lunedì 15 dicembre 2014

La corruzione è la causa del debito pubblico?

E' di poche settimane fa la notizia secondo la quale l'Italia sarebbe il paese più corrotto d'Europa. Bombardati come siamo dai continui scandali di cui parlano stampa e televisioni, non ci sarebbe da niente aggiungere sull'argomento. Soprattutto se consideriamo il fatto che, in un periodo di pesante crisi economica, questi episodi sono ancora più gravi agli occhi delle persone oneste che li subiscono.

Tuttavia, qualche commento è proprio il caso di farlo, e se continuerete a leggere, scoprirete il perché.

Tanto per cominciare, lo studio di Transparency International si intitola: "The 2014 corruption perceptions index" che in italiano si traduce indice di corruzione percepita. Riuscite a cogliere il particolare? Provo a spiegarvelo più o meno con le stesse parole riportate nella ricerca:


"La corruzione comprende attività normalmente illegali che sono appositamente mantenute nascoste e vengono alla luce solo attraverso gli scandali, le indagini o i processi. Non è una buona strada quella di valutare i livelli assoluti di corruzione in un paese o in un territorio sulla base dei dati empirici. Il confronto fra le tangenti segnalate, il numero degli indagati riportati nelle ricerche o nei processi direttamente riconducibili alla corruzione non può essere preso come un indicatore assoluto del livello di corruzione. Esso mostra invece quanto sia effettivamente efficace l'attività dei magistrati, dei tribunali o dei mezzi di comunicazione che indagano sulla corruzione. Rilevare la percezione della corruzione tra coloro i quali sono in una posizione di offrire una valutazione della corruzione del settore pubblico è il metodo più affidabile per confrontare il livello di corruzione fra i paesi".

Transparency international, non pretende certo di giudicare quanto sia corrotto un paese o la società dalla quale esso è composto, ma solo di rilevare la percezione del fenomeno della corruzione nella pubblica amministrazione da parte di alcuni intervistati.

Pertanto, non si fa un servizio alla verità, se si presenta il risultato di questa ricerca omettendo il concetto di "percezione". Se poi vogliamo dirla tutta, sarebbe anche lecito chiedersi quanto questi intervistati siano condizionati, proprio nella loro percezione, dall'eco dei numerosi scandali di cui si sente parlare quotidianamente, e quanto tali scandali dipendano da un comune malaffare, o piuttosto dall'abilità e dall'indipendenza dei magistrati inquirenti, o dalla loro propensione a indagare su tali crimini.

Detto questo, utilizziamo i suddetti dati sulla percezione della corruzione (non dimenticate la parola percezione) per verificare un'altra affermazione che capita di sentire spesso. E' la teoria, piuttosto radicata, secondo cui la corruzione è la causa del debito pubblico, o che comunque essa sia responsabile del suo continuo aumento.

Per verificare quest'ipotesi, si utilizza un piano cartesiano, ovvero un semplice grafico. Per coloro i quali hanno delle difficoltà con questo tipo di strumento, se vi può aiutare, consideratelo solo come un semplice disegnino, di quelli che aiutano a comprendere meglio realtà.

Nel grafico che vi mostrerò, sull'asse delle ascisse (quello orizzontale) troverete il livello di corruzione di ogni paese, e su quello delle ordinate (verticale) il relativo debito pubblico (in percentuale del PIL). Ve lo ricordate ancora come si gioca a battaglia navale? A4 colpito, C2 acqua, etc. etc.. L'unica differenza è che qui si fa sempre centro, perché i punti dove sono dislocati i nostri incrociatori (che nel nostro caso sono le coppie di dati) non sono segreti.

Seguite il ragionamento.

Se fosse vero che a una maggiore corruzione debba corrispondere un debito pubblico più alto, sul grafico avremmo tanti puntini in ordine crescente. Nel grafico che segue ho semplicemente inserito una serie di coppie di numeri identici: 1-1, 2-2, 3-3, etc. etc..


Vediamo un altro esempio, costruito con dati reali. Il prossimo grafico mostra la relazione fra la ricchezza di un paese (definita come PIL pro capite) e la speranza di vita media della popolazione (la fonte dei dati è il CIA factbook).


