lunedì 16 febbraio 2015

Il diritto alla verità: breve riassunto delle vere cause della crisi economica

In un divertente film di qualche tempo fa, il personaggio interpretato da Michele Placido, un ex politico corrotto, nelle ultime scene del  film esprime un interessante concetto, quello del diritto alla verità per i cittadini.

Io non so se quello che vi racconterò di seguito è, o meno, tutta la verità. Lo spero, forse lo penso anche ma più semplicemente vorrei solo divulgare i fatti che, per ignoranza, dolo, o colpa grave, vengono omessi nel quotidiano dibattito sulla crisi economica.

Pertanto, se avrete la pazienza di leggere questo post fino alla fine, forse non verrete a conoscenza di tutta la verità, ma potrete certamente chiedere conto della semplice omissione dei seguenti fatti a tutti coloro i quali vi affidate giornalmente per il consueto racconto delle informazioni economiche e politiche.

Cominciamo da una cosa fondamentale. Chi vi racconta che la crisi italiana è colpa della troppa spesa pubblica (per la verità sono rimasti in pochi) si sbaglia, o vi sta mentendo. Attenzione alla scelta delle parole, non vi ho detto che ha un'opinione diversa da quella di altri, cosa che capita spesso agli economisti, ma che i dati dei grafici che seguono smentiscono la possibilità che la crisi economica italiana si sia originata nel settore pubblico. A livello accademico, nessun economista serio direbbe il contrario perché verrebbe deriso dai suoi colleghi. Del resto, anche la Banca Centrale Europea ha ammesso che la spesa pubblica ha avuto molto poco a che fare con la crisi (qui).

Come potete vedere, la spesa pubblica italiana è stata di soli tre punti percentuali scarsi sopra la media UE durante il periodo precrisi. Che la crisi non è stato un problema di spesa pubblica, inoltre, lo dimostra il fatto che tutti gli altri paesi sotto stress per la crisi (i PIIGS, in rosso) hanno avuto nel periodo 1999-2007 una spesa inferiore alla media UE.
La linea azzurra mostra il saldo primario del bilancio pubblico dal 1991 al 2012. Potete osservare come le entrate pubbliche, non considerando gli interessi passivi, hanno sempre superato le uscite, con la sola eccezione del 2008.
Questo grafico mostra l'andamento decrescente del debito pubblico in rapporto al PIL per tutto il periodo di preparazione della crisi.
Nel periodo precedente la crisi, l'Italia non ha avuto una spesa pubblica particolarmente alta rispetto ai partner europei. Inoltre ha conseguito un avanzo primario tra i più alti. Infine, il rapporto fra debito pubblico e PIL negli anni che hanno preceduto la crisi ha continuato a migliorare.

Ma allora quali sono le cause della crisi?

Il problema è che, per diversi anni, dall'Italia sono usciti più soldi di quanti ne sono entrati dall'estero. Se volete le prove, sarà sufficiente dare un'occhiata al grafico successivo che mostra il saldo annuale (in rapporto al PIL) delle partite correnti che, grosso modo, qui non siamo professori d'economia, corrisponde alla differenza fra esportazioni (entrate di risorse finanziarie) e importazioni (uscite di risorse finanziarie). Questo ha causato un debito con l'estero (originatosi per lo più nel settore privato, non in quello pubblico) che potete vedere nel grafico successivo a quello delle partite correnti. A finanziarci erano le banche dei paesi del nord Europa, Germania in testa, perché grazie all'impossibilità di svalutare, e dato che i nostri tassi d'interesse sono più alti di quelli tedeschi, gli investimenti verso il nostro paese erano diventati molto più convenienti di quelli del loro.

Il grafico delle partite correnti qui sopra evidenzia come a partire dal 1997 il surplus della bilancia commerciale italiana diminuisca fino a andare in deficit a partire dagli anni 2000 per poi tornare in attivo a causa dell'austerità.
La linea blu mostra il saldo delle partite correnti già riportato nel grafico precedente, mentre la linea rossa è il debito estero italiano che peggiora drammaticamente negli anni dell'euro.
Questo grafico mostra l'aumento dell'indebitamento del settore bancario dei paesi definiti PIIGS nei confronti di quelli "virtuosi" avvenuto dalla nascita dell'euro fino alla crisi. Per quanto riguarda il nostro paese è praticamente raddoppiato nel periodo antecedente la crisi. La fonte di questa slide è il discorso del vice Presidente della BCE Vitor Constancio ad Tene nel maggio 2013 (qui).

Ora, osservate meglio cosa succede al grafico delle partite correnti a partire dalla seconda metà degli anni novanta. Il surplus finanziario italiano si abbassa, anno dopo anno, fino a diventare un deficit a partire dagli anni duemila, e tornare in attivo solo a partire dal 2013.

Volete sapere cos'è successo?

A partire dalla seconda parte degli anni novanta la lira italiana si rivaluta su tutte le monete che a partire dal primo gennaio 1999 sarebbero entrate a far parte dell'euro. Seguono alcuni esempi (la fonte dei grafici è la Banca d'Italia).

