza è la massima aspirazione per chi pretende di parlare liberamente di questo argomento, senza peraltro volerlo studiare.
Il punto interessante però è che, nonostante l'intervistato ammetta tranquillamente i limiti delle teorie economiche, alla domanda specifica sull'euro risponde così: "Ho tenuto qualche tempo fa una lezione alla Banca d'Italia dove ho spiegato, dal punto di vista teorico, perché l'unione monetaria va contro quasi tutto quello che sappiamo di economia".
Il professore di Cambridge, che aveva già allora le idee chiarissime sull'argomento, prosegue: "C'è una teoria dell'area monetaria ottimale in cui si dice che la mobilità dei fattori della produzione è cruciale per il raggiungimento degli equilibri [...]. Ora, la mobilità del lavoro è abbastanza elevata tra Inghilterra e Scozia, ma non altrettanto in Europa, per differenze culturali, di lingua, di costumi sociali e, quindi, fissare i tassi di cambio non è una buona idea".
La previsione dell'economista di Cambridge è la seguente: "Con l'unione monetaria, invece delle fluttuazioni del cambio si avranno fluttuazioni nel tasso di disoccupazione".
A questo punto, la domanda che mi sento rivolgere spesso è: "perché hanno fatto tutto questo pur sapendo che non avrebbe funzionato?". Non è che io non voglia rispondere a questa legittima curiosità. Il punto però è che, molto spesso, chi me la rivolge pensa di poter mettere in dubbio il fatto stesso che l'euro abbia causato la crisi in Europa, solo sulla base del proprio giudizio sul mio parere personale, riguardo al motivo per cui esso sia stato comunque adottato. In breve, se quello che rispondo alla sua "domanda a trabocchetto" gli sembra lievemente "complottista" o "politicamente orientato" lui (o lei) si sentono legittimati, nonostante tutto, ad archiviare la questione. Questo è il classico "salvagente" che aiuta la psiche umana a rimanere nella propria area di comfort. Quello che invece una discussione seria dovrebbe evidenziare è che, qualunque sia il giudizio storico sui motivi politici che hanno portato all'euro, rimane indubbio il fatto che si sapesse già da prima che esso avrebbe provocato le conseguenze che oggi viviamo sulla nostra pelle. Vi ricordate la profezia di Prodi? "Sono sicuro che l'euro ci obbligherà a introdurre un nuovo set di strumenti di politica economica. E' politicamente impossibile proporre ciò ora. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati" (Romano Prodi, The Wall Street Journal 31 ottobre 2001")
Comunque, se proprio volete una risposta alla vostra domanda sul perché tutto questo è stato fatto, nella stessa intervista Frank Hahn fornisce il suo parere: "Il vero motivo per sostenere i cambi fissi è, in effetti, il controllo della classe lavoratrice. Infatti, fintanto che i governi non creano un meccanismo che leghi loro le mani, non è possibile contenere l'inflazione salariale. Credo che i sostenitori del cambio fisso vogliano introdurlo solamente per la paura dell'inflazione e, poiché di questi tempi siamo nelle mani dei banchieri centrali, per i quali il grande nemico è l'inflazione più che la disoccupazione, questa scelta si spiega".
lunedì 25 aprile 2016
Draghi-Merkel e la polemica sui tassi d'interesse
E' di questi giorni la polemica tra la cancelliera tedesca, la Signora Merkel, e il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi, per il mancato aumento dei tassi d'interesse, fermi al minimo storico (qui). Immagino che alcuni di voi si saranno domandati come mai in Germania spingono per un rialzo del costo del denaro?
I lettori di questo blog sono consapevoli del fatto che la crisi economica europea è causata dal tentativo, in atto, di porre rimedio allo squilibrio macroeconomico in essere tra i vari paesi che aderiscono all'eurozona.
Nel paese più ricco, la Germania, continuano ad affluire sempre più denari, a causa del saldo fortemente attivo delle partite correnti.
Come ci ha raccontato nel 2013 il vice presidente della BCE, nel corso degli anni duemila, il surplus realizzato dall'economia tedesca non rimaneva in Germania ma, coloro i quali lo realizzavano, imprenditori e banchieri, lo investivano nei paesi periferici (quelli che una volta venivano chiamati PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).
Dallo scoppio della crisi, tuttavia, le pesanti politiche di austerità avvenute nelle suddette economie periferiche, che sono consistite in azioni volte a favorire la diminuzione dei consumi interni (quindi delle importazioni, e della domanda di capitali dall'estero), è emerso il problema, per i banchieri e gli industriali tedeschi, di investire il loro denaro a casa propria con inferiori margini di guadagno.
Quindi, oggi, in Germania abbiamo finanziamenti e mutui concessi al pubblico a tassi vicini allo zero o, addirittura, negativi.
Questo, tra l'altro, sta facendo aumentare il prezzo degli immobili aumentando il rischio di alimentare la solita bolla speculativa.