Come potete vedere, le coppie di dati seguono una linea tendenziale, anche se non sono tutti attaccati ad essa. Questo, per il semplice motivo che la relazione non è così diretta come nell'esempio precedente. Infatti, l'aumento della ricchezza è correlato all'aumento della vita media solo al 40% circa (38,6%). In fondo non è una brutta notizia, no? Significa che la vita non dipende da un tassametro, e che la salute non ha prezzo. Ma considerate anche il fatto che il PIL pro capite rappresenta solo una media della ricchezza (è la solita storia secondo cui, se io magio due polli, e tu resti a digiuno, la media è 1 anche se tu hai saltato il pasto e io mi sono spazzolato tutto).

Vediamo, finalmente, lo stesso grafico costruito con i dati sulla corruzione e il debito pubblico (i dati sulla corruzione sono quelli di Transparency mentre quelli sul debito pubblico li ho presi dal database del Fondo Monetario Internazionale):


Che ne dite? Intravedete qualcosa che possa essere scambiata per una relazione, come nei grafici precedenti? No? Perché non esiste alcuna relazione rilevante fra corruzione e debito pubblico!
Questo non vuol dire che il corrotto sia simpatico o che non vada giustamente perseguito dalla legge, ma semplicemente che le cause del debito pubblico italiano sono quelle già illustrate in questi precedenti post:

1. Quelli che il debito pubblico c'è perchè abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

2. Perché il debito pubblico italiano è così alto.







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lunedì 8 dicembre 2014

TTIP, vi dice nulla?

TTIP sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership. E' un accordo tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America che ha lo scopo di ridurre le barriere commerciali tra i due continenti. In discussione non ci sono i dazi doganali ma le barriere di tipo non economico. Alcuni esempi potrebbero riguardare: l'abolizione del divieto d'importazione di alcuni prodotti non commerciabili nella UE (come la carne con gli ormoni, organismi geneticamente modificati, etc. etc.), e la libera partecipazione di aziende americane ai bandi pubblici (sanità, rifiuti, risorse idriche, etc. etc.). Si sta discutendo anche la possibilità che avrebbero le imprese di rivolgersi a un tribunale, per ottenere il risarcimento dei danni subiti da parte di quei governi che non fanno rispettare le regole del trattato.

Nonostante questo accordo sia di portata epocale, ed è in preparazione da tempo, fino ad oggi non ha ricevuto grande attenzione da parte dei media mainstream. Pertanto, allo stato attuale delle cose, se ne sente parlare solo in rete.

Sugli effetti macroeconomici attesi dall'applicazione del TTIP sono state eseguite diverse ricerche. Voglio soffermarmi in particolare su quella del Centre for Economic Policy Research (CEPR).

Come prima cosa, lo studio del CEPR: Reducing Transatlantic Barriers to Trade and Investment è stato pagato direttamente dalla Commissione Europea, la quale viene citata come cliente nel colophon della ricerca. Non si può considerare quindi alla stregua di uno studio indipendente, in quanto commissionato da una delle parti proponenti il TTIP (la UE).

Inoltre, a dispetto della sua non indipendenza, il suddetto studio riporta due dati piuttosto preoccupanti: il primo è che, nella migliore ipotesi (quella di un trattato che elimini gran parte delle barriere commerciali tra UE e USA) la maggior crescita del PIL della UE prevista sarebbe di appena dello 0,48% spalmato su ben 13 anni (entro il 2027); e il secondo, se possibile ancora più preoccupante, è che l'applicazione di queste misure avrebbe l'effetto di ridurre il commercio intraeuropeo a favore di quello con gli  USA. Queste informazioni le trovate rispettivamente nelle tabelle numero 16 a pagina 46, e numero 24 a pagina 55.

Insomma, quello che ci sta dicendo il CEPR è che: non solo i vantaggi del TTIP sarebbero irrisori in termini di crescita economica, ma anche che farebbe aumentare gli scambi transatlantici a svantaggio di quelli del mercato comune europeo.