Il cambio lira marco raggiunge il suo massimo punto di svalutazione (della lira) nel 1995 per poi rivalutarsi fino alla sua definitiva stabilizzazione avvenuta con l'avvento dell'euro
Il cambio della lira sul franco francese segue lo stesso andamento di quello già visto relativamente al marco
Anche la peseta spagnola segue lo stesso andamento precedentemente osservato per il marco e il franco francese
L'andamento del cambio con il fiorino olandese è in linea con i precedenti
Questi sono fatti storici, non opinioni. Nel novembre del 1996 furono fissate le parità di cambio fra le valute aderenti alla moneta unica che sarebbero poi entrate in vigore con l'euro. Voi capirete bene che, a una rivalutazione della propria moneta corrisponde un vantaggio nelle importazioni dato da una valuta più forte, e un conseguente svantaggio dovuto al fatto che per i residenti esteri (quelli nei confronti i quali hai rivalutato) i tuoi prodotti diventano più cari. Il punto è che per un paese che esporta manufatti, e l'Italia è infatti ancora la seconda economia manifatturiera d'europa dopo la Germania, una rivalutazione è più dannosa di una svalutazione. L'argomento può essere approfondito da chiunque ne abbia voglia, ma la realtà dei fatti è esposta chiaramente nella curva al ribasso del nostro saldo delle partite correnti tra il 1997 e il 2011.

Voi però direte che, a partire dal 1999 è arrivato l'euro, il cambio si è stabilizzato perché tutti avevano la stessa moneta, ma il saldo delle partite correnti italiane ha continuato a peggiorare. Il motivo per cui questo è accaduto è abbastanza semplice. Il cambio nominale con l'euro è rimasto sì fisso, e uguale per tutti i paese dell'area, ma quello reale, che incorpora il dato d'inflazione ha continuato a divergere fra i singoli paesi. Qui sotto potete vedere cos'è successo all'inflazione italiana rispetto a quella della Germania.

Il grafico mostra il differenziale d'inflazione tra Italia e Germania nel periodo 1996-2013 (in verde) che arriva a circa 13 punti percentuali. Il tasso d'inflazione della Germania è la linea blu mentre quello dell'Italia corrisponde alla linea rossa. Avendo un'inflazione minore, e non dovendo rivalutare, le stesse banconote in Germania oggi valgono il 13% in più rispetto all'Italia. Questa divergenza fra il cambio nominale (1 a 1) e quello reale, di fatto, corrisponde a una svalutazione competitiva dell'economia tedesca.
Quindi, riassumendo, ad una rivalutazione del cambio nominale avvenuta negli anni novanta si è sommata un'altra rivalutazione, del cambio reale, negli anni duemila. Praticamente, noi stiamo rivalutando da vent'anni mentre il commercio internazionale dei paesi come la Germania, da allora, sta godendo dei vantaggi connessi una svalutazione competitiva. Già, proprio quella svalutazione competitiva che noi non dovremmo fare perché sarebbe immorale.

Cos'è successo a partire dal 2011?

Vi ricordate quella conferenza stampo in cui Sarkozy e la Merkel risero di Berlusconi (e di tutti noi) in risposta alla domanda di un giornalista che chiedeva se il governo italiano avrebbe preso le contromisure necessarie per affrontare la crisi finanziaria in atto in quel periodo? Bene, il problema è stato risolto con un accordo politico che ha fatto comodo sia a Berlusconi che all'allora opposizione (il PD). Il Cavaliere presentò le sue dimissioni e il Presidente Napolitano nominò un ex commissario europeo, un tecnico, che si fece carico di fare quella macelleria sociale, necessaria a risollevare il nostro saldo delle partite correnti, appoggiato da una maggioranza composta sia l'ex maggioranza che dall'ex opposizione. Quel tecnico, lo conoscete tutti, si chiama Mario Monti.

Il primo governo Monti ha semplicemente spianato la strada per un Monti bis (Enrico Letta) e un ter (Matteo Renzi). Il suo compito è stato quello di attuare politiche il cui scopo era (ed è) quello di diminuire i consumi degli italiani. Questo ha distrutto il mercato interno (e quindi il PIL), e fatto aumentare la disoccupazione a livelli mai visti nel nostro paese, ma ha ridotto le importazioni, e riportato in attivo il saldo della bilancia commerciale.

In questo grafico potete vedere la crescita reale del PIL italiano su base annuale. Notate come dopo la crisi nel 2008-2009 l'economia si fosse ripresa e come a partire dal 2011, con l'austerità ripiomba nel baratro. Nel 2013, due anni dopo, la crescita era ancora negativa (-2%).
Questo grafico, preparato dal Prof. Alberto Bagnai per il suo blog Goofynomics mostra l'andamento delle esportazioni e delle importazioni italiane a partire dal 2007. L'andamento delle importazioni (linea rossa) è decrescente fino al 2009 (a causa della crisi finanziaria proveniente dagli USA) poi si riprende fino al 2011, e poi crolla nuovamente a seguito alle politiche di austerità del governo Monti. Al contrario, le esportazioni, che non dipendono dai nostri redditi ma da quelli degli acquirenti esteri non subiscono alcun crollo. L'austerità bilanciato così il nostro saldo delle partite correnti.
Notate come aumenta la disoccupazione in corrispondenza dell'inizio delle politiche di austerità iniziate dal governo Berlusconi e poi rafforzate da quello Monti. Il dato dell'ultimo trimestre 2014 ha raggiunto quota 13%.
Apro solo una breve parentesi. Ho letto su alcuni blog che l'austerità del governo non ci sarebbe stata in quanto le spese pubbliche sono comunque cresciute anche dopo il 2011. Sinceramente, questo è un dato a cui non va dato alcun peso. I fatti mostrano quanto, in Italia, siano diminuiti i consumi a partire dal 2011 e, sempre i dati statistici, mostrano che in questi anni il saldo primario pubblico è sempre stato mantenuto in attivo, e quello secondario, dentro i parametri di Maastricht (salvo in alcuni anni in cui però siamo subito rientrati). Il fatto che la spesa pubblica possa essere aumentata è del tutto indifferente (e prevedibile in anni di crisi). Il punto è che quella privata è sicuramente diminuita, e quella totale pure, e che quindi, il governo non ha fatto alcuna politica attiva per sostenerla. Se non vi piace chiamarla austerità usate pure un'altra parola, non so, Pippo. Dite che il governo ha fatto Pippo, per me è lo stesso.