Come rimediare? Il governatore Draghi potrebbe accontentare la Signora Merkel e aumentare i tassi. Questo, però, sfavorirebbe ancora di più le economie periferiche, e le loro banche, che hanno bisogno di denaro a prezzi convenienti poter coprire le loro perdite, causate dall'austerità, e investire nuove risorse nei contesti dei paesi periferici, dove le famiglie e le imprese non si possono permettere tassi più elevati.
Mario Draghi sarà, forse, indipendente dai poteri politici ma di sicuro non può far niente per mettere tutti d'accordo. Il suo tasso d'interesse è come un vestito a taglia unica, troppo largo per i magri ma anche troppo stretto per i più robusti.
La possibile soluzione del rebus compete alla Signora Merkel ma, indipendentemente dalla sua volontà, non è detto che abbia la forza politica per attuarla. Potrebbe, infatti, favorire l'aumento degli stipendi dei lavoratori tedeschi. In questo modo, parte di quegli aumenti verrebbe consumato in prodotti d'importazione dai paesi periferici. Questo aiuterebbe il riequilibrio macroeconomico dell'eurozona, ma ridurrebbe i margini di guadagno degli imprenditori tedeschi e, inevitabilmente, comporterebbe un aumento di quella disoccupazione che, fino ad ora, la Germania ha potuto esportare nel resto d'Europa, tramite una moneta ampiamente sottovalutata per la sua economia.
Insomma, dopo quasi dieci anni di crisi, i problemi causati dalla moneta unica sono ben lontani dall'essere risolti e, piaccia o no, aumentano le possibilità che questo sistema monetario possa disgregarsi alla prossima crisi.
I lettori di questo blog sono consapevoli del fatto che la crisi economica europea è causata dal tentativo, in atto, di porre rimedio allo squilibrio macroeconomico in essere tra i vari paesi che aderiscono all'eurozona.
Nel paese più ricco, la Germania, continuano ad affluire sempre più denari, a causa del saldo fortemente attivo delle partite correnti.
Dallo scoppio della crisi, tuttavia, le pesanti politiche di austerità avvenute nelle suddette economie periferiche, che sono consistite in azioni volte a favorire la diminuzione dei consumi interni (quindi delle importazioni, e della domanda di capitali dall'estero), è emerso il problema, per i banchieri e gli industriali tedeschi, di investire il loro denaro a casa propria con inferiori margini di guadagno.
Quindi, oggi, in Germania abbiamo finanziamenti e mutui concessi al pubblico a tassi vicini allo zero o, addirittura, negativi.
Come rimediare? Il governatore Draghi potrebbe accontentare la Signora Merkel e aumentare i tassi. Questo, però, sfavorirebbe ancora di più le economie periferiche, e le loro banche, che hanno bisogno di denaro a prezzi convenienti poter coprire le loro perdite, causate dall'austerità, e investire nuove risorse nei contesti dei paesi periferici, dove le famiglie e le imprese non si possono permettere tassi più elevati.
Mario Draghi sarà, forse, indipendente dai poteri politici ma di sicuro non può far niente per mettere tutti d'accordo. Il suo tasso d'interesse è come un vestito a taglia unica, troppo largo per i magri ma anche troppo stretto per i più robusti.
La possibile soluzione del rebus compete alla Signora Merkel ma, indipendentemente dalla sua volontà, non è detto che abbia la forza politica per attuarla. Potrebbe, infatti, favorire l'aumento degli stipendi dei lavoratori tedeschi. In questo modo, parte di quegli aumenti verrebbe consumato in prodotti d'importazione dai paesi periferici. Questo aiuterebbe il riequilibrio macroeconomico dell'eurozona, ma ridurrebbe i margini di guadagno degli imprenditori tedeschi e, inevitabilmente, comporterebbe un aumento di quella disoccupazione che, fino ad ora, la Germania ha potuto esportare nel resto d'Europa, tramite una moneta ampiamente sottovalutata per la sua economia.
Insomma, dopo quasi dieci anni di crisi, i problemi causati dalla moneta unica sono ben lontani dall'essere risolti e, piaccia o no, aumentano le possibilità che questo sistema monetario possa disgregarsi alla prossima crisi.
lunedì 7 marzo 2016
Pazzi al potere
Molti di voi saranno di certo a conoscenza del disgustoso tentativo in atto in parlamento volto a facilitare l'esproprio, da parte delle banche, delle case degli inquilini morosi. Trovo fuori luogo i discorsi di coloro i quali credono di essere nel giusto, sostenendo che sia un sacrosanto diritto del creditore quello di rientrare dei soldi prestati, perché essi non capiscono quale sia, in realtà, il contesto di una simile operazione.
I proprietari debitori, sto parlando di connazionali: imprenditori, professionisti, ex impiegati e operai, che è difficile immaginare come un gruppo di furbi e avventurosi scialacquatori di risorse altrui sono, in effetti, solo persone che non riescono più a pagare, avendo perso tutto a causa della crisi.