Apro solo una piccola parentesi per porre l'accento su un fatto noto a livello accademico. Infatti, anche il mio manuale di macroeconomia (il Mankiw) osserva che il libero commercio tra aree diverse del mondo, permette ai diversi paesi di specializzarsi nelle produzioni nei quali essi sono più competitivi (eliminando quelle che invece non sono all'altezza di sopravvivere al mercato). Di fatto, questo è il risultato della globalizzazione (la specializzazione del lavoro). Tuttavia, il risvolto della medaglia è una maggiore vulnerabilità, delle singole nazioni, a quelli che in economia vengono chiamati shock asimmetrici (o idiosincratici) che sono quelli che colpiscono la domanda di alcuni prodotti più di altri. Il mercato comune europeo, in origine (prima dell'euro), era stato progettato proprio per assorbire le conseguenze di tali eventi. L'idea era che, mediante la svalutazione delle monete dei paesi maggiormente colpiti dallo shock, questi avrebbero potuto beneficiare, almeno in parte, della ricollocazione verso il mercato europeo delle mancate esportazioni in USA. Oggi questo, non solo non è più possibile a causa dell'euro, e la crisi che stiamo vivendo ne è la prova più evidente, ma il TTIP, integrando maggiormente il nostro commercio con quello degli USA, ci espone ancora di più a tale rischio. In fondo, da oltre oceano sono arrivate le due peggiori crisi economiche della nostra storia: quella del 1929, e quella del 2008.

Purtroppo però le brutte notizie non finiscono qui.

L'economista Jeronim Capaldo della Tufts University di Medford, Massachussets (USA) ha prodotto una ricerca intitolata The Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership: European disintegration, Unemployment and Instability i cui risultati mettono in luce ulteriori aspetti negativi del TTIP.

Tanto per cominciare la bilancia commerciale dei paesi UE tenderebbe a peggiorare. Poi, a differenza di quanto previsto dal CEPR, la crescita del PIL sarebbe negativa. Infine, il TTIP avrebbe un pessimo effetto anche sulla quota dei salari sul PIL che è già in caduta libera da diversi anni, e che in questo caso subirebbe un ulteriore impulso negativo.

Come si spiegano questi risultati, così diversi dallo studio del CEPR?

Capaldo utilizza nel suo lavoro il modello economico delle Nazioni Unite. La più importante differenza rispetto a quello impiegato dalla ricerca del CEPR è che si tratta di un modello basato sul principio keynesiano della domanda effettiva, piuttosto che sull'efficienza della funzione di produzione classica.

I modelli economici basati sull'economia classica presuppongono che gli effetti causati dall'apertura dei mercati, quindi la chiusura delle imprese meno competitive sulla spinta di quelle estere più efficienti, e viceversa, la crescita di quelle imprese nazionali più competitive (che trovano nella globalizzazione nuovi mercati di sbocco), comportino automaticamente la ricollocazione dei lavoratori licenziati dalle realtà in difficoltà verso quelle più floride. Purtroppo però è facile immaginare quanto tutto questo sia in realtà abbastanza illusorio. Infatti, affinché questa previsione si verifichi un operaio che, per esempio, lavora nel settore automobilistico dovrebbe convertirsi in tempo zero (e senza costi) in un campo più specializzato come quello della meccanica di precisione. Oppure, un dentista, si dovrebbe riciclarsi nel campo della finanza, etc. etc., il tutto in base agli effetti causati dall'apertura del mercato.

In termini macroeconomici, pertanto, questo comporta che, non sempre, ad una maggiore efficienza produttiva corrisponda un'adeguata domanda di consumi tale da assorbire il nuovo, e maggiore, livello di produzione. Quindi, non è difficile capire perché una crescita economica prevista secondo le stime di un modello economico classico, possano trasformarsi in una recessione secondo le attese di uno keynesiano.

Purtroppo, fino ad oggi, la negoziazione del TTIP non è stata sottoposta al vaglio dell'opinione pubblica, che verrà probabilmente informata solo a cose fatte, tramite la solita pressante campagna propagandistica dei governi nazionali, ormai ridotti a semplici ratificatori delle decisioni prese ad un livello superiore.

La cittadina eletta al Parlamento Europeo con il Movimento 5 Stelle Tiziana Beghin in questo video (il suo intervento inizia al minuto 57:20, dura circa un quarto d'ora ed è molto interessante) racconta che i negoziati sono segreti, e nemmeno lei, che fa parte della commissione parlamentare competente ha a disposizione tutti i documenti oggetto della trattativa. Come se non bastasse, sempre Beghin commenta che, in una discussione informale con dei funzionari di una multinazionale americana, ha appreso che loro avevano già a loro disposizione delle carte a cui le stessa non ha accesso (vedi da 1:08:16).