E il debito pubblico, quello che era accusato di essere la fonte di tutti i nostri mali, grazie alla cura Monti com'è andato? Male, ovviamente. Rispetto al 2007, nel 2013 era già aumentato di quasi trenta punti percentuali. 

L'austerità serve a bilanciare il saldo delle partite correnti ma fa ovviamente incrementare il debito pubblico a causa della recessione, e quindi della caduta del PIL.
Rispondo subito a chi di voi si starà chiedendo cosa avrebbe potuto fare di diverso il governo italiano?

In primo luogo, illustrare la situazione agli elettori con sincerità. Non com'è stato fatto anche con l'ausilio dei media collusi, dicendo che andavano fatte le riforme. Perché, se il problema è che cadono i soldi dalla tasca, questo non si risolve mettendoci dentro altre monete, ma casomai ricucendo i pantaloni. Paradossalmente quindi, disporre nell'immediato di maggiori risorse finanziarie dovute al recupero dall'evasione, dagli sprechi, e dalla corruzione (pur essendo doveroso combattere questi fenomeni) non sarebbe stato molto d'aiuto per la nostra economia, dato che nella nostra situazione questo farebbe aumentare i consumi di beni esteri. Infatti, di tutte le riforme sopra elencate è stato fatto, per il momento, solo il jobs act, la riforma del lavoro che punta a far abbassare gli stipendi dei nuovi assunti, appunto per diminuirne i consumi. Tra l'altro, chi vi racconta che il costo del lavoro in italia è troppo alto, o è ignorante, o mente. I dati sull'argomento sono consultabili da tutti (qui) e quello italiano è nella media UE.

In secondo luogo, la soluzione più ovvia sarebbe stata quella di uscire dall'euro. Questo avrebbe comportato sicuramente una svalutazione del cambio della lira, che come abbiamo visto è di gran lunga sopravvalutato all'interno dell'area euro. Ma questa svalutazione (esterna) non va assolutamente confusa con quella interna, data dall'aumento dei prezzi, ovvero dall'inflazione. Dire che a una svalutazione, per esempio del 20%, corrisponderebbe un aumento dei prezzi di pari percentuale è una menzogna dal punto di vista tecnico (oltre che un atto di vile terrorismo psicologico per chi conosce la verità!). Molti studi economici, che chi vuole può cercarsi, lo dimostrano. Ma poi, voi la spesa andate a farla a Berlino, o al supermercato sotto casa? Se la risposta è la seconda, allora dovreste preoccuparvi di più del fatto che ad un cambio sopravvalutato corrisponda un aumento spropositato delle importazioni, e quindi una flessione della produzione nostrana (che Confindustria stima in un 25% dall'inizio della crisi) e del conseguente aumento della disoccupazione (infatti, se non si vende le aziende mandano a casa i dipendenti) che della probabile svalutazione della lira.

Siamo giunti alla fine di questo post. Vi ringrazio per averlo letto tutto. Come avete potuto constatare dai dati e dalle fonti relative, io vi ho semplicemente mostrato i fatti. Nello specifico, quelli che ho ritenuto fossero più importanti per spiegarvi la questione. Non vi ho preso in giro, ne raccontato falsità. Ora lascio alla vostra voglia di approfondire il tema ogni successiva considerazione. E pensateci bene prima di fidarvi di quello che si sente dire in giro, perché voi avete diritto di conoscere la verità.

lunedì 9 febbraio 2015

Il discorso d'insediamento poco originale del Presidente Mattarella

Alle ore dieci del 3 febbraio 2015 il Presidente della Repubblica Mattarella ha giurato e, come di consueto, letto il suo discorso d'insediamento.


Già dal ringraziamento ai suoi due predecessori Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, a cui andrebbe l'affettuosa riconoscenza degli italiani si capisce che le speranze di un cambiamento potrebbero essere mal riposte.

Lungi dall'essere ingrato verso due eminenti personalità del recente passato ma a Ciampi io associo tutto un certo modo di vedere la politica economica che va dal divorzio tra Ministero e Banca d'Italia all'euro, e di Napolitano non posso non ricordare le sue lacrime di coccodrillo mentre nel discorso di capodanno del 2013 leggeva le lettere dei poveri disoccupati, come se l'austerità da lui voluta non fosse la principale causa della sofferenza di quei cittadini. Ma va bene, non mi aspettavo certo che il nuovo Presidente ripudiasse la stessa maggioranza che lo ha eletto e che, nel corso degli anni, si è resa responsabile di tutto quanto sopra accennato.

Il Presidente ha poi ripetuto più o meno il concetto espresso con le sue prime parole il giorno dell'elezione relativamente alle attese (o le difficoltà) e le speranze degli italiani. Il riferimento era d'obbligo visto che la frase era piaciuta parecchio un po' a tutti.

I problemi, a mio avviso, più importanti emergono su due aspetti non di poco conto.

Il primo è che il Presidente, dopo aver elencato le conseguenze infauste della crisi (ingiustizie, povertà, emarginazione, etc. etc.) dichiara che:

E' indispensabile che al consolidamento finanziario si accompagni una robusta iniziativa di crescita, da articolare innanzitutto a livello europeo.

Pertanto, non ci discostiamo dal solito discorso: "austerità brutta e cattiva ma necessaria, e dalla crisi ci porterà fuori l'Europa".