Sono i disoccupati e i falliti causati dalle politiche di austerità che i governi italiani, su ordine della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), hanno approvato al solo scopo farci rimanere nell'euro, impedendoci quella naturale svalutazione di cui hanno beneficiato le economie di tanti paesi fuori dall'eurozona. E' a questi stessi disgraziati che taluni ben pensanti oggi fanno la morale. Responsabili, a loro dire, di non essere riusciti a pagare i propri debiti. Quando, in effetti, i loro creditori (le banche) sono a loro volta indebitati con altre istituzioni estere che, evidentemente, hanno un peso specifico molto elevato, se possono arrivare fino a fare approvare simili provvedimenti dal nostro parlamento. E, la colpa di questi debiti e crediti, come ben sa chi ha letto i documenti ufficiali, non le favole che racconta l'informazione mainstream, è dell'euro.
In tutta la gestione politica seguita alla crisi, i nostri governanti hanno delle responsabilità ben precise. Se c'è un comune denominatore di tutte le cosiddette "riforme" approvate dai governi di questo periodo, vedi ad esempio il Jobs Act, è quello di essere tutti provvedimenti dal lato dell'offerta. Ovvero, leggi che servono a migliorare l'efficienza della produzione di beni e servizi, che noi riusciamo a comprare sempre meno, a danno di coloro i quali quei beni e servizi li producono (che siamo sempre noi, miei cari amici). In breve, in una crisi di domanda, cioè di consumi, i nostri governanati non trovano di meglio da fare che sottoporci a pesanti misure a favore della produzione, cioè dell'offerta, nel tentativo di rendere quei beni e servizi convenienti ai residenti esteri.
Da una parte, io ho sempre interpretato questo atteggiamento come una sorta di tradimento nei confronti degli elettori, il popolo italiano. Tuttavia, forse, aveva ragione Keynes quando, in tempi non dissimili dai nostri, scriveva:
<<Le idee degli economisti e dei filosofi politci, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose al di fuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si rintengono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell'aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro>>.
Questa gente è vittima delle proprie convinzioni scientifiche e, nonostante i pessimi risultati ottenuti, crede ancora alla bontà delle proprie ricette ordoliberiste, mercantiliste e monetariste. E andranno avanti fino a quando gli italiani non glielo impediranno. Addossando noi (scansa fatiche, corrotti, bamboccioni, choosy, etc. etc.) tutto il peso, e le responsabilità, della sconfitta delle loro idee. Tutto quello che hanno fatto, e che stanno facendo ancora oggi, in Grecia, proveranno a metterlo in atto anche qui da noi. Perché <<Ce lo chiede l'Europa>>, <<Non c'è alternativa>>, <<Non ci sono i soldi>> ma soprattutto, non ci sarà pietà per nessuno.
I proprietari debitori, sto parlando di connazionali: imprenditori, professionisti, ex impiegati e operai, che è difficile immaginare come un gruppo di furbi e avventurosi scialacquatori di risorse altrui sono, in effetti, solo persone che non riescono più a pagare, avendo perso tutto a causa della crisi.
Sono i disoccupati e i falliti causati dalle politiche di austerità che i governi italiani, su ordine della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), hanno approvato al solo scopo farci rimanere nell'euro, impedendoci quella naturale svalutazione di cui hanno beneficiato le economie di tanti paesi fuori dall'eurozona. E' a questi stessi disgraziati che taluni ben pensanti oggi fanno la morale. Responsabili, a loro dire, di non essere riusciti a pagare i propri debiti. Quando, in effetti, i loro creditori (le banche) sono a loro volta indebitati con altre istituzioni estere che, evidentemente, hanno un peso specifico molto elevato, se possono arrivare fino a fare approvare simili provvedimenti dal nostro parlamento. E, la colpa di questi debiti e crediti, come ben sa chi ha letto i documenti ufficiali, non le favole che racconta l'informazione mainstream, è dell'euro.
In tutta la gestione politica seguita alla crisi, i nostri governanti hanno delle responsabilità ben precise. Se c'è un comune denominatore di tutte le cosiddette "riforme" approvate dai governi di questo periodo, vedi ad esempio il Jobs Act, è quello di essere tutti provvedimenti dal lato dell'offerta. Ovvero, leggi che servono a migliorare l'efficienza della produzione di beni e servizi, che noi riusciamo a comprare sempre meno, a danno di coloro i quali quei beni e servizi li producono (che siamo sempre noi, miei cari amici). In breve, in una crisi di domanda, cioè di consumi, i nostri governanati non trovano di meglio da fare che sottoporci a pesanti misure a favore della produzione, cioè dell'offerta, nel tentativo di rendere quei beni e servizi convenienti ai residenti esteri.