In conclusione, il TTIP è un trattato che, nella migliore delle ipotesi, e secondo lo stesso studio richiesto dalla Commissione Europea, porterà esigui benefici alla popolazione del vecchio continente, a fronte di rischi tutt'altro che insignificanti. E' chiaro che lo scopo di questo trattato va ricercato altrove, rispetto ad un'analisi strettamente macroeconomica. Ma, a che cosa ci troviamo di fronte? A nuovo assetto geopolitico, o più semplicemente, ad un'altra liberalizzazione selvaggia che avvantaggerà le solite poche multinazionali a scapito delle tante piccole e medie imprese?




lunedì 1 dicembre 2014

L'Italia può farcela

Secondo quanto riportato da Il Giornale, sabato sorso Silvio Berlusconi ha dichiarato:

"Dobbiamo recuperare parte della nostra sovranità monetaria (...) una seconda moneta che possa essere stampata a Roma e messa sul mercato che poi ne valuterà il cambio con l'euro"

Una volta l'avrebbero chiamato trasformismo. Infatti il partito di Berlusconi è stato tra i più importanti sostenitori del governo Monti, quello che ha eseguito le manovre economiche di austerità per distruggere la domanda interna e scongiurare la nostra uscita dalla moneta unica.

Proprio ieri, "casualmente", La Stampa titolava così:


ricordandosi di smentire il Corriere della Sera (con quasi otto mesi di ritardo) che ad aprile di quest'anno aveva avuto il coraggio di uscire in prima pagina con una notizia falsa: "tanti disoccupati come nel 1977":


Chi mi segue ricorderà che di questo argomento me ne ero già occupato nel post: "il Corriere della Sera e le notizie (false) sulla disoccupazione".

Quello che voglio dire è che questo è solo l'inizio di un riposizionamento di qualche partito sullo scacchiere della politica interna. Vedrete nel giro di poco cambierà anche la musica del mainstream, e tra non molto, dichiarazioni contro l'euro inizieranno a fioccare un po' da tutte le parti.

Tuttavia, uscire dall'euro, rimarrà una condizione necessaria ma non sufficiente, per riportare l'Italia su un sentiero di crescita e di benessere. Questo è quello che va ripetendo colui il quale questa discussione l'ha portata in Italia, l'economista Alberto Bagnai, il cui nuovo libro è uscito settimana scorsa:


e che io vi consiglio di leggere.

Perché altrimenti, quando inizierà il coro dei "no euro", voi non capirete perché dobbiamo uscire, esattamente come non avrete capito perché non dovevamo nemmeno entrarci.

Uscire dall'euro è necessario per avere le risorse economiche necessarie ad una ridistribuzione della ricchezza. Cosa che non rientra nell'ideologia alcuni partiti che ci hanno sempre propugnato politiche di stampo liberista (sia nel centro destra che nel centro sinistra). E se permettiamo a loro, che fino ad ora hanno sostenuto l'euro, di dichiarare che ora vogliono farci uscire, senza prima fare autocritica sulle politiche economiche degli ultimi 30 anni, poi non potremo lamentarci che anche con la lira non sarà cambiato niente.





lunedì 24 novembre 2014

Il record di fiducie del governo Renzi

Il governo Renzi ha il primato italiano della percentuale di voti di fiducia sul totale dei provvedimenti di legge approvati. Quasi il 77% in accordo con questo articolo pubblicato da openpolis.it.

Periodo Governo % Fiducie
2014 Renzi 76,92%
2013-2014 Letta 24,32%
2011-2013 Monti 45,13%
2008-2011 Berlusconi IV 16,42%
2006-2008 Prodi II 33,93%
2005-2006 Berlusconi III 15,03%
2001-2005 Berlusconi II 5,58%
2000-2001 Amato II 0,01%
1999-2000 D'Alema II 1,33%
1998-1999 D'Alema I 1,99%
1996-1998 Prodi I 9,07%

Nel corso degli anni, a una coalizione di governo maggiormente frammentata è corrisposto, com'è del resto facile intuire, un maggior ricorso ai voti di fiducia. Tuttavia, come mostra il grafico successivo, quello del governo Renzi è un caso estremo.