A tal proposito va osservato che l'austerità (come già argomentato fino alla nausea anche su questo inutile blog) è figlia della volontà di causare una recessione per salvare l'euro. Ad oggi, i problemi per cui questa politica cinica è stata eseguita sono ancora tutti lì. Mi riferisco agli squilibri macroeconomici europei, cioè ai debiti e ai crediti maturati tra i vari paesi a seguito dell'unione monetaria. Pertanto, dell'austerità non se ne può fare a meno (se si resta nell'euro) e  oggi l'economia può ripartire solo a debito, riportandoci però esattamente alle condizioni per cui l'austerità si è resa necessaria. E' insomma un circolo vizioso che a livello europeo solo i paesi creditori sono in grado di spezzare, eliminando loro per primi l'austerità, alimentando in questo modo il nostro commercio verso di loro. Ma non lo faranno, perché questo non è nell'interesse di chi questo sistema l'ha voluto, e in cui si è arricchito, a danno dei suoi stessi concittadini e delle popolazioni del sud Europa.

Come se non fosse già abbastanza, Mattarella aggiunge:

Nel corso del semestre di Presidenza dell'Unione Europea appena conclusosi, il Governo - cui rivolgo un saluto e un augurio di buon lavoro - ha opportunamente perseguito questa strategia.

Vi è poi il passaggio sulle riforme in pieno stile Napolitano sul quale non mi dilungo perché do per assunto il fatto che le mancate riforme non sono la causa della crisi, e il portarle a termine non ci salverà. Anzi, alcune riforme, come quella costituzionale e la legge elettorale, puntano solo a porre le basi per una maggiore repressione della democrazia e, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, per una rapida approvazione di una maggiore austerità.

A chi continua a ripetere le solite banalità sulla: corruzione, criminalità ed evasione fiscale, vorrei solo ricordare il ragionamento già fatto sopra. Se il problema è la mancanza di competitività dovuta all'introduzione dell'euro, se anche le riforme avessero successo, e disponessimo di immense risorse tolte alla mafia e agli evasori, la maggior spesa dovuta al loro utilizzo non farebbe che aggravare la nostra situazione debitoria con l'estero a causa dell'incremento delle importazioni che ne deriverebbe. Riportandoci esattamente alle condizioni in cui l'austerità (o l'uscita dall'euro) sarebbero di nuovo necessarie.

Il secondo problema è l'esplicito monito verso l'unione politica del continente europeo:

Nella nuova Europa l'Italia ha trovato l'affermazione della sua sovranità; un approdo sicuro ma soprattutto un luogo da cui ripartire per vincere le sfide globali. L'Unione Europea rappresenta oggi, ancora una volta, una frontiera di speranza e la prospettiva di una vera Unione politica va rilanciata, senza indugio.

Un'unione politica per cui il popolo italiano non si è mai espresso a favore (per la verità, non lo ha mai fatto nessun paese europeo) e che non è mai stata in agenda. Stiamo insomma parlando di fantascienza. Basterebbe solo voler vedere come l'Europa, soprattutto dall'introduzione dell'euro, si sia trasformata in qualcosa più simile a un ring nel quale i pugili se le danno senza esclusione di colpi che a un'area di effettiva cooperazione transnazionale. Insomma, più che sognare un'Europa unita politicamente (niente di più illusorio e lontano dalla realtà), tocca più che altro sperare che le conseguenze dell'unione monetaria non portino, come è accaduto fino ad ora, a un crescente antieuropeismo, al ritorno del nazionalismo, e perfino ad un'inversione di rotta sull'integrazione del vecchio continente. Fingere di non vedere questi problemi reali ed attuali, e girarsi dall'altra parte, non servirà di certo a farli scomparire.

E' appena il caso di accennare a tutti quegli applausi che hanno ricoperto con un indegno velo d'ipocrisia il discorso del neo Presidente. Applausi che venivano, come sempre, dai politici più inadempienti verso i cittadini. Quelli della maggioranza. Tanto per citare solo un episodio emblematico, il giorno dopo il giuramento di Mattarella, e il suo applaudito monito contro la corruzione, il Senato ha bocciato la calendarizzazione della legge anticorruzione presentata mesi fa dal Presidente del Senato Grasso (leggi qui).

Per quanto mi riguarda, l'unica parte del discorso del Presidente Mattarella che ho effettivamente gradito è stata la seguente:

Vi è anche la necessità di superare la logica della deroga costante alle forme ordinarie del processo legislativo, bilanciando l'esigenza di governo con il rispetto delle garanzie procedurali di una corretta dialettica parlamentare.

che sta a significare che i governi, d'ora in poi, non dovrebbero più tempestare il Parlamento di decreti legge anticostituzionali con il benestare del Presidente della Repubblica. Speriamo.















lunedì 2 febbraio 2015

Il costo del lavoro in Italia

Anche se l'economia non è una scienza esatta, e ci sono correnti di pensiero che arrivano molto spesso a conclusioni assai differenti, nessuno è giustificato a dare informazioni e dati completamente errati. Tuttavia questo è quello che accade continuamente.

Questo post è per coloro i quali continuano impunemente a mentire sul costo del lavoro in Italia, allo scopo di fare disinformazione strumentale ai propri fini.

Di seguito la tabella Eurostat del costo del lavoro orario (ho scritto Eurostat, ok? Se non vi piace andate in Lussemburgo a protestare). La tabella si ingrandisce cliccandoci sopra.


Chi avesse dubbi su cosa inserisce Eurostat nel costo del lavoro può controllare (qui). E sì, sono compresi anche i contributi sociali.

Pertanto, dice Eurostat, che nel 2013 il costo del lavoro orario medio dell'Eurozona EA-17 è stato pari a € 28,4 contro € 28,1 in Italia (EA non sta per Emporio Armani ma vuol dire Euro Area, e 17 è il numero dei paesi).