Da una parte, io ho sempre interpretato questo atteggiamento come una sorta di tradimento nei confronti degli elettori, il popolo italiano. Tuttavia, forse, aveva ragione Keynes quando, in tempi non dissimili dai nostri, scriveva:
<<Le idee degli economisti e dei filosofi politci, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose al di fuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si rintengono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell'aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro>>.
Questa gente è vittima delle proprie convinzioni scientifiche e, nonostante i pessimi risultati ottenuti, crede ancora alla bontà delle proprie ricette ordoliberiste, mercantiliste e monetariste. E andranno avanti fino a quando gli italiani non glielo impediranno. Addossando noi (scansa fatiche, corrotti, bamboccioni, choosy, etc. etc.) tutto il peso, e le responsabilità, della sconfitta delle loro idee. Tutto quello che hanno fatto, e che stanno facendo ancora oggi, in Grecia, proveranno a metterlo in atto anche qui da noi. Perché <<Ce lo chiede l'Europa>>, <<Non c'è alternativa>>, <<Non ci sono i soldi>> ma soprattutto, non ci sarà pietà per nessuno.
lunedì 8 febbraio 2016
Quelli che: "l'euro a mille lire!"
Questo post non è mio ma, dato che mi piaceva, l'ho deliberatamente "copiato" da (questo) del Prof. Bagnai. Non è il primo ne sarà il mio ultimo "plagio" anche perché, a mio avviso, l'imitazione rimane sempre la più alta forma di ammirazione.
L'annosa questione è questa: <<sarebbe convenuto all'Italia entrare nell'euro con un cambio a mille lire?>>
Ne avrete sentito parlare spesso, soprattutto ad inizio anni duemila, quando i caffè al bar (e non solo) passarono da mille lire a un euro nel giro di una notte. Cosa che, per inciso, corrisponderebbe ad un'inflazione del 100%. Tuttavia, stando ai dati, tale esplosione dei prezzi non è mai avvenuta. C'è chi ci crede e chi no. Io posso solo mostrarvi i dati, dopodiché, se avete qualcosa da ridire riferitelo a chi di dovere. Avendo, tuttavia, la cura di badare al fatto che, anche se in quel periodo il vostro costo della vita è terribilmente aumentato (caffè, aperitivi, cene al ristorante) questo non significa che la stessa sorte sia toccata al paniere di beni utilizzato per le statistiche. E, soprattutto, che un'esplosione dei prezzi della portata che voi ipotizzate avrebbe avuto un effetto non irrilevante sulle esportazioni. Ok? Se ancora vi brucia perché nel 2002 il vostro pizzaiolo vi passò la margherita da 5.000 lire a 5 euro non sfogatevi con me. Il senso di questo post è un altro.
Prima di passare all'analisi vera e propria vale solo la pena ricordare che il cambio lira/euro non fu stabilito nel 2002, al momento della circolazione dell'euro al pubblico, e neanche nel 1999, anno di nascita della moneta unica, ma nel 1996 quando furono stabiliti i cambi obiettivo di ciascuna divisa verso l'ECU (antesignano dell'euro). Di seguito, per comodità, troverete il cambio lira/ECU (e quindi lira/euro) arrotondato a 2.000 (invece che a 1.936,27).
La figura 1 è una tabellina Excel che mostra gli stipendi di due ipotetici personaggi, l'italiano Giovanni e il tedesco Hans, i loro rispettivi stipendi e il prezzo della macchina di riferimento (per la classe media) in ognuno dei due paesi. Si osservi come per entrambi (Giovanni e Hans) la Punto è la macchina più a buon mercato ma, mentre per Giovanni è una scelta non solo molto raccomandabile ma quasi obbligata (dato il prezzo della Golf), Hans può permettersi di meglio perché guadagna di più. Per questo motivo i Giovanni italiani (anche quelli senza due "n") scelgono la Punto, e la Golf rimane un sogno proibito per molti. D'altra parte, solo gli Hans più parsimoniosi si compreranno la macchina italiana, gli altri, beati loro, andranno in giro con la Golf (rigorosamente grigia metallizzata, il colore nazionale delle auto tedesche).
Nella figura 2 si mostra il passaggio all'euro con il cambio standard a duemila lire (che poi sarebbe 1.936,27). Come vedete, il cosiddetto changeover (così lo chiamano gli economisti) è neutrale, cioè non colpisce ne gli acquisti di Giovanni ne quelli di Hans (come invece succederà nel corso degli anni, man mano che l'effetto dei differenziali d'inflazione, e delle politiche di moderazione salariale in Germania, si farà sentire. Se vi sfugge il senso della cosa, leggete qui).
Infine, nella figura 3, troviamo la situazione desiderata da coloro i quali pensano (ma cambieranno subito idea) che avremmo dovuto entrare al cambio di mille lire per un euro.