Il precedente grafico rappresenta la correlazione fra:  il numero di forze politiche comprese nella coalizione di governo, e le fiducie richieste sul totale dei provvedimenti di legge approvati. Tale correlazione è di circa il 10% (0,097 che corrisponde al 9,7% per esattezza). Il governo Renzi, in alto a sinistra, è totalmente fuori scala. Infatti, senza di esso, la correlazione tra ampiezza della coalizione e la percentuale di fiducie risulterebbe essere del 74%, (vedi grafico successivo).


Questo significa che un governo composto da poche forze politiche ha meno bisogno di ricorrere alle fiducie, e si presume quindi che sia meno litigioso. Ed è per questo che alcuni esponenti politici sostengono una legge elettorale che consenta di governare da soli. Il rischio però, è quello di cedere alla tentazione di propendere per un sistema che, tramite un premio di maggioranza spropositato, permetta a una sola forza politica di avere una maggioranza sproporzionata rispetto al consenso elettorale ottenuto. Questo è quello che vorrebbero coloro i quali sono meno inclini ad accettare il processo democratico, che degradano a semplice competizione elettorale, e che pensano di avere il diritto d'imporsi in quanto credono di sostenere le idee migliori, senza per questo essere riusciti a convincere la maggioranza degli elettori.

Purtroppo però, come vediamo in questi giorni, non è affatto detto che una forza politica, anche qualora ottenesse la maggioranza assoluta dei seggi, non sia comunque litigiosa al suo interno.

Un tema spesso dibattuto, anche nella compagine di governo, è quello l'austerità. A parole tutti vorrebbero eliminarla, anche se poi tra i detrattori di questa politica troviamo gli stessi deputati e senatori dei medesimi partiti che, con larga maggioranza, hanno sostenuto il governo Monti durante la passata legislatura.

Come abbiamo visto nei precedenti post: "A che cosa è servita l'austerità" e "Perchè il governo non fa niente contro la crisi?" la politica economica italiana degli ultimi anni è stata tutto meno che il frutto di un errore di calcolo. L'aumento della disoccupazione, e l'esplosione del debito pubblico, sono proprio l'ovvia conseguenza della distruzione della domanda interna che ci è stata suggerita (o imposta?) dalla Troika, allo scopo di riequilibrare la nostra bilancia commerciale.


Il continuo ricorso al voto di fiducia da parte del governo è l'evidenza di quanto sia sempre più pressante la volontà di una parte del PD di smarcarsi da queste politiche impopolari. Ma in Europa sanno che il ripudio dell'austerità da parte del nostro paese potrebbe essere un colpo mortale inferto alla sostenibilità dell'eurozona.




lunedì 17 novembre 2014

Quelli che l'economia tedesca cresce perché loro investono

Esiste una relazione inversa tra il surplus commerciale e gli investimenti. Lo dicono i libri di macroeconomia, come ad esempio il manuale del Prof. Gregory Mankiw di Harvard che è molto utilizzato in ambito universitario, soprattutto all'estero. E' un testo di economia ortodossa, ovvero classica. Quindi, quello che vi sto per esporre di seguito non è assolutamente nuovo, o rivoluzionario, per chi studia economia.

Per capire come, in un'economia aperta, il livello degli investimenti e la bilancia commerciale siano in realtà due facce delle stessa medaglia è sufficiente prendere l'identità di contabilità nazionale:

Y = C + G + I + X - M

Dove:
Y = reddito, prodotto, o PIL
C = consumi privati, o spesa privata
G = consumi pubblici, o spesa pubblica
I = investimenti
X = esportazioni
M = importazioni

Ora, basta fare qualche passaggio matematico.

Se:

Y = C + G + I + X - M

allora:

Y - C - G - I = X - M

Infatti, passando dall'altra parte dell'uguale le grandezze cambiano segno.

Ma:

Y - C - G = S

E' sicuramente chiaro a tutti che il reddito meno la spesa è uguale al risparmio "S".

Quindi:

S - I = X - M

Pertanto, un paese che ha un surplus commerciale X > M (le esportazioni superano le importazioni), deve avere anche anche S > I (un livello di risparmi maggiore di quello degli investimenti).

D'altra parte, in un paese che invece ha una bilancia commerciale in passivo, X < M, gli investimenti saranno maggiori del risparmio (S < I).