Chi prende in giro gli italiani con mirabolanti statistiche sull'alto costo del lavoro si riferisce al costo del lavoro per unità di prodotto (vi parla, in sostanza, di produttività). Tutti quelli che si sono voluti informare sulla crisi, anche su questo misero blog, sanno benissimo che il problema italiano è la produttività. E non potrebbe essere altro in un paese che ha agganciato la propria valuta a quella di paesi con tassi d'inflazione più bassi del suo.

Ma come ha deciso di risolvere questo problema il nostro governo? Con il Jobs Act. In sostanza, cercando di abbassare il costo del lavoro (orario), invece che sganciandosi dall'euro che poi è la principale causa dello spaventoso calo di produzione industriale registrato in questi anni (-25% secondo Confindustria) e pertanto dell'incremento del costo del lavoro unitario. Sapete com'è, se l'azienda è messa nella situazione di vendere meno è ovvio che gli stessi lavoratori, producendo di meno, fanno segnare un costo maggiore per unità prodotta, anche se il loro stipendio è rimasto invariato.

Nel frattempo, il messaggio del mainstream è sempre lo stesso: "le riforme ci rendono liberi".








lunedì 26 gennaio 2015

Il contratto a tutele crescenti, perché il posto fisso è brutto ma il cambio fisso è bello

Torno a occuparmi del Jobs Act perché il decreto attuativo n.183 del 10 dicembre 2014 ha disciplinato il contratto a tutele crescenti.

Diamo ora un'occhiata al decreto di cui sopra.

L'articolo 1 si definisce il campo di applicazione della norma, ovvero i lavoratori con la qualifica di: operai, impiegati, e quadri assunti a tempo indeterminato a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto.

Tanto per cominciare quindi, la riforma vale solo per i nuovi contratti d'assunzione. Il motivo per cui non è stata estesa a quelli vecchi è ovvio. Avrebbe determinato un'esplosione dei licenziamenti, soprattutto di signore e signori di mezza età, meno produttivi e più costosi degli impiegati appartenenti alle nuove generazioni, la cui condotta è già stata notevolmente ammorbidita da anni di disoccupazione e precariato. Questa è di per se già un'ammissione del fatto che, a scanso di equivoci, e oltre ogni velo d'ipocrisia, l'obiettivo della legge è quello permettere licenziamenti più facili, e con un costo più contenuto.

Un altro punto importante è che il suddetto decreto disciplina il regime di tutela nel caso di licenziamento illegittimo.

Illegittimo cioè: che non ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge per essere riconosciuto giuridicamente valido (Fonte: Treccani)

In altre parole, questa norma si occupa di chi è licenziato ingiustamente (senza giustificato motivo, in maniera illegittima, contraria alla legge,etc. etc.)

E che succede?

Leggiamo l'art. 3: "il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data di licenziamento..."

Avete capito bene? Il primo paradosso è che, se uno ti licenzia illegittimamente (cioè senza averne il diritto) il giudice non lo punisce ma anzi ne ratifica il gesto, e conferma il licenziamento.

Ma c'è di peggio.

L'art. 3 continua così: "...e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità".

La legge infatti stabilisce d'imperio l'entità del danno da corrispondere al lavoratore licenziato contravvenendo a un normale principio di diritto, vigente in ogni altra forma di contratto. Quello previsto dall'art. 1223 del codice civile, il quale stabilisce che a chi ha subito un danno venga corrisposta una somma comprendente la perdita e il mancato guadagno, ovvero, in linguaggio giuridico, il danno emergente e il lucro cessante.

Cioè, passa il principio per cui tutti sono uguali davanti alla legge, ma chi licenzia è più uguale degli altri. E questo gli permette di pagare meno del dovuto.

Qualcuno penserà che io sono ingiusto, che voglio criticare a tutti i costi, che non esiste più il posto fisso e che dobbiamo tutti farcene una ragione. Ma davvero? In questo blog io vi ho mostrato, che la stessa Banca Centrale Europea stessa ammetta come la crisi sia stata causata dall'euro (qui). Come mai il cambio fisso, o la moneta unica (che è lo stesso) favorisca l'investitore che non si deve più preoccupare del rischio di cambio perché esso viene ribaltato sulla collettività (quindi su di noi). Poi, quando le crisi si manifestano, crisi di debito estero causate dalla perdita di competitività dovuta al cambio fisso, come la nostra, il governo, quello nostro, eletto da noi, si fa imporre dai nostri creditori esteri le politiche di austerità che creano disoccupazione (colpendo ancora noi che lavoriamo, o che lavoravamo). E per tornare ad assumere, o meglio per esportare, dato che il mercato interno impoverito dalla recessione ormai non interessa evidentemente più a nessuno, gli investitori esteri chiedono, come contropartita per tornare a investire, una legge per poter licenziare più facilmente (colpendo ancora noi, una volta di più).

Giudicate voi.

Secondo me c'è qualcosa che non va in una democrazia, nel momento in cui i parlamentari eletti tendono a fare leggi che tutelano sempre di più le poche persone per cui un investimento è una questione di guadagno, contro le molte per cui il lavoro è un mezzo per vivere.

I poveri pagano per tutti. Non sappiamo proprio dove abbiano preso tutto questo denaro.
(Zoran S. Stanojevic)






lunedì 19 gennaio 2015

Le due facce di Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano è stato un Presidente che ha fortemente influenzato la politica italiana degli ultimi anni.

Ha nominato lui Mario Monti, pur conoscendo i danni che l'austerità che avrebbe causato al Paese.

E' intervenuto con numerosi moniti perché il Parlamento procedesse speditamente con le riforme necessarie (quelle che ci chiede l'Europa).