Notate che, con il cambio lira/euro a mille (e quello del marco invariato), ad Hans non sarebbe cambiato nulla, mentre a Giovanni non sarebbe più venuto in mente di comprarsi la Punto, meno blasonata e per giunta più cara della Golf. Il risultato? Per compensare il calo delle vendite la fabbrica della Punto avrebbe dovuto licenziare e/o delocalizzare istantantaneamente. Insomma, sarebbe successo subito quello che è accaduto più lentamente, e solo in parte, nel corso degli anni.
C'è di più. Se oggi abbiamo problemi con una moneta, che nel corso degli anni, si presume che sia diventata (per noi) troppo forte, diciamo di circa il 20%. Pensate a cosa sarebbe successo se, nel corso di una notte, si fosse rivalutata addirittura del 100%!
lunedì 28 dicembre 2015
Le parole inglesi che impareremo nel 2016: Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), bail-in, bank run, European Stability Mechanism (ESM)
Nel 2008, ve ne ricorderete, scoppiò una crisi finanziaria mondiale che provocò il fallimento di numerose banche. Il tutto ebbe inizio in America, a causa dell'esplosione della bolla finanziaria dei mutui sub-prime. La crisi si propagò nel resto del mondo, e quindi anche in Europa, come nel gioco del domino, mettendo in crisi tutte quelle banche che erano in qualche modo connesse agli istituti finanziari USA che non furono più in condizione di onorare i propri debiti.
Come mostra di seguito l'ABI (Associazione Bancaria Italiana) molti paesi europei ricorsero agli aiuti di stato per impedire alle loro istituzioni finanziarie di fallire. In Italia, tuttavia, questo non è successo se non in maniera molto marginale. Il totale della spesa pubblica utilizzata per il sostegno delle istituzioni finanziarie private tra il 2008 e il 2013 è stato di, appena, 8 miliardi di euro. Poca cosa, se comparato con: i 144 miliardi della Germania; i 141 miliardi del Regno Unito; o i 26 miliardi spesi dallo stato francese.
Oltre al sacrificio dei contribuenti nazionali, in Spagna, Irlanda e Grecia, sono state coinvolte anche le istituzioni dell'Unione Europea. Come osservato dal Sole24Ore nella figura seguente, che mostra il caso della Grecia, gli italiani hanno pagato un pesante contributo alla risoluzione del problema. Si osservi che, nonostante le nostre banche non avessero delle esposizioni rilevanti verso quelle elleniche (solo € 6,82 miliardi nel 2009) noi abbiamo, generosamente, contribuito con una bella fetta delle risorse necessarie al loro salvataggio (barra di colore arancione: Italia € 40,87 miliardi). Al contrario, a dicembre 2009 le banche francesi e quelle tedesche, proprio quelle che erano già state ampiamente foraggiate dai rispettivi governi, avevano una forte esposizione verso gli istituti finanziari di Atene (barre di colore blu: Francia € 78,82 miliardi, Germania € 45 miliardi). A settembre del 2014, però, gran parte di quei crediti erano stati saldati tramite gli euro versati dai contribuenti europei mediante cosiddetto fondo salva stati che, visto com'è andata a finire, sarebbe stato meglio nominare fondo salva banche francesi e tedesche. Infatti, di quelle somme lo stato greco non ha visto nemmeno l'ombra.
Oggi, in Italia, dopo 5 anni di politiche d'austerità che hanno aggravato la crisi, fatto peggiorare il debito pubblico ed esplodere la disoccupazione (il tutto nel tentativo di mettere a posto i nostri conti con l'estero) le banche del Bel Paese hanno accumulato delle ingenti sofferenze bancarie, sia verso coloro i quali, perdendo il proprio impiego, non sono stati più in grado di pagare le rate del finanziamento contratto (o del mutuo), sia verso quelle imprese che, a causa del crollo del fatturato (dovuto alla diminuzione dei consumi interni), quando non hanno chiuso, si sono indebitate sempre di più. Una semplice occhiata alle seguenti figure vi darà la misura della questione.
Si noti come il problema, scoppiato a causa della crisi nel 2008, abbia continuato ad aggravarsi negli anni successivi a causa del cosiddetto sudden stop, cioè quello che gli economisti chiamano il blocco degli investimenti da parte delle banche creditrici del sistema dell'Eurozona (quelle del nord Europa) verso quelle debitrici (del sud). La dinamica, per chi la volesse approfondire, è stata chiarita dal vice presidente della BCE nel suo noto discorso di maggio 2013 ad Atene (di cui mi sono occupato, per la prima volta, qui).
Apro una parentesi sul decreto "Salva Banche" con il quale il governo ha regolamentato l'annosa questione della Banca Popolare d'Etruria e delle altre istituzioni finanziarie entrate recentemente in crisi. Indipendentemente dal fatto che, nei casi in questione, la Commissione Europea ci abbia, o meno, impedito di utilizzare fondi pubblici per il risanamento di quegli istituti (il caso è materia di discussione e non voglio perderci tempo) è chiaro che l'approccio voluto dall'Europa a partire dal primo gennaio 2016 sarà quello previsto dalla procedura definita come Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD).