Questo succede perché i risparmi che il paese in surplus consegue, vanno a finanziare gli acquisti di quelli che hanno una bilancia commerciale negativa (X < M) tramite i prestiti concessi. Pertanto, accade che alcune nazioni siano creditrici e altre debitrici. E' quello che abbiamo già visto nel post "il problema dell'Europa sono gli squilibri interni, non il cambio con il dollaro"

Andiamo ora a controllare se quanto sopra illustrato, a livello teorico, corrisponde anche alla realtà dei fatti.

Il periodo di riferimento della nostra analisi è dal 1999 al 2008. Questo perché va dalla nascita ufficiale dell'euro fino all'inizio della crisi, ovvero prima che iniziassero le manovre economiche di austerità che hanno tagliato i consumi nei paesi debitori fermando l'afflusso di capitale da quelli creditori. Consideriamo pertanto il periodo di maggiore apertura del mercato europeo dei capitali.

Pensate ad un paese che, nel suddetto periodo, ha avuto un pesante deficit della bilancia commerciale. Ad esempio la Grecia. Ora, immaginate a un'altra nazione che, al contrario, ha avuto enormi surplus della bilancia commerciale. La Germania.

Nel successivo grafico potrete osservare come la bilancia commerciale di Grecia e Germania hanno avuto un andamento opposto nel periodo che stiamo analizzando. La prima con un deficit sempre maggiore, mentre la seconda in crescente surplus.


Nel grafico seguente, ecco la media degli investimenti in rapporto al PIL del periodo 1999-2007:


Come volevasi dimostrare, la Grecia ha investito più della Germania. Non basta? Osservate i dati dei paesi della zona euro (ho tenuto in considerazione solo quelli entrati nell'euro prima del 2008):


Guardate i PIIGS (in rosso) che sono i paesi con i maggiori deficit nella bilancia commerciale, hanno investito più dei paesi virtuosi (in azzurro), e la Germania è il fanalino di coda della classifica.

Vi starete chiedendo per quale motivo vi sto raccontando tutto questo. Ebbene, solo io ho sentito la storia per cui l'economia tedesca è forte perché loro hanno investito? Se capitasse anche voi, adesso sapete cosa rispondere.





lunedì 10 novembre 2014

Il debito esiste perché qualcuno guadagna troppo e qualcun altro troppo poco

Tutti noi abbiamo sentito parlare del debito pubblico. I più informati sapranno addirittura che, al 31 dicembre 2013, ammontava a oltre 2.000 miliardi di euro, ovvero al 133% del prodotto interno lordo (PIL) dello stesso anno.

Pochi di voi, invece, avranno sentito parlare del debito privato, quello di famiglie e imprese che, sempre al 31 dicembre 2013, non era di molto inferiore a quello pubblico.


Nel prossimo grafico, potrete vedere l'andamento dei debiti pubblico e privato dal 1970 al 2013.


Osservate come, la tendenza è quella che, quando il debito privato diminuisce, o rimane invariato (in rapporto al PIL) quello pubblico aumenta. E viceversa, quando quello pubblico decresce, incrementa quello privato. Questo accade perché la crescita economica è stata finanziata, in un modo o nell'altro, a debito. Con denaro pubblico, o con quello privato.

Durante il periodo analizzato (1970-2013) c'è stata solo un'importante eccezione a questa alternanza fra debito pubblico e privato, nel 2008-2010, quando il debito pubblico aveva ricominciato a crescere a causa della crisi proveniente da oltre oceano (vedi precedente post: quelli che il debito pubblico c'è perchè abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità) e quello privato continuava a aumentare a ritmi vertiginosi, come del resto aveva fatto praticamente dall'inizio dell'ingresso dell'Italia nell'euro (vedi precedente post: a cosa serve il job s act). La crescita di quest'ultimo si è interrotta solo con l'austerità (vedi precedente post: a che cosa è servita l'austerità?!).

Come ho scritto sopra, il debito aumenta per finanziare la crescita economica. Come mai funziona così? Una spiegazione di massima la possiamo trovare nel prossimo grafico.