Si è più volte espresso a favore di una maggiore integrazione europea e contro l'abbandono dell'euro.

Giorgio Napolitano oggi
Pertanto, vi sorprenderà sapere che Giorgio Napolitano non è sempre stato un eurista convinto.

Quando era un deputato del Partito Comunista Italiano fu contrario all'ingresso dell'Italia nel Sistema Monetario Europeo (lo SME, ovvero l'antesignano dell'euro). E' rimasto negli annali un suo celebre intervento del 13 dicembre 1978 alla Camera dei Deputati.

Giorgio Napolitano negli anni settanta
In quel bel discorso (che vi suggerisco di leggere integralmente QUI) Giorgio Napolitano dimostro di conoscere appieno le problematiche connesse all'integrazione europea e illustrò, con grande lucidità e lungimiranza, tutti i rischi che avrebbe corso l'Italia aderendo ad un sistema di quel tipo. Rischi che, per altro, oggi si sono manifestati in tutta la loro effettiva gravità.

Anche in quel periodo, come oggi, il governo metteva fretta al Parlamento, in termini del tutto simili a quelli di oggi (fate presto, è l'unica possibilità, non si può restare fuori, etc. etc.). Giorgio Napolitano denunciò questa forzatura, difese la democrazia, gli interessi del nostro paese, e si scaglio contro l'Europeismo di maniera di alcuni suoi colleghi.

Ecco un solo passaggio, tra i molti significativi, di quell'intervento:

non è mancata in qualche discorso da me personalmente ascoltato l’affermazione che il nostro paese non fosse in grado di porre alcuna condizione e che la sola speranza di salvare l’Italia da sviluppi catastrofici della crisi attuale fosse il vincolo esterno di un rigoroso meccanismo di cambio. Chi sostiene questo fa un grave torto a tutte le forze democratiche italiane

Purtroppo Napolitano rimase inascoltato e lo SME fu approvato. Col tempo, anche lui cambiò idea.

Di seguito, un estratto dal suo ultimo messaggio di Capodanno agli italiani:



















lunedì 12 gennaio 2015

I vantaggi della svalutazione. Le condizioni di Marshall-Lerner

Abbiamo già affrontato (qui) la questione della svalutazione della nuova lira in caso di uscita dall'euro verificando perché, con tutta probabilità, essa si conterrebbe ben al di sotto del 50% paventato da alcuni commentatori.

Invece, in questo post capiremo che, in fondo, di quanto si svaluterebbe la lira ce ne importa relativamente. Perché quello che conta è capire se questo evento potrebbe aiutare l'economia italiana a ritrovare competitività rispetto alle altre.

Chi segue questo blog sa perfettamente che, quella in cui si trova l'Italia e tutti i paesi sotto stress (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) è una crisi di debito estero, causata dai persistenti deficit delle partite correnti maturati nel settore PRIVATO. Il settore pubblico, con il suo debito, la corruzione, e gli sprechi, non è stato la causa delle crisi, e di certo non potrà esserne la soluzione. Coloro i quali nutrissero ancora dubbi in merito, possono scorrere le pagine di questo blog, o di altri molto più autorevoli, e informarsi correttamente.

Tornando all'oggetto del post odierno, consideriamo questa formula della bilancia commerciale:

PX = EPfM

Dove:
P = prezzi interni
X = esportazioni
E = tasso di cambio
Pf = prezzi esterni
M = importazioni

Se la bilancia commerciale è in equilibrio, la parte sinistra (prima dell'uguale) e la parte destra (dopo l'uguale) devono coincidere.

Facciamo un esempio:


P X E  Pf M
val. X val M X-M
situazione di partenza
1
50
1
1
50

50 50 0

La differenza tra esportazioni PX=50 (cioè: 50 * 1) e importazioni EPfM = 50 (cioè: 50 * 1 * 1) è ovviamente zero. Quindi, la condizione iniziale è rispettata.

Facciamo un passo in avanti.

L'incubo di chi pensa che tornare alla lira e lasciarla svalutare sarebbe un male, consiste nel fatto che, a parità di altri fattori (tenete bene a mente questa premessa) le importazioni diventerebbero più costose.

Cioé:


P X E  Pf M
val. X val M X-M
situazione di partenza
1
50
1
1
50

50 50 0
svalutazione 20%
1
50
1,2
1
50

50 60 -10

Sopra ho ipotizzato una svalutazione del 20% del cambio (E=1,2 mentre nella situazione di partenza è 1). La sottrazione tra esportazioni e importazioni (X-M) risulta essere pari a -10. La bilancia commerciale diventa negativa (come lo è stata dall'introduzione dell'euro fino alle politiche di austerità).

Io però avevo specificato di tenere bene a mente che questo scenario si manifesta solo nel caso in cui, svalutando il cambio, diventino più costose le importazioni, a parità di tutti gli altri fattori (gli economisti usano l'espressione latina ceteris paribus). Cosa succede in realtà?

Ad una svalutazione non reagisce solo il valore delle importazioni ma anche quello delle esportazioni. Mentre le prime diventano più costose, e quindi meno convenienti, le seconde saranno più a buon mercato. Per capire se il gioco vale la candela, gli economisti utilizzano le condizioni di Marshall-Lerner.

E' una questione di somma delle elasticità delle importazioni e delle esportazioni. Significa porsi la seguiente domanda: "di quanto si modificherà il dato di importazioni e di esportazioni al variare del cambio?". Marshall e Lerner ci dicono che, se la somma in valore assoluto di queste due elasticità è maggiore di 1, allora la svalutazione si tramuterà in un miglioramento della bilancia commerciale.