La questione veramente importante per il Paese non è tanto la mala gestio, o persino la rilevanza penale del comportamento di alcuni soggetti implicati nel dissesto di alcune piccole banche locali (il nome più altisonante è il padre del ministro Boschi) ma il fatto che, se la crisi si dovesse estendere ad altri istituti, a noi italiani non verrà concesso, a differenza di quanto avvenuto per altri, di salvare dal fallimento, mediante l'utilizzo di fondi pubblici, le banche che si dovessero trovare in difficoltà. Il BRRD prevede che il risanamento avvenga tramite il cosiddetto bail-in, ovvero abbattendo il capitale (e quindi le azioni dei soci), non pagando gli obbligazionisti, e prelevando le risorse necessarie direttamente dai clienti, fatta eccezione per il fondo di garanzia europeo sui conti correnti sotto i centomila euro (che però, attualmente, è una garanzia solo al livello teorico).
Se poi il BRRD dovesse causare una perdita di fiducia nel sistema creditizio da parte dei risparmiatori, tale da provocare una corsa agli sportelli (bank run, in inglese) allora il nostro governo si vedrà costretto a chiedere l'intervento del Meccanismo di Stabilità Europeo (European Stability Mechanism o ESM) che prevede la gentile concessione, dietro il pagamento di un congruo interesse, di prestiti vincolati ad un programma di riforme politiche che è esattamente quello che è successo in Grecia o in Spagna, dove le banche sono state salvate e il tasso di disoccupazione è il doppio del nostro.
Presto, il governo italiano potrebbe essere costretto a decidere se applicare le regole europee, e quindi risanare i bilanci delle banche con i nostri soldi e/o con quelli chiesi a prestito dall'Europa, oppure rigettare i trattati BRRD e ESM e, che vi piaccia o no, ricapitalizzare il sistema finanziario in lire.
Come mostra di seguito l'ABI (Associazione Bancaria Italiana) molti paesi europei ricorsero agli aiuti di stato per impedire alle loro istituzioni finanziarie di fallire. In Italia, tuttavia, questo non è successo se non in maniera molto marginale. Il totale della spesa pubblica utilizzata per il sostegno delle istituzioni finanziarie private tra il 2008 e il 2013 è stato di, appena, 8 miliardi di euro. Poca cosa, se comparato con: i 144 miliardi della Germania; i 141 miliardi del Regno Unito; o i 26 miliardi spesi dallo stato francese.
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| Fonte: ABI (Situazione del settore bancario italiano 9 dicembre 2015 pagina 18) |
Oltre al sacrificio dei contribuenti nazionali, in Spagna, Irlanda e Grecia, sono state coinvolte anche le istituzioni dell'Unione Europea. Come osservato dal Sole24Ore nella figura seguente, che mostra il caso della Grecia, gli italiani hanno pagato un pesante contributo alla risoluzione del problema. Si osservi che, nonostante le nostre banche non avessero delle esposizioni rilevanti verso quelle elleniche (solo € 6,82 miliardi nel 2009) noi abbiamo, generosamente, contribuito con una bella fetta delle risorse necessarie al loro salvataggio (barra di colore arancione: Italia € 40,87 miliardi). Al contrario, a dicembre 2009 le banche francesi e quelle tedesche, proprio quelle che erano già state ampiamente foraggiate dai rispettivi governi, avevano una forte esposizione verso gli istituti finanziari di Atene (barre di colore blu: Francia € 78,82 miliardi, Germania € 45 miliardi). A settembre del 2014, però, gran parte di quei crediti erano stati saldati tramite gli euro versati dai contribuenti europei mediante cosiddetto fondo salva stati che, visto com'è andata a finire, sarebbe stato meglio nominare fondo salva banche francesi e tedesche. Infatti, di quelle somme lo stato greco non ha visto nemmeno l'ombra.
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| Fonte: Info Data Blog Sole24ore |
Oggi, in Italia, dopo 5 anni di politiche d'austerità che hanno aggravato la crisi, fatto peggiorare il debito pubblico ed esplodere la disoccupazione (il tutto nel tentativo di mettere a posto i nostri conti con l'estero) le banche del Bel Paese hanno accumulato delle ingenti sofferenze bancarie, sia verso coloro i quali, perdendo il proprio impiego, non sono stati più in grado di pagare le rate del finanziamento contratto (o del mutuo), sia verso quelle imprese che, a causa del crollo del fatturato (dovuto alla diminuzione dei consumi interni), quando non hanno chiuso, si sono indebitate sempre di più. Una semplice occhiata alle seguenti figure vi darà la misura della questione.