La quota salari (la linea in rosso) è il rapporto tra stipendi e produttività. E' quindi la parte del reddito complessivo che in un'azienda viene attribuita al lavoro (la parte rimanente va invece a remunerare il capitale). Come avrete notatto tutti, dal 1970 al 2013 è diminuita di circa venti punti percentuali, passando dal 70% al 50% (la misura si legge nella colonna a destra).
Come ho già avuto modo di scrivere nel post: a che cosa serve il jobs act, se gli investitori pretendono che il capitale sia più remunerato rispetto al lavoro, accade che la maggior produzione rimane invenduta. Perché, ovviamente, chi ha una fetta sempre più piccola della torta, ovvero i lavoratori, non sono certo nelle condizioni di spendere di più. Il problema viene risolto da chi, avendo ha una fetta sempre più grande della torta, da in prestito una parte del suo profitto per finanziare quelli che faranno crescere l'economia con i loro maggiori consumi. Il tasso d'interesse, di solito piuttosto favorevole all'investitore, è quello che incentiva il capitalista a prestare il suo denaro, ed è pure lo stesso che erode ancora un po' di più la fetta di torta di chi si indebita.

Quello descritto sopra, è il principio scatenante di una qualsiasi bolla speculativa. Il debito cresce, e l'investitore guadagna. Il tutto continua fino a quando i debitori non riescono più a pagare facendo scoppiare la bolla. A quel punto, creditori e debitori useranno tutti i mezzi che hanno a loro disposizione per difendere i propri interessi, che saranno ovviamente opposti (uno lotterà per avere comunque i soldi indietro, e l'altro per non pagare più).

Anche nel grafico precedente c'è un'eccezione, e corrisponde al periodo successivo al 1996 che, come ripeto sempre, è l'anno in cui abbiamo fissato i cambi irrevocabili con le altre valute e siamo entrati, di fatto, nell'euro. L'eccezione è solo apparente. Infatti, da quell'anno in poi, come abbiamo visto nei post: il problema della produttività in Italia; Atene 2013: quando la Banca Centrale Europea ammise le responsabilità dell'euro nella crisi; e il problema dell'Europa sono gli squilibri interni e non il cambio con il dollaro, la bolla speculativa, si ingrandisce a livello europeo.

In conclusione, gli eccessivi debiti e crediti, si originano quando il denaro si distribuisce nel mercato in modo molto favorevole ad alcuni, i creditori, e molto sfavorevole al resto degli individui, i debitori. Quest'ultimi, cosa da non sottovalutare mai, pur essendo la parte economicamente più debole, hanno dalla loro il fatto che tendono ad essere la maggioranza della popolazione.

lunedì 3 novembre 2014

Renzi: l'uscita dall'euro e i tassi d'interesse

In questo video di un anno fa Matteo Renzi rispondeva a una persona che gli chiedeva la sua opinione sull'uscita dell'Italia dall'euro dicendo che sarebbe un disastro: "pensate solamente al problema del costo degli interessi...il valore dello spread schizzerebbe alle stelle".


L'attuale Presidente del Consiglio era giustamente preoccupato dal tema degli interessi sul debito pubblico che, come abbiamo visto (qui) negli anni tra il 1981 e il 1992 (con una coda del problema fino al 1994) è aumentato proprio a causa degli alti tassi d'interesse.

Nel grafico successivo potete osservare l'andamento mensile del tasso d'interesse rendistato (che equivale al rendimento medio lordo dei BTP emessi con durata superiore a un anno). Avrei potuto prendere i dati dei tassi d'interesse a breve (o a lungo), ad esempio dal database dell'OCSE (qui) perché in economia ci sono differenti tassi d'interesse. Tuttavia, la sostanza non cambia. Infatti, più che sui valori raggiunti, ci concentreremo più che altro sull'andamento della curva.


Il periodo selezionato nel grafico precedente corrisponde all'anno in cui siamo entrati nella banda di oscillazione stretta del Sistema Monetario Europeo (SME) e arriva fino alla fine del 1996, cioè quando abbiamo negoziato i cambi irrevocabili che poi dal 1999 avrebbero dato vita all'euro.

Come funzionava lo SME?

Era una sorta di cambio quasi fisso tra le varie monete europee dei paesi europei che aderivano all'accordo. La banda d'oscillazione della lira, in un primo momento, era stata fissata attorno al 6% (in più o in meno) ma dal gennaio 1990 venne ridotta al 2,25%.