L'elasticità si misura come segue:

∆X/X
------- = ex;
∆E/E

∆M/M
------- = em
∆E/E

Dove:
∆X/X = è la variazione delle esportazioni diviso il totale delle esportazioni
∆M/M = è la variazione delle importazioni diviso il totale delle importazioni
∆E/E = è la variazione del cambio diviso il cambio
ex = è elasticità delle esportazioni
em = è elasticità delle importazioni

Proviamo con un esempio. Supponiamo che, con i dati della precedente tabella, le elasticità di importazioni ed esportazioni siano entrambe pari a 0,4:

4/50
------ = 0,4 (esportazioni);
0,2/1

4/50
------ =  -0,4 (importazioni)
0,2/1


P X E  Pf M
val. X val M X-M
ex em
situazione di partenza 1.0 50.0 1.0 1.0 50.0
50 50 0


caso A 1.0 54.0 1.2 1.0 46.0
54 55.2 -1.2
0.4 -0.4

Le esportazioni aumentano di 4 perchè 0,2 (che è la svalutazione del cambio) moltiplicato per 0,4 (ovvero l'elasticità alle esportazioni) è uguale a 0,08 (quindi l'8%). Infatti, 4 è esattamente l'8% di 50. Pertanto, 50+4=54. La stessa logica si applica alle importazioni, che diminuiscono da 50 a 46, ma diventano più costose a causa della svalutazione (1,2 * 46 = 55,2).

Il risultato di questo primo esempio è negativo (X-M= -1,2). La bilancia commerciale è peggiorata. Ma Marshall e Lerner specificano che, per godere del beneficio della svalutazione, la somma in valori assoluti delle due elasticità deve essere maggiore di 1. In questo esempio non è così: 0,4 + 0,4 = 0,8 < 1.

Proviamo con elasticità 0,8 sia per le esportazioni che per le importazioni. Non vi sto a mostrare tutti i calcoli perché ora li sapete fare e potete, eventualmente, verificarli:


P X E  Pf M
val. X val M X-M
ex em
situazione di partenza 1.0 50.0 1.0 1.0 50.0
50 50 0


caso B 1.0 58.0 1.2 1.0 42.0
58 50.4 7.6
0.8 -0.8

Abbiamo ottenuto un surplus della bilancia commerciale di 7,6!

Avendo verificato che le condizioni di Marshall e Lerner funzionano davvero, rimane da sapere una cosa non banale, ovvero a quanto ammontano l'elasticità alle importazioni e alle esportazioni nel caso dell'Italia.

Prima di rispondervi vi invito a riflettere su due considerazioni di ordine pratico:

1. le esperienze passate, vedi la svalutazione del 1992, hanno sempre avvantaggiato il nostro paese in termini di bilancia commerciale e, nonostante la Cina, la maggior parte del commercio italiano rimane quello intraeuropeo, dove le aziende tedesche, e non quelle cinesi, rappresentano la concorrenza;

2. nonostante la crisi, e un calo della produzione industriale del 25%, l'Italia rimane il secondo produttore manifatturiero d'Europa (la Germania è il primo). Mentre la svalutazione colpirebbe il costo di una parte del manufatto venduto, di solito le materie prime, l'esportazione godrebbe della svalutazione sul prezzo dell'intero prodotto. In pratica, il produttore guadagna dal fatto che, per lui, solo una parte dei costi è aumentata, mentre per il cliente estero, lo "sconto" si applicherebbe alla totalità del prodotto.

In ogni caso, come documenta l'economista Alberto Bagnai (qui e qui) la sola elasticità italiana alle importazioni è pari a 2. E questo fatto da solo sarebbe già sufficiente a soddisfare le condizioni di Marshall e Lerner.


























lunedì 5 gennaio 2015

Di quanto si svaluterebbe la nuova lira in caso di uscita dell'Italia dall'euro?

In questo post cercherò di rispondere in modo razionale alla seguente domanda: "di quanto si svaluterebbe la nuova lira in caso d'uscita dell'Italia dall'euro?"

Occorre premettere che nessuno ha la palla di vetro, e che pertanto, le valutazioni sul futuro sono soggette, come sempre, ad un certo grado d'incertezza. Ciò non di meno, è bene essere a conoscenza del fatto che esiste uno strumento adatto a fare simili previsioni.

Mi riferisco alla teoria economica della parità dei poteri d'acquisto. Essa afferma, un po' sommariamente, che i prezzi di due paesi devono essere uguali se convertiti nella medesima valuta.

EP = P*

Dove:
E = cambio nominale della prima valuta
P = livello dei prezzi della prima valuta
P* = livello dei prezzi della seconda valuta

Pertanto:

EP / P* = 1

EP / P* è il tasso cambio reale che secondo questa teoria dovrebbe essere uguale a 1. Questo perchè, se così non fosse, un venditore potrebbe ottenere un maggior profitto su un altro mercato, e a quel punto, la legge della domanda e dell'offerta applicata al mondo intero riporterebbe i profitti allo stesso livello ovunque.

Naturalmente, sappiamo che quest'affermazione è il più delle volte imprecisa (e in alcuni casi, molto imprecisa) perché, e mi vengono in mente solo alcuni motivi: nei paesi più ricchi posso vendere i prodotti ad un prezzo maggiore, i costi di trasporto e i dazi doganali alterano il prezzo delle merci, le differenze culturali fra i paesi modificano la propensione al consumo dei singoli prodotti, etc, etc.

Il punto però, non è prendere queste parole come se fossero il Vangelo. Si tratta solo di accettarne i limiti e contestualizzarle.

La teoria della parità dei poteri d'acquisto ha anche una versione relativa (quella precedente era assoluta) riferita all'andamento del cambio nominale fra due valute, e sostiene che la variazione di esso (il cambio nominale) è pari al differenziale dei tassi d'inflazione dei due paesi.  