Apro una parentesi sul decreto "Salva Banche" con il quale il governo ha regolamentato l'annosa questione della Banca Popolare d'Etruria e delle altre istituzioni finanziarie entrate recentemente in crisi. Indipendentemente dal fatto che, nei casi in questione, la Commissione Europea ci abbia, o meno, impedito di utilizzare fondi pubblici per il risanamento di quegli istituti (il caso è materia di discussione e non voglio perderci tempo) è chiaro che l'approccio voluto dall'Europa a partire dal primo gennaio 2016 sarà quello previsto dalla procedura definita come Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD).
La questione veramente importante per il Paese non è tanto la mala gestio, o persino la rilevanza penale del comportamento di alcuni soggetti implicati nel dissesto di alcune piccole banche locali (il nome più altisonante è il padre del ministro Boschi) ma il fatto che, se la crisi si dovesse estendere ad altri istituti, a noi italiani non verrà concesso, a differenza di quanto avvenuto per altri, di salvare dal fallimento, mediante l'utilizzo di fondi pubblici, le banche che si dovessero trovare in difficoltà. Il BRRD prevede che il risanamento avvenga tramite il cosiddetto bail-in, ovvero abbattendo il capitale (e quindi le azioni dei soci), non pagando gli obbligazionisti, e prelevando le risorse necessarie direttamente dai clienti, fatta eccezione per il fondo di garanzia europeo sui conti correnti sotto i centomila euro (che però, attualmente, è una garanzia solo al livello teorico).
Se poi il BRRD dovesse causare una perdita di fiducia nel sistema creditizio da parte dei risparmiatori, tale da provocare una corsa agli sportelli (bank run, in inglese) allora il nostro governo si vedrà costretto a chiedere l'intervento del Meccanismo di Stabilità Europeo (European Stability Mechanism o ESM) che prevede la gentile concessione, dietro il pagamento di un congruo interesse, di prestiti vincolati ad un programma di riforme politiche che è esattamente quello che è successo in Grecia o in Spagna, dove le banche sono state salvate e il tasso di disoccupazione è il doppio del nostro.
Presto, il governo italiano potrebbe essere costretto a decidere se applicare le regole europee, e quindi risanare i bilanci delle banche con i nostri soldi e/o con quelli chiesi a prestito dall'Europa, oppure rigettare i trattati BRRD e ESM e, che vi piaccia o no, ricapitalizzare il sistema finanziario in lire.
lunedì 14 dicembre 2015
L'austerità e il terrorismo portarono Hitler al potere (speriamo che la storia non si ripeta) 2 di 2
Nel post precedente (che vi raccomando di leggere qui) ho brevemente descritto le condizioni economiche in cui si trovava la Germania al tempo in cui Hitler arrivò al potere, identificando nelle politiche di austerità, e nella conseguente disoccupazione, la causa principale della sua ascesa. Di seguito vorrei descrivervi i motivi per cui quel periodo del passato presenta diverse, inquietanti, analogie con il nostro presente.
Infatti, Maastricht e l'euro sono oggi quello che il trattato di Versailles rappresentò per la Germania negli anni tra tra le due guerre mondiali. Come quest'ultima che, per ripagare le riparazioni di guerra e bloccare l'iperinflazione del 1922-23, ebbe bisogno dei dollari provenienti dagli USA, anche le economie dei paesi europei più in crisi hanno basato la loro crescita degli anni duemila (nel caso dell'Italia piuttosto modesta) sui capitali esteri. In questo caso si è trattato degli euro provenienti dalle banche dell'Europa del nord (Germania e Francia in testa). Chi di voi legge dalla sua nascita questo blog si ricorderà, senza dubbio, il grafico che mostra l'impennata del debito privato in Italia, e anche la figura successiva, preparata dal vice presidente della Banca Centrale Europea, dove viene illustrata la crescita dell'esposizione delle banche dei paesi più duramente colpiti dalla crisi, verso gli istituti finanziari delle nazioni europee creditrici, avvenuta a partire dalla nascita dell'eurozona.
Come la grande depressione bloccò l'afflusso di dollari americani verso la Germania, così le conseguenze della grande recessione americana del 2007 hanno provocato la fine degli investimenti intraeuropei che avevano reso possibile, nelle nazioni dell'Europa periferica, dei tassi d'interesse paragonabili a quelli delle più avanzate economie del centro e del nord. Il sudden stop (così viene chiamato dagli economisti) è il punto preciso del grafico precedente in cui la crescita del debito privato in Italia si arresta. E' da allora che ci sentiamo dire che sono finiti i soldi. La stessa cosa è avvenuta anche negli altri paesi più duramente colpiti dalla crisi (come, ad esempio, la Grecia e la Spagna).
Il governo di Mario Monti, e quelli delle altre nazioni europee colpite dalla crisi, hanno perseguito le stesse politiche di austerità che furono utilizzate anche da Brüning, in Germania, tra il 1930 e il 1932, causando peraltro la stessa brusca caduta del PIL e una drammatica disoccupazione.