Il cambio fisso è di fatto una limitazione alla sovranità monetaria di un paese. Sia esso agganciato al valore di un bene come l'oro (com'era durante il periodo del Gold Standard) che a quello di altre valute (marco, dollaro, sterlina, etc. etc.). Questo, impone alla banca centrale dei paesi aderenti di cambiare la propria moneta con un'altra ad un valore prefissato. Ne consegue che alla banca centrale spetta l'onere di avere sempre a disposizione le riserve valutarie necessarie a tali operazioni di cambio.

Quindi, la banca centrale fa una promessa di cambio fisso, e come fa a mantenerla?

Se la bilancia commerciale è positiva le valute estere entrano tramite le esportazioni, altrimenti bisognerà attirarle vendendo titoli di Stato, e alzando un po' il tasso d'interesse per renderli più appetibili agli investitori esteri che comprandoli riforniscono la banca centrale di valuta straniera.

Se osservate ancora il grafico di cui sopra noterete che ad un certo punto ci fu una brusca salita del tasso d'interesse, che corrisponde all'ultimo periodo di adesione dell'Italia allo SME. In quei giorni, successivi alla recessione americana del 1991, la Banca d'Italia vedeva assottigliarsi le proprie riserve valutarie e continuava ad aumentare il tasso d'interesse dei titoli di Stato in emissione, nel vano tentativo di fermare l'emorragia. Ad un certo punto, il 17 settembre 1992, l'Italia ruppe l'accordo di cambio e uscì dallo SME. Venendo meno la necessità di proteggere il cambio, i tassi d'interesse diminuirono. In seguito, l'andamento oscillò senza mai tornare ai livelli di quel settembre 1992 e, soprattutto dal 1995, diminuirono. Segno che era possibile contenere il tasso d'interesse anche durante gli anni della lira, tutto a beneficio del debito pubblico che, anche grazie alla ripresa economica, a partire al 1994, diminuì in rapporto al PIL (vedi anche post: quelli che il debito pubblico c'è perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità).

Ora, guardate il secondo grafico. Il periodo preso in considerazione è il biennio 2011-2012, gli anni terribili dello spread (ovvero la differenza fra i tassi d'interesse dei BTP e dei Bund tedeschi entrambi con scadenza decennale).

Vale la pena ricordare che, se durante lo SME la sovranità monetaria era limitata, con l'euro è stata completamente azzerata. Infatti, la nostra banca centrale non può stampare euro, e lo Stato ottiene i soldi necessari al suo funzionamento solo tramite la vendita dei titoli del debito pubblico al tasso d'interesse deciso dal mercato.

Cosa successe?

Anche in questo caso abbiamo un picco massimo, che corrisponde al momento in cui i mercati ebbero paura della deflagrazione dell'area euro, e quindi di vedersi restituiti i propri soldi in lira svalutata, anziché nella nostra attuale moneta pregiata.

La soluzione al problema dei mercati fu politica, come nel 1992, come erano del resto politici anche gli accordi che il problema l'avevano creato (lo SME e l'euro). L'allora Presidente Berlusconi, che aveva basato il suo governo sulla negazione della crisi (frutto del pessimismo cosmico) e sul mancato aumento delle tasse fece un passo indietro per lasciare strada ad un governo che, sotto la maschera dei tecnici, ma con la responsabilità delle maggiori forze politiche italiane, avesse le mani libere per fare quelle manovre di austerità necessarie a proteggere il nostro cambio con l'euro (vedi anche post: a che cosa è servita l'austerità).


Qual'è la conclusione?

Che, i tassi d'interesse potrebbero anche essere più alti di oggi se tornassimo alla lira il che, tra l'altro, dovrebbe essere una cosa tutto sommato positiva, perché legata alla ripresa della domanda di consumi interni. In ogni caso, saranno sicuramente più bassi del momento in cui saremo costretti ad abbandonare l'euro. 

La libertà ha il suo prezzo, ma questo non è un buon motivo per consentire a qualcuno, nemmeno ai mercati, di metterti un guinzaglio, o meglio, un cappio al collo. 


PS: comunque, date un'occhiata ai tassi dei finanziamenti (quelli TAEG mi raccomando!), o ai fidi bancari concessi alle vostre aziende. Non è che oggi siano poi così bassi. Learn to survive.