∆%E = ∆%P - ∆%P*

 
Facciamo un esempio storico. Dal 1979 fino al 1992, la lira italiana e il marco tedesco erano entrambe inserite nel Sistema Monetario Europeo, e il cambio tra le due monete doveva essere contenuto entro una banda d'oscillazione (del 6% in un primo monento, poi ristretta al 2,25%). Nel gennaio 1987 il cambio lira - marco viene riallineato per l'ultima volta perché il governo tedesco decise di rivalutare (una prassi che consentiva di rinegoziare il cambio di riferimento della banda d'oscillazione). Ipotizzando che fino al settembre 1992, quando uscimmo dallo SME, il cambio lira - marco venne mantenuto fisso (cosa non vera come vedremo dopo) consideriamo i differenziali d'inflazione annuali fra Italia e Germania nel periodo indicato (1987-1992).

 

Tassi d'inflazione comparati tra Italia e Germania disponibili sul sito OCSE

anno Germania Italia differenza diff.acc.
1987 0.2% 4.7% 4.5% 4.5%
1988 1.3% 5.1% 3.8% 8.3%
1989 2.8% 6.3% 3.5% 11.8%
1990 2.7% 6.5% 3.8% 15.6%
1991 4.0% 6.3% 2.3% 17.9%
1992 5.1% 5.3% 0.2% 18.1%

Come potete vedere, nell'anno dell'uscita dallo SME, rispetto al momento dell'ultimo allineamento del cambio, l'Italia aveva accumulato con la Germania un differenziale d'inflazione pari al 18% (colonna diff.acc.).

E di quanto si svalutò la lira sul marco nel 1992 una volta uscita dallo SME?

 

Tassi di cambio lira - marco da agosto a dicemnre 1992 consultati dal sito della Banca d'Italia


mese lire per 1 marco svalutazione sval. %
Aug-92 759.679 - -
Sep-92 806.866 47.187 6%
Oct-92 881.995 122.316 16%
Nov-92 859.548 99.869 13%
Dec-92 894.040 134.361 18%

Esattamente il 18%!

Va bene dai c'è il trucco, lo ammetto. Io ho ipotizzato che il cambio lira - marco tra il 1987 e il 1992 fosse rimasto stabile, e invece così non è, come mostra il grafico qui sotto scaricato direttamente dal sito di Banca d'Italia.






Infatti, bisogna considerare che tra l'ultimo riallineamento del cambio avvenuto il 12 gennaio 1987 e l'uscita della lira dallo SME, il 12 settembre 1992, la lira si svalutò comunque sul marco di un buon 8%, cosa che fa aumentare il totale della svalutazione del periodo al 26%, contro un differenziale d'inflazione del 18%.

Quindi, la lira si è svalutata più del previsto, quasi il 50% in più di quanto calcolato con la semplice applicazione della teoria della parità dei poteri d'acquisto relativa.


Ora, proviamo a fare lo stesso calcolo riferito al periodo 1996-2014, ovvero da quando furono fissati i cambi irrevocabili tra le monete europee e l'ultimo dato disponibile (novembre 2014). I differenziali d'inflazione sono stati i seguenti:

 

Tassi d'inflazione comperati Italia e Germania disponibili sul sito OCSE

anno Germania Italia differenza diff.acc.
1996 1.4% 4.0% 2.6% 2.6%
1997 1.9% 2.0% 0.1% 2.7%
1998 0.9% 2.0% 1.1% 3.8%
1999 0.6% 1.7% 1.1% 4.9%
2000 1.4% 2.5% 1.1% 6.0%
2001 2.0% 2.8% 0.8% 6.8%
2002 1.4% 2.5% 1.1% 7.9%
2003 1.0% 2.7% 1.7% 9.6%
2004 1.7% 2.2% 0.5% 10.1%
2005 1.5% 2.0% 0.5% 10.6%
2006 1.6% 2.1% 0.5% 11.1%
2007 2.3% 1.8% -0.5% 10.6%
2008 2.6% 3.3% 0.7% 11.3%
2009 0.3% 0.8% 0.5% 11.8%
2010 1.1% 1.5% 0.4% 12.2%
2011 2.1% 2.8% 0.7% 12.9%
2012 2.0% 3.0% 1.0% 13.9%
2013 1.5% 1.2% -0.3% 13.6%
2014* 1.1% 0.8% -0.3% 13.3%





*= dato di novembre


La differenza accumulata dei tassi d'inflazione fra Italia e Germania, pari al 13,3%, ci da un ordine di grandezza utile per una stima ragionevole della svalutazione della nuova lira in caso d'uscita dell'Italia dall'euro. Tuttavia, come abbiamo visto nell'esempio precedente, tale stima può differire anche di molto rispetto al risultato reale. Infatti, è necessario tenere conto anche dell'effetto sul cambio della bilancia commerciale. Nel caso specifico, il governo tedesco, tramite politiche deflazionistiche ha mantenuto la Germania in surplus strutturale durante quasi tutto il periodo preso in considerazione, e potrebbe continuare a farlo, perché nonostante tutta la retorica sull'Europa unita, a livello politico, i nostri governi si relazionano ancora facendo valere i reciproci rapporti di forza invece di seguire una tanto auspicata, quanto irrealizzata, volontà di cooperazione . Ma, anche considerando un errore simile a quello riscontrato nel 1992 (pari al 50%) la svalutazione sarebbe contenuta entro il 20%.

Se vi capitasse di sentire qualcuno che prevede svalutazioni del 50% o superiori, potrebbe essere il caso di chiedergli da dove viene fuori un simile risultato. C'è sempre da imparare (da chi ne sa di più di noi).