C'è tuttavia una differenza tra i due periodi. In Germania, quell'epoca si concluse con l'avvento del nazismo e la fine della democrazia, mentre oggi la situazione europea sembra assai differente dal punto di vista politico. Tuttavia, forse, oggi il pericolo maggiore per la democrazia non arriva dalle forze politiche che avanzano (i cosiddetti partiti populisti) ma dai governi stessi.
Il punto di svolta per il partito nazista fu il rogo del parlamento di Berlino, il 27 febbraio del 1933, per cui i nazisti accusarono i comunisti (non esistevano ancora Bin Laden o l'Isis). A quell'attentato terroristico Hitler reagì con un decreto d'urgenza "per la protezione del popolo e dello stato" che di fatto sospendeva la costituzione e soppresse la democrazia.
Oggi, la corsa verso il totalitarismo non appare altrettanto rapida come quella che portò i nazisti al potere in Germania. Tuttavia, non può passare inosservato il fatto che: attentato dopo attentato, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, si moltiplicano in tutta Europa le leggi che limitano i diritti dei lavoratori (in nome della produttività), diminuiscono il potere dell'opposizione in parlamento (in nome della governabilità), mettono sotto controllo internet e gli altri sistemi di comunicazione (in nome della sicurezza).
Concludo con le dichiarazioni di un gerarca nazista, Hermann Goering, che sarebbe meglio tenere sempre a mente:
«È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.»
Infatti, Maastricht e l'euro sono oggi quello che il trattato di Versailles rappresentò per la Germania negli anni tra tra le due guerre mondiali. Come quest'ultima che, per ripagare le riparazioni di guerra e bloccare l'iperinflazione del 1922-23, ebbe bisogno dei dollari provenienti dagli USA, anche le economie dei paesi europei più in crisi hanno basato la loro crescita degli anni duemila (nel caso dell'Italia piuttosto modesta) sui capitali esteri. In questo caso si è trattato degli euro provenienti dalle banche dell'Europa del nord (Germania e Francia in testa). Chi di voi legge dalla sua nascita questo blog si ricorderà, senza dubbio, il grafico che mostra l'impennata del debito privato in Italia, e anche la figura successiva, preparata dal vice presidente della Banca Centrale Europea, dove viene illustrata la crescita dell'esposizione delle banche dei paesi più duramente colpiti dalla crisi, verso gli istituti finanziari delle nazioni europee creditrici, avvenuta a partire dalla nascita dell'eurozona.
Come la grande depressione bloccò l'afflusso di dollari americani verso la Germania, così le conseguenze della grande recessione americana del 2007 hanno provocato la fine degli investimenti intraeuropei che avevano reso possibile, nelle nazioni dell'Europa periferica, dei tassi d'interesse paragonabili a quelli delle più avanzate economie del centro e del nord. Il sudden stop (così viene chiamato dagli economisti) è il punto preciso del grafico precedente in cui la crescita del debito privato in Italia si arresta. E' da allora che ci sentiamo dire che sono finiti i soldi. La stessa cosa è avvenuta anche negli altri paesi più duramente colpiti dalla crisi (come, ad esempio, la Grecia e la Spagna).
Il governo di Mario Monti, e quelli delle altre nazioni europee colpite dalla crisi, hanno perseguito le stesse politiche di austerità che furono utilizzate anche da Brüning, in Germania, tra il 1930 e il 1932, causando peraltro la stessa brusca caduta del PIL e una drammatica disoccupazione.
C'è tuttavia una differenza tra i due periodi. In Germania, quell'epoca si concluse con l'avvento del nazismo e la fine della democrazia, mentre oggi la situazione europea sembra assai differente dal punto di vista politico. Tuttavia, forse, oggi il pericolo maggiore per la democrazia non arriva dalle forze politiche che avanzano (i cosiddetti partiti populisti) ma dai governi stessi.
Il punto di svolta per il partito nazista fu il rogo del parlamento di Berlino, il 27 febbraio del 1933, per cui i nazisti accusarono i comunisti (non esistevano ancora Bin Laden o l'Isis). A quell'attentato terroristico Hitler reagì con un decreto d'urgenza "per la protezione del popolo e dello stato" che di fatto sospendeva la costituzione e soppresse la democrazia.
Oggi, la corsa verso il totalitarismo non appare altrettanto rapida come quella che portò i nazisti al potere in Germania. Tuttavia, non può passare inosservato il fatto che: attentato dopo attentato, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, si moltiplicano in tutta Europa le leggi che limitano i diritti dei lavoratori (in nome della produttività), diminuiscono il potere dell'opposizione in parlamento (in nome della governabilità), mettono sotto controllo internet e gli altri sistemi di comunicazione (in nome della sicurezza).
Concludo con le dichiarazioni di un gerarca nazista, Hermann Goering, che sarebbe meglio tenere sempre a mente:
«È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.»
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